Guerra tra Israele e Palestina. Raccontiamola per la tragedia che è

 

 di Raffaele Crocco

Dovremmo provare a dire che lo scontro  non è fra Ebrei e Arabi, fra Occidente e Islam. Dovremo iniziare a dire la verità, cioè che la guerra che da 66 anni uccide migliaia di uomini, donne, bambini e anziani viene combattuta dallo Stato di Israele contro il Non Stato di Palestina. Dovremo rammentare che a spararsi addosso e, soprattutto, a sparare contro tutti i civili, di tutte le parti e di tutte le età, sono i soldati di Israele da un lato e i miliziani del Non Stato di Palestina dall’altro.

Se lo facciamo, se noi, da qui, da lontano, cominciamo a raccontare la storia per la tragedia che è, senza gli isterismi dei tifosi, senza le paranoie degli integralisti, senza le menzogne dei portatori di verità, allora possiamo sperare che una soluzione pacifica, un punto di incontro, prima o poi venga trovato.

C’è uno Stato, Israele, che porta la guerra in un territorio ufficialmente non suo, reclamando il diritto di farlo. Autodifesa, dicono i governanti. Ripeto le parole: stato, diritto, governanti. Israele è una democrazia, l’unica vera democrazia del Medio Oriente. Chi lo nega mente. La cosa grave è che questa unica democrazia se ne frega – bisogna dire: ricambiata – dei diritti umani, civili e politici dei vicini. Domanda: questo comportamento è legittimato dagli  elettori israeliani? Sì, ci piaccia o meno. E questo rende tutto complicato e peloso. Da quasi sette decenni gli israeliani nascono e crescono sentendosi assediati, in pericolo. A dire la verità, sono in pericolo. Questo ha generato paura e la paura consente ai governanti israeliani di giustificare sempre la guerra, anche quella di questi giorni. C’è, poi, il carico della “comunità internazionale”, che appunto finge di non ricordare che la guerra è fra Israeliani e Palestinesi, non è fra Ebrei e Arabi. I cittadini dello stato di Israele sono israeliani. Spesso sono anche ebrei, ma le due cose non devono coincidere per forza, così come non tutti gli ebrei del mondo sono israeliani. Morale: chi critica le azioni politiche e omicide dello stato di Israele non è contro gli ebrei. Non c’entra nulla. Chi lo sostiene – e sono tanti – o è pazzo o è in malafede. In ogni caso, è pericoloso.

C’è poi un non Stato, la Palestina, che non è mai nato perché tutti in questo mondo – Israeliani, potenze e semi potenze occidentali, stati arabi – hanno accuratamente evitato che ciò accadesse. I Palestinesi sono stati buttati fuori casa e hanno reagito – reagiscono – attaccando chi considerano un popolo occupante, cioè gli israeliani. E’ legittimo? Stando alle risoluzioni internazionali, alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e al diritto, sì. Almeno quanto è sacrosanto il diritto di Israele ad esistere. Diventa quanto meno discutibile – questo diritto – quando uccido civili inermi, con l’intenzione di creare terrore. I Palestinesi sono stati massacrati – sono massacrati – dagli israeliani, ma anche i giordani li hanno uccisi in massa, i siriani non li sopportavano e i libanesi li considerano cittadini di serie B. Tutti sono amici dei Palestinesi, ma i Palestinesi non piacciono al mondo arabo, perché per decenni – anche oggi, in parte – sono stati troppo laici, troppo di sinistra, troppo aperti al mondo. L’Arabia Saudita non li ama, Assad in Siria non li ama. Sono diventati più commestibili, per i despoti del mondo arabo, da quando una parte di loro ha sposato l’integralismo islamico, imponendo le leggi del Corano e governando grazie a quelle. Una scelta che ha complicato i rapporti con il mondo occidentale, con i possibili alleati moderati israeliani. Una scelta che ha gettato benzina sul fuoco dell’integralismo ebraico. Una scelta, però, avallata anche in questo caso da un voto democraticamente espresso, esattamente come accade in Israele, quando viene legittimata la scelta di fare un muro di 710 chilometri o di attaccare Hamas a Gaza per fare pulizia.

Sembra incredibile, ma nessuno tiene conto di questa realtà. Lo Stato di Israele combatte una guerra contro il non Stato di Palestina. Ammettere questo, significa avviare un riconoscimento delle parti. Dovesse accadere, tutti correrebbero un rischio: si potrebbe arrivare alla pace. Un pericolo, questo, che troppi, laggiù, non vogliono correre.

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