La crisi in Nicaragua al Consiglio di Sicurezza

Il CdS delle Nazioni Unite decide oggi se mettere in agenda la crisi del Nicaragua. Per il presidente Ortega le proteste sono un tentativo di colpo di stato e le Organizzazioni umanitarie internazionali “mentitori abituali”. Ma un rapporto dell’Alto commissariato per i diritti umani smentisce le tesi ufficiali e condanna l’esecutivo

di Adalberto Belfiore

Su richiesta degli Stati Uniti oggi il Consiglio di Sicurezza dell’Onu dovrebbe mettere all’ordine del giorno il Nicaragua e la sua gravissima crisi politica, sociale e umanitaria. Perché ciò avvenga sono necessari i voti di nove dei quindici Stati che lo conformano: oltre ai cinque permanenti (Usa, Cina, Russia, Inghilterra e Francia) gli altri membri attualmente sono Etiopia, Costa, d’Avorio, Guinea Equatoriale, Kazakistan, Kuwait, Svezia, Olanda, Polonia, Perù e Bolivia. Ortega, nel tentativo di impedire che la massima istanza mondiale discuta del suo operato, potrebbe ricevere l’appoggio, oltre che quello incondizionato della Bolivia di Evo Morales, anche quello di Russia e Cina che considerano il governo “sandinista” del Nicaragua una possibile testa di ponte in un’area geopolitica tradizionalmente sotto l’influenza di Washington. Ma i voti non dovrebbero mancare e nella formazione dell’agenda del Consiglio non esiste il diritto di veto, che potrebbe invece essere esercitato da uno dei membri permanenti su un’eventuale risoluzione, come è noto, anche se presa a maggioranza.

Dunque la crisi scoppiata il 18 aprile scorso in Nicaragua, che alla data del 18 agosto ha causato secondo un rapporto dell’Alto commissariato Onu per i Diritti umani, più di 300 morti e di 2000 feriti in massima parte tra i manifestanti, potrebbe diventare una questione di interesse mondiale. E dovrebbe esserlo, perché assistere ad una repressione così violenta di proteste di piazza e di ogni manifestazione di dissenso, con uso di squadroni paramilitari a volto coperto (come nell’immagine in alto pubblicata dal Comitato “Carlos Fonseca”), dotati di armi da guerra, protetti e coordinati dalla Polizia non è molto comune neppure in un’area geografica spesso caratterizzata dalla violenza politica.

Critiche durissime dall’Onu

Guillermo Fernandez

Il rapporto preparato dell’Acnudh (Ohchr),  illustrato alla stampa lo scorso 28 agosto dal suo coordinatore, il colombiano Guillermo Fernandez, delinea con chiarezza il carattere della crisi in Nicaragua. Premettendo che “le violenze e gli abusi sono il frutto di anni di indebolimento dei diritti umani e dello stato di diritto” il rapporto identifica tre fasi nella politica del Governo di Ortega: la repressione con “un uso sproporzionato della forza” delle proteste iniziate in maniera spontanea e pacifica a seguito del tentativo di una riforma previdenziale fortemente penalizzante per lavoratori e imprese. La rimozione delle centinaia di barricate (Operación limpieza) costruite dalla popolazione in tutto il paese per tentare di proteggere le proprie comunità, con l’uso generalizzato di paramilitari dotati di armi letali coordinati dalla Polizia nazionale. E la susseguente “persecuzione e criminalizzazione dei leader sociali delle proteste e dei difensori dei diritti umani”, che è tuttora in corso.

Non si tratta affatto di un colpo di stato, afferma il rapporto, ma di una scelta repressiva del Governo che ha causato in alcuni casi risposte violente. Ma le manifestazioni, pur in presenza di episodi anche atroci ai danni di poliziotti e simpatizzanti del governo, sono rimaste pacifiche e disarmate nella grande maggioranza dei casi. Mentre da parte governativa si è assistito a ogni sorta di violazioni e abusi in forma sistematica e organizzata: al diritto alla vita e all’integrità fisica, alla libertà di riunione pacifica, alla libertà di espressione, al diritto alla salute, alla libertà personale, ad un giusto processo. E sono stati accertati, sempre secondo il rapporto Acnudh, numerosi casi di arresti illegali, torture, esecuzioni sommarie, sparizioni forzate, maltrattamenti, minacce.

Daniel Ortega: imperturbabile

Il rapporto ha causato l’espulsione immediata dal Paese di tutto lo staff dell’Alto commissariato che ha dichiarato, per bocca di Gutierrez, la volontà di continuare “da remoto” la sua azione istituzionale in difesa dei diritti umani e per proporre al governo metodi e raccomandazioni per la soluzione dei conflitti. Ma Il governo di Ortega e della sua temutissima moglie e vicepresidente Rosario Murillo, non dimostra la minima intenzione di cambiare linea. Già nei mesi scorsi anche il coordinatore della Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh), organo dell’Organizzazione degli stati americani (Oea), il brasiliano Paulo Abrao, era stato definito da Ortega “un mentitore abituale” per aver sostenuto in un rapporto che è valso la condanna del Nicaragua da parte dell’Organismo regionale, la responsabilità dello stato nicaraguense per il clima di violenza, paura e sopraffazione in cui è immerso il Paese. E l’Alto Commissariato Onu per i diritti umani (Acnudh), addirittura “uno strumento della politica della morte, del terrore, della menzogna e dell’infamia”. Mentre numerosi rappresentanti di organizzazioni nicaraguensi per i diritti umani sono stati costretti a fuggire all’estero a causa delle minacce ricevute dai paramilitari. Tra questi Álvaro Leiva, direttore dell’Associazione nicaraguense pro diritti umani (Anpdh) che aveva denunciato la scoperta di fosse comuni.

“Restaurata la normalità”

Augusto Cesar Sandino

Il governo proclama di aver sconfitto il “golpismo terrorista” e di aver restaurato la normalità costituzionale. Di fatto le manifestazioni di protesta sono diminuite, ma il risultato è stato ottenuto, come denunciano le organizzazioni umanitarie, attraverso una repressione estesa e pervasiva: polizia e paramilitari impediscono con la forza ogni manifestazione, emissari e spie del partito di governo individuano e seguono i manifestanti, specialmente se giovani e studenti, squadristi incappucciati entrano nelle loro case, sequestrano, rubano, distruggono, minacciano le famiglie. I sequestrati o spariscono o ricompaiono in carcere senza la possibilità di vedere né gli avvocati né i famigliari, spesso senza neppure conoscere i capi di imputazione. E quando arrivano in un’aula giudiziaria vengono accusati di reati sproporzionati in base a una legge antiterrorismo approvata ad hoc da un’Assemblea Nazionale controllata dal potere esecutivo, con accuse costruite da giudici istruttori (fiscales) e magistrati giudicanti anch’essi nominati dal governo. I casi sono numerosi e ben documentati: i leader dei contadini Medardo Mairena e Pedro Mena, la dirigente dei sindacato dei commercianti Irlanda Barrera, i dirigenti del Movimento 19 aprile Cristian Fajardo e María Peralta, la portavoce del movimento degli universitari Valeska Sandoval e svariate decine di altri.

Così il Nicaragua, trentatré anni dopo aver ottenuto dal Consiglio di Sicurezza, nel pieno di un’aggressione finanziata e diretta dagli Stati Uniti di Ronald Reagan, una risoluzione di appoggio alla sua sovranità e al diritto di vivere in pace senza ingerenze straniere (risoluzione 526 del 10 maggio 1985), molto probabilmente tornerà oggi in ben altra posizione nell’agenda della massima istanza internazionale. Paradossalmente allora il presidente era ancora Ortega, l’ex guerrigliero ora settantaduenne e al suo terzo mandato consecutivo. Ma i tempi erano ben diversi: la rivoluzione popolare sandinista era forte di un esteso appoggio popolare e suscitava grandi aspettative in un Continente ancora oppresso dalle dittature reazionarie. Oggi, snaturata dalla corruzione e dall’autoritarismo di un autocrate e del suo clan, potrebbe salire sul banco degli accusati per essersi trasformata a sua volta in una dittatura molto peggiore di quella che aveva abbattuto in una lontanissima estate del 1979.

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