I giochi attorno alle frontiere

Tragedia umanitaria, partita geopolitica, guerra ibrida, perdita dei valori dell’Ue, invasione: la crisi del confine Bielorussia-Polonia-Lituania è tutto questo insieme. Un'analisi

di Danilo Elia

Ci sono molti modi per guardare a quello che sta accadendo da settimane ai confini nordoccidentali della Bielorussia: tragedia umanitaria, partita geopolitica, guerra ibrida, perdita dei valori dell’Ue, invasione. Nessuno di questi però è in grado di fotografare il fenomeno nella sua complessità. Osservatori e commentatori che si concentrano solo su un aspetto – persino anche il più grave e impellente come quello delle vite dei migranti in pericolo nei boschi – rischiano di perdere di vista quella complessità e, insieme, la possibilità di individuare una soluzione.

Tragedia umanitaria, partita geopolitica, guerra ibrida, perdita dei valori dell’Ue, invasione: la crisi del confine Bielorussia-Polonia-Lituania è tutto questo insieme. Persino la visione più scomoda, quella gretta delle destre estreme tanto attive in Polonia, quella che vede un’invasione di migranti premere ai confini del Paese, trova spazio. Il fatto stesso che ci sia chi riduca il tutto a una difesa dei confini nel senso più xenofobo, come se la questione si possa risolvere solo con dei viluppi di filo spinato, impedisce di non tenerne conto.

Solleticare gli istinti più bassi degli ultranazionalisti della Polexit è infatti probabilmente il primo obiettivo del duo Putin-Lukashenko. La pressione migratoria ai confini nordorientali dell’Unione europea dal versante bielorusso non è cominciata oggi. Lo sanno bene a Vilnius. La Lituania ha dovuto rinforzare le difese lungo la frontiera con la Bielorussia e invocare l’aiuto di Bruxelles già a settembre, lanciando l’allarme contro il sospetto che il flusso di migranti dai Paesi mediorientali come non si era mai visto prima fosse in realtà parte di una strategia.

La risposta della Lituania è stata per certi versi contenuta, a fronte va detto di numeri più bassi. In quelle settimane anche gli altri due Paesi dell’Unione confinanti con la Bielorussia, cioè la Polonia e la Lettonia, cominciavano a essere alle prese con lo stesso problema. Ma ancora l’eco mediatica non aveva avuto una forza tale da fare le prime pagine dei quotidiani europei. A far esplodere il caso a livello europeo è stato da un lato l’ingrossarsi delle fila dei disperati all’addiaccio nella foresta più grande del continente e dall’altro la decisa risposta di Varsavia. Idranti e lacrimogeni contro chi cerca di sopravvivere al gelo e alla fame non sono quello che l’Europa si sforza di essere.

Ce lo si poteva aspettare da un Paese come la Polonia alle prese con una continua erosione degli spazi democratici? Da un Paese che sta comprimendo le libertà delle donne sul tema dell’aborto, i diritti della comunità Lgbt, persino l’indipendenza della magistratura e l’impianto della gerarchia delle norme nazionali ed europee alla base della stessa appartenenza all’Unione? Ce lo si poteva aspettare da un Paese, la Polonia, che con il partito nazionalista, clericale e conservatore al governo si è di fatto trasformato nel centro di gravità europeo delle destre estreme, proprio quelle destre estreme che sfilando per le vie della capitale hanno gridato all’invasione mussulmana dell’Europa cattolica? Probabilmente sì, ed è questo che devono aver pensato a Minsk: colpire il ventre molle dell’Europa per ottenere il maggior risultato. Ossia quello di creare ulteriore attrito tra i partner europei, destabilizzare l’Unione sul suo terreno più fragile, rinforzare i partiti antieuropeisti nell’Europa orientale, far riecheggiare un altro suffisso -exit accanto al nome di uno Stato membro nei corridoi di Bruxelles. E l’indignazione di gran parte della stampa europea per i violenti respingimenti polacchi al confine è parte di quel risultato.

La Polonia si è chiusa a riccio contro le accuse di riservare ai migranti un trattamento inumano. Riferendosi ai tentativi delle ultime ore di gruppi più piccoli di migranti di attraversare il confine in diversi punti, il ministro della Difesa di Varsavia, Mariusz Błaszczak, ha parlato di “attacchi”, aggiungendo che “non ci sono dubbi che siano orchestrati dai servizi segreti bielorussi”. Quello che c’è dietro, ormai lo sappiamo bene. I voli di linea organizzati da Minsk per far affluire migranti da Paesi come Iraq e Afganistan con la promessa di un facile passaggio di frontiera verso l’Europa, la compiacenza delle compagnie aeree, il trasporto in bus fino al confine, i kit di sopravvivenza consegnati insieme alle tenaglie per tagliare il filo spinato, le luci stroboscopiche e i laser per abbagliare di notte le guardie di frontiera. Scoprire le carte di questo tragico gioco giocato sulla pelle della povera gente è già un passo avanti verso una soluzione della crisi.

Lo stesso Lukashenko non ne fa quasi più segreto. “I nostri militari sanno che i migranti sono diretti in Germania… è assolutamente possibile che qualcuno di loro gli abbia dato una mano. Siamo slavi abbiamo cuore”, ha detto alla Bbc. Mettere il grande baro Lukashenko e il suo sponsor Putin nella condizione di non nuocere prima di tutto a quella gente, ma anche all’Europa è il risultato immediato da perseguire. La chiusura delle rotte su Minsk da parte delle compagnie del Golfo è un segnale. I rimpatri degli ultimi giorni dalla Bielorussia sono un altro segnale. Un segnale, quest’ultimo, giunto dopo i contatti tra Angela Merkel e Putin. Ma pure, va detto, dopo l’irremovibile posizione polacca sul confine, posizione tenuta anche sotto la minaccia del blocco del gas da parte di Lukashenko.

Aver trasformato i migranti in un’arma da usare in una guerra ibrida contro le sanzioni europee ha segnato un’ulteriore vetta della spietatezza del regime bielorusso, che pure aveva già mostrato il suo volto più spregiudicato con gli arresti, le torture, il dirottamento di un volo civile tra due capitali europee. Spuntare quest’arma è la priorità dei leader europei. Il ruolo più difficile è quello dei Paesi in prima linea. L’alto commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatović, ha chiesto alla Polonia di “interrompere immediatamente tutti i respingimenti sul confine con la Bielorussia” e ha parlato di una situazione umanitaria allarmante. Molti cittadini polacchi sono scesi in strada per protestare contro la linea dura del governo e chiedere di fornire assistenza e cibo ai migranti. Paesi insomma, quelli ai confini orientali dell’Ue, che non si stanno distinguendo certo come esempi di accoglienza. Ma anche Paesi che finora hanno preso le posizioni più dure contro il regime di Lukashenko e che più di altri hanno dato asilo politico ai dissidenti bielorussi: ha trovato rifugio in Lituania la leader dell’opposizione Sviatlana Tsikhanouskaya.
È in Polonia l’unica emittente libera in lingua bielorussa, Belsat. Paesi insomma più esposti, che ci aiutano a ricordare come la presenza di una dittatura spietata alle porte d’Europa sia un problema che ci riguarda tutti. Proprio come la necessità di trovare una comune politica di accoglienza.

In copertina: Tiago Fioreze – Opera propria

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