Il dramma del Nagorno Karabakh

Intervista a Max Floriani, poeta, compositore e politico italiano che vive in Armenia che propone il riconoscimento come Stato dell'enclave

di Teresa di Mauro 

Max Floriani
Max Floriani

E’ passato già quasi un mese da quando, il 27 settembre, l’Azerbaijan, con il sostegno della Turchia, ha attaccato il Nagorno Karabakh e nonostante migliaia di morti e la denuncia da parte di Amnesty International e Human Rights Watch dell’utilizzo di bombe a grappolo, proibite dalla legge umanitaria internazionale, contro la popolazione civile del Nagorno Karabakh, la situazione non fa altro che peggiorare. Ne abbiamo parlato con Max Floriani, poeta, compositore e politico italiano attualmente residente a Gyumri, in Armenia.

 

È passato già quasi un mese dall’inizio della guerra. Qual è la situazione in Armenia?

Drammatica. Mobilitazione militare e legge marziale ancora attiva. Uomini partono ogni giorno per il Nagorno-Karabakh, riservisti richiamati dall’esercito ma anche volontari. Moltissimi giovani che, non si può nascondere, stanno morendo in massa. I mercenari terroristi, trasferiti al fronte dalla Turchia, hanno iniziato le decapitazioni di giovani armeni e, in un caso eclatante, hanno postato la foto della testa mozzata di uno di loro con il suo telefono cellulare sulla sua bacheca Facebook. L’Europa apra gli occhi anche su quello che accade qui, non solo ciò che è accaduto in Francia.

 Due cessate il fuoco ripetutamente violati e le opinioni dei due leader sempre più belligeranti.
Ma se da un lato, purtroppo, ce lo si aspettava da Azerbaijan e Turchia, dalle ultime dichiarazioni pare che anche Pashinyan non ritenga al momento possibile la via diplomatica. Vedi una via d’uscita che non includa altre migliaia di morti?

L’Armenia e il NK non avevano altra scelta di richiedere il principio della secessione riparatrice per lo stato d’Artsakh. Questa volta a differenza degli anni ’90, pare che l’Azerbaijan, aiutato dalla Turchia, sia davvero determinato a riconquistarlo. Tuonano le parole di Erdogan, pronunciate ancora prima dell’aggressione, quando dichiarò che adempiranno la missione che i loro nonni hanno svolto in Caucaso. Inoltre, in diverse occasioni, ha fatto riferimento agli armeni come “avanzi di spada” (in turco: kılıç artığı), un insulto comunemente usato in Turchia che spesso si riferisce ai sopravvissuti ai massacri di cristiani che hanno preso di mira armeni, greci e assiri. Con queste premesse, e in questo contesto, risulta difficile pensare a una risoluzione in breve tempo del conflitto. Una via d’uscita sarebbe di smetterla con l’ipocrisia che spinge Paesi europei a non sbilanciarsi verso la parte armena per paura di ritorsioni in campo energetico e per meri interessi economici con l’Azerbaijan. Non possiamo pensare che ci siano dittatori di serie A e di serie B in base al loto potere ricattatorio nello scenario economico mondiale: per Lukashenko e Assad vi fu un’imponente informazione e condanna da parte di mass media, organizzazioni politiche e umanitarie. Con Aliyev va tutto bene, nessuno azzarda a dire una parola.

Lo status del Nagorno Karabakh è il tema cruciale di questa guerra. Insieme a Pietro Kuciukian, console onorario d’Armenia in Italia, stai promuovendo una mozione di riconoscimento del NK come Stato. Come pensi che il raggiungimento di questo obiettivo possa portare alla cessazione delle ostilità? E come sta andando?

Il mio contributo è una goccia nel mare. Una goccia che però può diventare tempesta. Sappiamo bene che il governo italiano non interverrà in aiuto del NK, tantomeno nelle sedi opportune per riconoscerlo come Stato indipendente. Sappiamo che il il Gasdotto Tran-Adriatico (TAP) porterà il gas azero in Europa, e proprio in Puglia è previsto il termine di tale gasdotto. Sappiamo che l’Azerbaijan è il primo fornitore di petrolio in Italia. Sappiamo la pioggia di denaro iniettato in Europa dall’Azerbaijan negli ultimi 20 anni. Una mozione, davanti a tutto questo, pare cosa piccola. Ma il nostro obiettivo è di raggiungere e coinvolgere più amministrazioni comunali, provinciali e regionali possibile. In due settimane hanno aderito oltre 40 comuni. Che arrivi una grande voce a Roma, che arrivino centinaia di richieste da enti locali per il riconoscimento del NK. E, forse, potremmo far sì che l’umanità, la pace e il diritto all’autodeterminazione dei popoli vincano contro gli interessi economici. Se il mondo ha riconosciuto lo stato del Kosovo nulla vieta di farlo anche con il NK.

In copertina la mappa dell’enclave 

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