Il fotogramma di Gaza

Pubblichiamo questo articolo di Paola Caridi tratto dal suo blog Invisible Arabs perché spiega come da una sola immagine si possa capire cosa è successo a Gaza dove una manifestazione pacifica si è trasformata in una strage

Una foto non basta. Eppure, per porsi dei dubbi, basta osservarla, questa foto che riprende, dalla parte israeliana del confine, ciò che è successo durante la Grande Marcia del ritorno, una dimostrazione di decine di migliaia di palestinesi di Gaza tenuta nel “giorno della terra”, il giorno che ricorda gli scontri tra forze di sicurezza israeliane e manifestanti palestinesi con cittadinanza israeliana in Galilea nel 1976. Cosa si vede, in questa foto? Soldati israeliani armati, di spalle, nella parte più vicina all’obiettivo. Di fronte, manifestanti palestinesi. in mezzo, visibile, evidente, il reticolato che divide Israele da un pezzo di Palestina che si chiama Gaza. Ora, quel reticolato schiacciato dall’obiettivo fotografico nasconde decine di metri di distanza tra i due fronti.
Basta pensarci su un po’, per capire che nessun contatto c’è stato tra le decine di migliaia di manifestanti palestinesi, al di là del reticolato, e i soldati che li fronteggiavano al di qua, a debita distanza. Nessun contatto, perché quel confine è ipermilitarizzato, perché la terra di Gaza al di là del confine, che attorno alla Striscia è fatto di reticolati ma anche di alti muri di cemento, è spesso dichiarata da Israele zona militare chiusa. Sigillata. Chi – palestinese – si avvicina, dunque, al reticolato può essere colpito da un proiettile sparato a debita distanza dalla parte israeliana del confine da un soldato, e morire. Da Gaza non si esce. Al confine di Gaza non si arriva.

Se dunque non ci può essere fisicamente contatto, se è difficile credere che i sassi lanciati con le fionde possano essere stati un pericolo per i soldati dall’altro lato del confine, come si fa a definire “scontri”, “battaglia”, “guerriglia” quello che è successo nella Grande Marcia del Ritorno organizzata da un attivista indipendente, Ahmed Abu Artima, che ha lanciato una vera e propria campagna su Facebook? Come si fa a considerare quello che è successo come un incontro di boxe alla pari in un recinto, il ring, ben delimitato? Lo hanno fatto i giornali e i tg italiani, senza spiegare.
C’è una foto, ce ne sono decine e centinaia, nei social, sul web, sui siti delle agenzie fotografiche (come questa della France Press). Basta osservarle con attenzione, se non si è sul posto a guardare con i propri occhi, messi accanto ai terrapieni messi su dalle forze armate israeliane. Le foto porrebbero dubbi, se osservate con attenzione. Ci sono video, ripresi dall’interno di Gaza, che mostrano gruppetti di manifestanti (spesso ragazzi e ragazzini), chi accovacciato, chi a pregare. Poi uno di loro cade perché colpito da un proiettile.

Non dicono tutto, ovviamente, le foto e i video. Non sostituiscono il lavoro di un giornalista sul campo, che vede con i propri occhi quello strano serpente grigio, quel muro di cemento armato che a un certo punto irrompe nella terra, divide Israele da Gaza, a nord, prosegue per chilometri e chilometri e poi diventa reticolato, andando verso il sud della Striscia, verso Khan Younis.
E se non bastassero le foto e i video, quando si racconta nelle redazioni (a distanza) un fatto che è notizia, ci sono i numeri. I numeri che qualche domanda la pongono. 15 morti (da proiettili), e oltre mille feriti, tra quelli che sono stati colpiti da proiettili sparati dai cecchini sul terrapieno, e gli altri colpiti dai lacrimogeni, gettati anche dai droni.

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