Il muro sempre più alto della fortezza Europa

Un nuovo regolamento europeo sui diritti digitali  in alcuni casi non sarà applicato: e fra le prime “esclusioni” c’è tutto ciò che riguarda la gestione delle frontiere. AccessNow all'Atlante: "La tutela della  privacy non deve essere sacrificata quando c’è in ballo la questione della sicurezza"

di Stefano Bocconetti

Un testo enorme, fatto di tantissime frasi. Alcune addirittura condivisibili, accettabili, pur nella loro genericità. Ma poi c’è l’articolo 83. Che non si maschera più neanche dietro il solito linguaggio burocratico, incomprensibile, ma è esplicito nel costruire un nuovo muro. L’ennesimo muro, stavolta digitale, impenetrabile: per separare la “fortezza Europa” da chi prova ad entrarci. Scappando da guerre, fame, tragedie.

Di qua l’Europa, dunque, coi diritti, con i nuovi diritti solo per i suoi cittadini, di là gli altri. I migranti. Di cosa si parla? In sintesi. Qualche tempo fa, l’Unione europea ha presentato la sua proposta per regolamentare tutto ciò che riguarda l’intelligenza artificiale (AI Act). Nessuno al Mondo, fino ad ora, ci ha provato. E che sia necessario, lo dicono non solo gli studiosi ed i ricercatori, ma lo raccontato mille storie, le più diverse fra di loro. Dalle denunce di Timnit Gebru, forse la più autorevole ricercatrice statunitense, cacciata da Google per aver messo in guardia dai rischi di un sistema che è istruito con dati distorti e che per questo produce razzismo, fino agli uffici governativi olandesi. Che avevano affidato all’intelligenza artificiale – ugualmente segnata da istruzioni distorte – la revisione di sussidi statali, provocando disastri e discriminazioni. Al punto che ad Amsterdam sono stati costretti ad una precipitosa marcia indietro.

Si potrebbe continuare a lungo ma il senso è chiaro. L’Europa dunque per prima prova a governare questa complessa materia. Con indicazioni che richiamano formalmente altre stagioni, come quella di pochi anni fa quando fu approvato il regolamento per la difesa dei dati personali e della privacy. Nel testo sull’intelligenza artificiale – non ancora varato definitivamente ma dovrebbe esserlo a breve, entro pochi mesi – si parla infatti della necessità di controllare gli algoritmi, si parla di strutture che dovranno a loro volta controllare che questi algoritmi non invadano le sfere personali. Si parla di divieti di utilizzare l’intelligenza artificiale per profilare le persone, per conoscere i loro orientamenti politici, sessuali, religiosi. Si parla di limiti, ancora tanto vaghi ma comunque almeno delineati, per circoscrivere l’uso delle cosiddette “tecniche predittive” da parte delle polizie.

E ci sono tante altre cose. Che certo – come è facile immaginare – potrebbero fare la fine di quel già citato regolamento per la difesa dei dati (il Gdpr), decisamente avanzato nelle indicazioni ma quasi mai applicato. In ogni caso, il testo sull’intelligenza artificiale, pur così generico, contiene tanti spunti importanti. Poi, però, c’è quell’articolo: l’ottantatrè. Indica testualmente tutte le aree dove comunque il nuovo regolamento non sarà applicato: e fra le prime “esclusioni” c’è tutto ciò che riguarda la gestione delle frontiere.

Per chi arriva su una barca, per chi attraversa la rotta balcanica, per chi prova ad entrare dallo stretto di Gibilterra, queste nuove regole non varranno. Dovranno continuare a subire tutto ciò che su di loro si sta già sperimentando. Nel silenzio generale. Perché pochi sanno che per  due anni è stato in funzione un progetto – finanziato dalla Ue –, chiamato iBorderCtrl, nome altisonante e molto macstyle, che però racconta solo di un software che avrebbe dovuto riconoscere le espressioni dei volti e svelare se un migrante alle frontiere dicssee o meno la verità. Test dal quale però poteva dipendere la vita di migliaia di persone. Comunque i sistemi di intelligenza artificiale sono  già largamente oggi utilizzati per predire dove e come hanno intenzione di spostarsi. E via così. Tutti strumenti dichiaratamente razzisti, per dirla con Petra Molnar, direttrice del Refugee Law Lab.

Già, ma perché accade? Caterina Rodelli è EU Policy Analyst per AccessNow, l’autorevole organizzazione per i diritti digitali. Che sul tema, ha scritto dei documenti durissimi. Con toni assai diversi da quelli pacati ai quali ci ha abituato. Già ma perché accade tutto questo? Ad Atlante delle Guerre Caterina Rodelli dice: “Certo l’esenzione dei database nell’articolo 83 non va vista isolata, ma va valutata insieme ad altri testi legislativi”. Quali? “Quelli che accrescono i poteri della polizia, per esempio la recente espansione dei poteri di Europol o la revisione di Prum II, l’accordo internazionale che consentirà la condivisione dei dati tra i Paesi firmatari dell’intesa, con pochissimi limiti. Anche quelli sul riconoscimento facciale.  La cantilena è sempre la stessa: la privacy va bene, ma la sua tutela può essere sacrificata quando c’è in ballo la questione della sicurezza. Ma com’è possibile che sia sempre tutto una questione di sicurezza? Nel caso dell’articolo 83 questo è più che evidente: qualsiasi cittadino non europeo diventa una minaccia, a prescindere. Nel momento in cui si cerca di portare regole in un mondo deregolamentato come quello dell’intelligenza artificiale, le autorità di polizia e dell’immigrazione richiedono che venga chiuso un occhio sulle loro attività”.

Ma c’è di più. Un qualcosa che dovrebbe interrogare urgentemente la politica: “Questa deroga è talmente normalizzata ed interiorizzata che l’articolo 83 è stato presentato senza neanche una riga spiegazione, non c’è nulla che ci dica il perché di quell’esenzione”. E resta allora il dubbio, il più atroce: “Quale gruppo umano migliore per testare delle tecnologie se non quello dei sommersi? Occhio non vede, cuore non duole”.
Vecchie discriminazioni, dunque, più quelle di chi istruisce le macchine, più quelle nell’applicazione dell’intelligenza artificiale. Razzismo punto tre. Che parte dall’Europa.

In copertina un muro di mattoni

Per saperne di più

Il documento di AccessNow

La denuncia di Refugee Law Lab

L’appello alla Ue di tutte le associazioni per i diritti digitali

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