Il ritorno della Carovana

Rientra in Italia il convoglio di StoptheWarNow dopo due giorni a Odessa e a Nykolaiv. Per portare aiuto e dire no alla guerra

dall’inviato Emanuele Giordana

E’ finita mercoledi mattina con la partenza da Odessa la Carovana di pace organizzata da StoptheWorNow che aveva raggiunto la città sul Mar Nero lunedi e martedi si era spostata a Mykolaiv, 130 chilometri più a Nord e considerata una sorta di porta verso Odessa nel caso l’esercito russo contemplasse di occupare anche la fascia marittima dell’Ucraina. Questo di un possibile nuovo assalto è un clima che si percepisce in entrambe le città anche se l’apparente tranquillità di Odessa stride con la evidente militarizzazione di Mykolaiv.

Mykolaiv sembrerebbe a tutta prima una “ridente località” sul Nipro, 130 chilometri a Nord di Odessa. Ordinata, pulita, alberata e anticipata da sconfinati campi di frumento che ancora ondeggiano le spighe al vento del Mar Nero. Ma al ponte sul quarto fiume d’Europa che ha qui il suo potente estuario, cominciano i sacchetti di sabbia, le postazioni mimetiche, i bunker infossati. E man mano che si avanza verso le strade che portano a Nord Nord-Est, la città, conquistata in periferia dai Russia che poi han dovuto ritirarsi, è un colabrodo di trincee, buche, rifugi, feritoie. Il fronte è a 15 chilometri dal centro e se finora le posizioni sono stabili, l’artiglieria russa martella a intermittenza. Nella notte tra ieri e lunedi, undici missili sono stati lanciati sulla città e solo due sono stati intercettati. Secondo fonti locali, Mykolaiv e Ochakiv, nei dintorni, sono state colpite con un primo bilancio, ieri mattina, di tre morti e sei feriti. Tra le vittime c’è una bambina di sei anni e un neonato di 3 mesi trasportato in terapia intensiva. Mercoledi mattina ancora un bombadamenti e con effetti più devastanti del giorno prima.

Secondo Maxim Kovalenko, del consiglio comunale cittadino, Mykolaiv conta 30 vittime civili dall’inizio della guerra e il bombardamento dell’impianto di desalinizzazione che ha lasciato la città senz’acqua potabile. Una città di 450mila abitanti ridotta adesso a 250mila perché in tanti se ne sono andati: “Prima – dice – forse metà dei cittadini era filorussa. Adesso non ne trovi uno”. Ma sembra, dice un collega qui da un po’, che nemmeno Zelensky sia troppo popolare. E a giudicare dalle file in attesa di un cestino o per riempire le bottiglie si capisce che il mantra della guerra finisce per essere sempre quello: morte, dolore. Fame se va bene.

E’ in questo clima che la Carovana di StoptheWarNow al suo secondo giorno in Ucraina deposita la merce raccolta in Italia nei locali di un paio di centri di raccolta locali. Nel primo i convenevoli vengono interrotti dalle sirene e si scende nel bunker rifugio: forse 150 metri attrezzati con cucine e letti. Il rifugio, ricavato sotto un centro di riabilitazione, offre l’occasione per altre parole: “Apprezziamo gli aiuti – dice Maxim ancora – ma ci tocca soprattutto che siate venuti sin qui sfidando le bombe”. Con molta diplomazia a chi chiede di cosa ha bisogno la città, Maxim – che pure ha parole di elogio per il suo presidente – evita di dire “Armi”, come accade il più delle volte. Evidentemente questo convoglio di pacifisti una funzione ce l’ha.

Nei pressi hanno scavato un pozzo. Chiedono di non fotografarlo perché non sia localizzato ma ci mostrano il desalinizzatore cui sta per aggiungersene un altro regalato da StoptheWarNow. Seimila euro ben spesi. “La città consumava 150 metri cubi in tempi normali ma ora è tanto se arriviamo a 20. E’ il problema più grosso”. L’acqua estratta dai pozzi è salmastra perché Mykolaiv è sdraiata su una laguna. L’acqua, che normalmente è la ricchezza della città per la presenza del fiume, adesso è la sua condanna. “Abbiamo provato mandare dei tecnici a riparare gli impianti ma abbiamo smesso. Alcuni di loro non sono tornati”. Poi tutti fuori per la foto di rito con lo striscione StoptheWarNow. Un pastore benedice. Gli anziani fuori dal cortile scrutano.

La gente in strada finge una normalità sospesa su quella che è la porta orientale verso Odessa e che i russi tengono in scacco con i missili uno dei quali, lunedi notte, ha colpito uno stadio in un complesso della marina. Obiettivo militare? Paradossalmente ha solo sfiorato il tappeto verde del campo e adesso un cratere richiama le visite degli abitanti del quartiere. Bastava che l’ordigno fosse caduto qualche pugno di metri più in là e sarebbe stata un’altra strage. Si riparte per Odessa e, oggi, per l’Italia. Al check point c’è un ragazzino – mitra ed elmetto – di 18 anni. Uno “sbarbato” si dice a Milano. Lasciati giù gli aiuti i camioncini ora sono vuoti. Ma il cuore, retorica o no, è gonfio.

Il ritorno a Odessa consente una “foto oportunity” con striscione anche nella città fondata da Caterina la Grande sulle ceneri, pare, di un insediamento greco di nome “Odisseus” che la zarina volle declinato al femminile. Il centro che guarda il mare è imponente. E se non c’è nulla delle vestigia ottomane non c’è nemmeno troppa aria di Russia (in tutte le altre parti l’impronta sovietica è invece chiarissima) perché l’architettura richiama piuttosto elementi tipici di quella dell’Europa occidentale. Chi la disegnò e progettò per Caterina era del resto un nobile francese che si serviva di architetti italiani e si vede. Alla sera a letto presto. E alla mattina di mercoledi si riparte per l’Italia via Chisinaiu, Moldavia. Un altro Paese sospeso sulla guerra.

Nel testo due particolari dell’architettura odessina e, in mezzo, case bombardate a Nykolaiv

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