Il sultano alla conquista dell’Africa (2)

Come la strategia di Erdogan si muove dietro il nuovo conflitto in  Libia. Un  Paese trasformato in campo di battaglia dalle potenze regionali e non riunite in due coalizioni. Seconda puntata

Le forze combattenti della Libia orientale fedeli al comandante Khalifa Haftar hanno annunciato  un cessate il fuoco nella regione occidentale, che comprende la capitale Tripoli. Un primo passo verso un raffreddamento del conflitto. Di seguito la seconda puntata dell’analisi di

di Alessandro De Pascale*

Se in Libia con al-Serraj ci sono – sul fronte mediorientale – la Turchia di Erdogan e il Qatar, nell’asse filo Haftar ci sono invece Paesi arabi che contrastano la Fratellanza Musulmana e dall’imprinting monocratico molto evidente: nazioni che non concedono apertura democratica e parlamentare, promuovendo di conseguenza una visione autoritaria del potere, secolare o se vogliamo secolarista, da parte di élite che governano col pugno di ferro i loro Paesi. «Questo è il motivo per cui Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti aiutano Haftar», ammette Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation, unico centro di ricerca non governativo affiliato direttamente all’Alleanza Atlantica. «Anche se alla fine – continua l’analista – non è un problema di ideologia, quanto piuttosto la paura della stabilità di certi governi che sono da molto tempo fragili. I Fratelli Musulmani furono tra i protagonisti della rivolta araba in Egitto e il nuovo governo di al-Sisi, prendendo il potere con quello che ovviamente è stato un colpo di Stato, li ha repressi. Quindi se l’Egitto ha delle mire sulla Libia è contro il governo di unità nazionale vicino ai Fratelli Musulmani. Anche se non va dimenticato che quello è l’esecutivo tuttora riconosciuto dalle Nazioni Unite e non possono usare criteri politico-religiosi, in questo caso più politici che religiosi, per dare legittimità a un governo», conclude Politi. Persino l’intransigenza di Ankara nei confronti dell’Arabia Saudita rispetto all’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi (assassinato e fatto a pezzi a Istanbul il 2 ottobre 2018 dentro il consolato di Ryad) rientra in questa contrapposizione.

L’avanzata sunnita in Africa

Il dato di fatto è che con l’asse Turchia-Qatar, il mondo sunnita sta guadagnando terreno in Africa. «Lo fa rispetto all’islam tradizionale di quel continente – continua Politi – che è quello legato al mondo sufi, dei santi, delle confraternite. Un mondo che sta avanzando con i propri interessi, prerogative e ambizioni commerciali, in cui c’è sicuramente un gioco di squadra. Con l’altro asse diplomatico, che è quello legato al processo di cosiddetta riforma del cadetto reale saudita Moḥammad bin Salman, si contendono diversi Paesi africani, poveri ma nei quali anche un piccolo investimento può determinare una certa eco. La Libia probabilmente è l’ultimo elemento di questa diatriba, in cui la Turchia ha una presenza commerciale consolidata nel tempo che cerca di saldare alle mire sui fondali del Mediterraneo». Uno scacchiere, questo, sul quale, non bisogna mai dimenticare, va in scena anche la contrapposizione di tipo confessionale tra l’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita.

Il regime degli ayatollah di Teheran è sempre più presente nella regione: Yemen (con gli Houthi), Libano (Hezbollah), Striscia di Gaza (Hamas), Iraq (con proprie milizie) o Siria (al fianco del rais Bashar al-Assad). Gli ayatollah scalciano per inserirsi laddove possono cercare di togliere terreno d’influenza ai sunniti. Il tutto mentre lo scontro Iran-Usa da guerra di basso profilo rischia l’escalation militare. A riaccendere la miccia, l’assassinio in Iraq ad opera di un drone statunitense del generale iraniano Qassem Soleimani, capo del Quds (corpo speciale militare delle Guardie Rivoluzionarie che si occupa delle operazioni all’estero) e quindi architetto di gran parte delle attività del regime di Teheran in Medio Oriente.

A quell’omicidio mirato ed extraterritoriale condotto dagli statunitensi, sono seguiti lanci di missili iraniani sulle basi Usa in Iraq. Ma anche “restrizioni d’emergenza” nello spazio aereo iraniano, iracheno e del Golfo Persico, imposte dagli Usa dopo che l’8 gennaio un Boeing 737 della compagnia ucraina Ukraine International Airlines diretto a Kiev è precipitato subito dopo il decollo dall’aeroporto internazionale di Teheran. Nessun sopravvissuto tra le 176 persone a bordo in un’azione militare iraniana che Teheran ha giustificato come “errore umano”.

Vecchi e nuovi blocchi mondiali

Ancora non del tutto delineata è invece la relazione tra i due leader forti delle altrettante coalizioni presenti in Libia: il presidente turco Erdogan e il suo omologo russo Vladimir Putin. «I rapporti tra Erdogan e Putin – spiega ancora il direttore della Nato Defense College Foundation – sono, come sulla scena internazionale succede ormai da vent’anni, al tempo stesso di competizione e di collaborazione, pur giocando su tavoli diversi. In Siria, ad esempio, si collabora. In Libia si compete. Ma molto probabilmente i due leader si metteranno d’accordo, stabilendo poi a livello tecnico protocolli e adottando una serie di accortezze, così da evitare incidenti tra le differenti forze, in altre parole per non spararsi a vicenda in situazioni confuse. È quello che in gergo tecnico si chiama “deconfliction agreement”». Accordi che non dovrebbero impedire a Putin di continuare a fornire mercenari sul terreno e stampare moneta al generale libico Haftar. Ad Erdoğan, di dare ad al-Serraj droni prodotti da un’azienda di un suo genero.

“Deconfliction agreement” simile a quello raggiunto in Siria, dove la Turchia ha invaso e sottratto territorio al dittatore al-Assad, il cui regime è appoggiato dalla Russia. Dalla stanza dei bottoni sembrano invece usciti almeno ufficialmente gli Usa: «Sul piano degli investimenti si sta esponendo la Turchia, con un rapporto personale tra i due leader, Trump ed Erdogan, a vocazione temperamentale, in cui – secondo Francesco Strazzari, docente di relazioni internazionali alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa – è evidente che il presidente turco sta scivolando nel campo russo, ad esempio negli armamenti». Nel dicembre 2017 la Turchia ha acquistato da Mosca il sistema missilistico antiaereo S-400, scelta in seguito alla quale Washington ha minacciato di escludere Ankara dal programma dei nuovi caccia F-35 della Nato. A questo punto, l’ultima domanda è sul ruolo dell’Alleanza Atlantica in questa partita.

Cosa fa la Nato?

«Pur tenendo ovviamente conto delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, la Nato non ha un consenso per un intervento al fianco del governo riconosciuto dalle Nazioni Unite», dice infine Politi. «Anche invocare da parte della Turchia la solidarietà atlantica (prevista dall’articolo 5 del trattato a difesa di un Paese membro, nda) è un po’ complicato. Perché le truppe di Haftar non hanno attaccato la Turchia e nonostante quest’ultima sia stata invitata ad intervenire dal governo locale, ciò è avvenuto su base bilaterale non collettiva», conclude il direttore della Nato Defense College Foundation.

Si assiste nuovamente a una competizione regionale, come troppo spesso accade, insensata ma che evidentemente sembra interessante per chi la porta avanti. La regione avrebbe tutto da guadagnare da pace, stabilità e cooperazione, ma a quanto pare, anche a causa delle influenze esterne, non riesce a cogliere questa opportunità.

Fine (la prima puntata è uscita il 10 gennaio)

* Giornalista, autore delle schede Iraq e Kurdistan per l’Atlante delle guerre

In copertina: un dipinto che ritrae i sultani ottomani

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