Il vertice di Pyongyang: apertura e dialogo fra le due Coree

L'incontro fra Moon Jae-in e Kim Jong-un, il terzo nel giro di cinque mesi, ha fatto ripartire il dialogo diplomatico fra Washington e Pyongyang. L'analisi

di Rosella Ideo°

La diplomazia intercoreana ha preso l’abbrivio e ha fatto ripartire il dialogo diplomatico, in stallo, fra Washington e Pyongyang. Il terzo vertice tra Moon Jae-in  e Kim Jong-un nel giro di cinque mesi, svoltosi nella capitale del Nord dal 18 al 20 settembre, dimostra che il rapporto di fiducia fra i due leader e i passi concreti per ridurre la tensione politica e militare fra i due paesi si stanno consolidando. Dopo un decennio di chiusura dei governi conservatori del Sud nei confronti del regime dei Kim, il presidente progressista Moon Jae-in, in carica dal maggio del 2017, ha fatto della distensione intercoreana e della pace nella penisola la cifra del suo mandato.

Il suo ruolo di mediatore fra il presidente Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un è sempre più essenziale per dipanare una situazione complessa fra le due metà della penisola aggravata da pregiudizi e interessi confliggenti dalle potenze dell’Asia Pacifico. Nel suo discorso allo stadio di Pyongyang il presidente del Sud si è fatto garante della serietà di Kim nel perseguire la denuclearizzazione e ha esposto le prime “misure concrete” per attuarla. Un impegno preso di fronte ai coreani del Nord e del Sud, alla comunità internazionale e soprattutto all’alleato americano, ineludibile partner in un processo di pace che potrebbe cambiare la vita di milioni di coreani e incidere positivamente sugli equilibri regionali in rapido mutamento. Moon, primo presidente del Sud a rivolgersi direttamente ai nordcoreani nel gremito stadio di Pyongyang, ha evocato la possibilità che la Corea torni ad essere “un solo paese” come era prima della guerra.

Misure concrete per la denuclearizzazione

La Corea del Nord, ha asserito Moon, è pronta a smantellare “definitivamente” il sito missilistico più importante di Tongchang-ri, processo in parte già iniziato. La novità è che il paese, nucleare a tutti gli effetti dalla fine del 2017, consente la presenza degli ispettori internazionali per la verifica in loco finora negata. L’altra inaspettata novità è che Pyongyang è pronta a chiudere definitivamente l’unico reattore nucleare che possiede a Yongbyon. A una condizione: che gli Stati Uniti adottino “delle misure equivalenti nello spirito della dichiarazione congiunta del 12 giugno 2018” rilasciata al termine del vertice fra Donald Trump e Kim Jong-Un. Letto in chiaro implica che gli Stati Uniti procedano sulla strada della normalizzazione delle relazioni diplomatiche bilaterali e firmino una dichiarazione di pace che sia preludio a un trattato di pace vero e proprio.  Al vertice Singapore, il Segretario di Stato Mike Pompeo facendo eco al presidente aveva promesso a Kim garanzie di sicurezza non specificate, ma “uniche e diverse da quelle proposte finora”. Successivamente è ritornato al vecchio refrain della “denuclearizzazione completa, verificabile e irreversibile” della RPDC (Repubblica Popolare Democratica di Corea). Ben sapendo che si tratta di proposta irricevibile per Pyongyang.

Poche ore dopo il vertice, incurante delle contrarietà e delle riserve dei suoi funzionari (del Dipartimento di Stato, della Difesa, della Sicurezza), il presidente ha twittato il suo entusiasmo per le misure di smantellamento concordate fra Moon e Kim e per il successo del vertice. La prossima tappa sarà a margine dell’Assemblea generale dell’ONU a fine settembre dove il Segretario di Stato ha fissato un incontro con il suo omologo nordcoreano. Mike Pompeo è anche atteso alla sessione del Consiglio di Sicurezza dedicata alla Corea del Nord dove probabilmente sosterrà sia la continuazione del pesante regime di sanzioni che stanno letteralmente strangolando la Corea del Nord sia le accuse, già avanzate a Pechino e a Mosca, di averle aggirate.

La variabile Donald Trump

La penisola coreana è tuttora appesa all’armistizio del 1953 che pose fine alla disastrosa guerra iniziata tre anni prima. Per arrivare a firmare la pace, rimasta in sospeso, occorre la compresenza di tutti i belligeranti della guerra di Corea. Stati Uniti e Cina in prima luogo. Non è facile intaccare il muro di diffidenza e ostilità che per settant’anni ha invelenito i rapporti fra le due Coree e fra gli Stati Uniti e la Corea del nord.

Moon e Kim premono di concerto su Donald Trump che è l’unico presidente americano in carica ad aver accettato di incontrare un leader nordcoreano da pari a pari, sdoganandolo sulla scena internazionale. Paradossalmente Trump rappresenta una finestra di opportunità unica perché sembra pronto a risolvere con l’accetta un nodo gordiano che nessun altro presidente è riuscito a tagliare. Dalla minaccia della distruzione totale della RPDC del settembre scorso alla luna di miele con Kim il passo è stato breve.  Lo ha spiegato bene Bruce Cumings, uno dei maggiori esperti di storia contemporanea coreana, qualche giorno dopo il vertice Trump/Kim.  La mancanza di esperienza e di qualsiasi legame con l’establishment di politica estera di Washington dà a Trump la possibilità di guardare con “occhi innocenti la situazione coreana”. Trump è il primo presidente ad aver definito una “provocazione” le massicce esercitazioni militari congiunte delle forze armate di Stati Uniti e Corea del sud.  Anche se ignora la storia della penisola ha colto nel segno decidendone all’improvviso, al vertice con Kim, la sospensione. I nordcoreani hanno sempre percepito le esercitazioni, compresa quella dal nome volutamente evocativo per ”decapitare il regime” e la minacciosa presenza dei B-52 che hanno contribuito alla devastazione della RPDC nella guerra di Corea, come la prova generale di un’invasione a tappeto. Il 5 settembre Kim si era impegnato ad accelerare la “denuclearizzazione della penisola”, fatte salve le relative garanzie di sicurezza americane (che sono appoggiate da Seul, Pechino e Mosca), entro la fine del “primo mandato” di Trump nel gennaio 2021.

Gli accordi intercoreani in continuità con il decennio progressista

L’altra parte sostanziale del vertice è stata dedicata agli accordi intercoreani militari ed economici. Gli accordi militari, alcuni dei quali già operativi, servono a prevenire gli scontri armati e a volte cruenti che si sono verificati dal 1953 in poi sia lungo il confine del 38° parallelo che spezza in due la penisola, sia lungo la linea di divisione marittima stabilita unilateralmente dall’ONU e mai riconosciuta da Pyongyang.

Sono altrettanto importanti gli accordi economici, essenziali per ridare fiato a un’economia disastrata. A partire dalle strade e dalle ferrovie e dalle altre infrastrutture ormai quasi inesistenti. Molti dei progetti di cooperazione economica fra Sud e Nord oggi sul tavolo risalgono al secondo vertice intercoreano del 2007. Moon costruisce su un dossier che conosce a fondo in quanto era all’epoca il braccio destro del presidente Rho Moo-yun. Gli accordi erano stati cancellati e disattesi dai due presidenti conservatori che hanno governato per un decennio fino alla sua elezione. Non si tratta che di aggiornare quei progetti la cui realizzazione dipende, però, dal sollevamento delle sanzioni. Con Moon sono atterrati a Pyongyang duecento uomini di affari che rappresentano il gota della fiorente economia del Sud. Per stabilire i primi contatti.

Rischi di deragliamento

E’ fuori di dubbio che il processo in atto sia solo agli inizi e presenti ostacoli e rischi di deragliamento di ogni genere. E’ per questo motivo che i due leader nordcoreani vogliono la firma di una dichiarazione di pace e un sistema blindato di accordi fra le due Coree e fra la Corea del Nord e gli Stati Uniti.

Anche se resta il rischio che una nuova amministrazione americana e/o un nuovo presidente conservatore al Sud possano cancellare tutti gli accordi con un tratto di penna (vedi Iran) sarebbe più difficile per Washington intromettersi negli affari interni della penisola. In Corea del sud i conservatori faranno di tutto per boicottare gli accordi col “nemico”, ostili e diffidenti verso qualsiasi progetto di riconciliazione e timorosi che la politica del presidente Moon porti a una spaccatura con l’alleato americano.

Anche se Moon ha riaffermato la volontà di mantenere ben salda l’alleanza con l’America compresa la relativa protezione del suo ombrello nucleare. Nello stesso, tempo conscio delle rivalità delle grandi potenze nell’area Asia Pacifico, che hanno come epicentro la crisi nucleare, ha ribadito che un regime di pace permanente è la strada che permetterà al Sud e al Nord di gestire in proprio da protagonisti i problemi della penisola coreana ”il cui obbiettivo è il benessere economico comune e la riunificazione senza l’influenza e “il condizionamento della situazione internazionale”. La strada di Moon Jae-in è molto lunga e accidentata.

* coreanista, è stata docente di Storia politica e diplomatica dell’Asia orientale a Milano, Roma e Trieste fino al 2010. Si interessa prevalentemente delle relazioni internazionali in Asia Orientale con particolare riferimento alle due Coree, Giappone e Cina. Da anni collabora con l’Atlante delle guerre e dei conflitti

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