Israele al voto per non cambiare nulla

I palestinesi di cittadinanza israeliana annunciano di voler boicottare il voto, mentre si ignorano i rapporti con l'Anp. Alcuni scenari

di Raffaele Crocco

C’è qualcosa di nuovo nel voto in Israele, oggi. Non è però una novità buona: per la prima volta i partiti che hanno affrontato la campagna elettorale hanno completamente – o quasi – ignorato il tema del rapporto con l’Autorità palestinese.

E’ diventato ufficiale, insomma, che in quella che giustamente consideriamo l’unica democrazia del Vicino Oriente, le ragioni della minoranza araba – significa un abitante su cinque del Paese – vengono ormai totalmente ignorate. Così come definitivamente tramontata pare essere – fra gli israeliani – quell’ipotesi di soluzione del conflitto che a noi europei ancora piace tanto. Il riferimento è a quel “due popoli, due stati” che aveva dato vita agli Accordi di Oslo nel lontanissimo 1993.

Il risultato di tutto questo è che i palestinesi di cittadinanza israeliana hanno annunciato di voler boicottare il voto. Le urne sono aperte dalle 7 del mattino. Andranno a votare poco più di 6milioni di persone. Per eleggere i 120 rappresentanti della Knesset, la camera unica. E’ un voto anticipato. Il premier Benjamin Netanyahu, capo del Likud, faticava a tenere in piedi una maggioranza sempre più spostata destra, ma con sempre meno pezzi. A novembre il ministro della difesa, Avigdor Liberman, capo del partito Israel Beytenu, la formazione che raccoglie gran parte degli ebrei russi, si era dimesso, in disaccordo con la tregua raggiunta con Hamas. A quel punto Netanyahu, colpito anche da alcune inchieste giudiziarie, ha scelto la via delle urne.

Non è il favorito, ma forse governerà ancora, come sta facendo dal 2011. L’ex generale Benjamin Gantz, con il suo partito di centro “Bianco e blu” – i colori della bandiera israeliana – dovrebbe conquistare più seggi. I sondaggi lo danno fra i 28 e i 32. Sarà costretto, però, a creare un governo di coalizione ed è su questo che potrebbe cadere. Difficile immaginare possa convincere i partiti del centrosinistra, soprattutto perché – anche con l’appoggio esterno delle formazioni filo arabe – non raggiungerebbe la maggioranza. Così dovrà cercare consensi proprio nel “serbatoio” del rivale.

Il fallimento, dicono gli osservatori, è probabile e quindi l’incarico tornerebbe a Netanyahu. Di recente, ha stretto una patto elettorale con le formazioni più ortodosse di Israele, le più intransigenti e a destra. Per tenerle vicine, potrebbe far votare la legge che gli ultraortodossi chiedono da tempo: l’esenzione dal servizio militare per i religiosi. Certamente, continuerebbe la politica di occupazione dei territori israeliani. Sabato scorso è stato varato un nuovo piano, per 770 nuovi alloggi nelle colonie. Lo Stato, poi, è diventato di fatto confessionale. Lo scorso luglio è stata approvata una legge che definisce Israele “Stato -Nazione del popolo ebraico”. In questo modo, il calendario ebraico è diventato quello ufficiale e la lingua araba da “ufficiale” è diventata speciale. Inoltre, Gerusalemme è stata dichiarata capitale. Tutte scelte che rendono lontanissima ogni ipotesi di pace con i palestinesi. Difficile queste elezioni possano cambiare qualcosa.

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