Istanbul, il canale della discordia

Il progetto che prevede la creazione di un canale alternativo al Bosforo apre a vari scenari nazionali e internazionali. L'intervista

di Alice Pistolesi

Torna in auge il progetto del canale di Istanbul, presentato nel 2011 ma bloccato nel 2018 a causa della crisi finanziaria. Il 30 marzo 2021 il governo turco ha annunciato la ripresa del maxi progetto di creazione di un canale artificiale alternativo al Bosforo.

Annuncio che porta con sé una serie di questioni sia interne, che internazionali. Ne abbiamo parlato con Murat Cinar, giornalista ‘in bilico’ tra Italia e Turchia.

Quali sono le conseguenze principali di questa nuova opera?

Ci sono alcune conseguenze probabili e alcune sicure. Partirei dalle seconde. Sappiamo poco dei dettagli del progetto perché non è stato pubblicizzato in maniera trasparente ma alcuni punti fermi ci sono. Verranno costruiti sul canale nove cittadelle e dieci ponti. Queste cittadelle con tanto di scuole, centri commerciali e ospedali porteranno a Istanbul almeno un milione di nuovi abitanti. Tutto questo in una città con già 17milioni di residenti ufficiali e problemi evidenti di inquinamento, disoccupazione, microcriminalità. Dal canale passeranno ovviamente le navi, creando inquinamento acustico per i nuovi abitanti delle cittadelle.

Questo nuovo cemento avverrà poi in una zona estremamente sismica. Non è apocalittico pensare che queste nuove case di oggi saranno macerie domani. Con la cementificazione selvaggia degli ultimi vent’anni a Istanbul si è costruito anche nei luoghi di incontro in caso di emergenza. Da anni in tutte le grandi città c’è la tendenza a costruire fuori dal perimetro cittadino per non peggiorare il traffico e l’inquinamento. Il trend turco è invece fermo a quarant’anni fa.

Ci sono altre questioni ambientali?

Indubbiamente. Quella centrale riguarda la risorsa idrica. Il canale sorgerà in zone che sono fonti di acqua potabile e sono molto utilizzate dai piccoli agricoltori del posto. Istanbul ha sempre avuto problemi di acqua potabile, inoltre è costretta ad importare i prodotti agricoli per motivi legati alla siccità. Questa ulteriore ondata di cemento peggiorerà la situazione.

C’è poi la questione della migrazione di uccelli. Friday for Future Turchia ha infatti rilevato che dall’Egeo alla Crimea c’è il passaggio di moltissime specie in vari periodi dell’anno. Questo ennesimo colpo al polmone verde della città, che è già praticamente distrutto, provocherà una serie di conseguenze ambientali notevoli.

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L’amministrazione locale cosa pensa del progetto?

Il Comune di Istanbul ha presentato un ricorso e sono state raccolte più 600mila firme contro il progetto. L’amministrazione locale, però, non viene considerata perché la decisione è governativa.

Già dal 2016 dai banchi del Ministero dell’energia si promuoveva questo progetto con rendering in 3d per attirare investitori e costruttori. Questa ricerca ha prodotto che fino ad oggi i terreni siano stati venduti a poche aziende edili vicine al governo. Una appartiene alla mamma dell’emiro qatariota, mentre un’altra è del genero del Presidente della Repubblica.

Si tratta ancora una volta di poche aziende che vincono, a prezzi modici, a causa anche della scarsa trasparenza, appalti su appalti nel Paese.

Si tratta quindi di un copione che si ripete?

La cultura del cemento in Turchia ha portato a costruire università, moschee poi rivendute per mancanza di seguaci, centri commerciali, ospedali privati, aeroporti inaugurati quattro volte perché non attiravano voli.

Il Ponte sul Golfo d’İzmit, Osman Gazi e il terzo ponte di Istanbul sono stati altri due investimenti fallimentari perché vengono attraversati pochissimo. Tutto questo cemento ha una spiegazione: far arricchire quelle 4-5 aziende vicine al governo e che possiedono media.

Quali invece i costi economici di questa mega opera?

Il governo stima un investimento di 20miliardi di dollari ma secondo il sindaco di Istanbul, solo per la realizzazione, ne serviranno almeno il doppio.

Tutto questo in un Paese in grave crisi economica con un 13% di disoccupazione, che, secondo i sindacati supera invece il 30% e un’inflazione alle stelle.

La creazione del canale potrebbe portare la Turchia al ritiro dalla convenzione di Montreaux del 1936 che regola la navigazione attraverso gli stretti. È plausibile? Quali potrebbero essere le conseguenze?

Il ritiro da Montreaux è probabile ma ci sono vari elementi da considerare che potrebbero far desistere la Turchia dall’uscita.

La convenzione in passato ha fatto sì che durante la seconda guerra mondiale le navi russe potessero sostare sulle acque turche senza comportare un suo coinvolgimento bellico. Non solo, da ogni passaggio di navi, la Turchia guadagna soldi, rifornimenti, ecc.

Se si decidesse di uscirne il governo potrebbe farlo passare per un passo rivoluzionario di indipendenza, di forza del Paese, ma non è così semplice. Un’altra ipotesi è quella che ci possa essere un accordo con gli Stati Uniti che beneficerebbero del ritiro dalla Convenzione per avere accesso illimitato al mar Nero. Anche questo è plausibile ma la storia di questo governo ci ha insegnato che non viene mai fatto un passo a favore degli alleati senza sapere di poter avere un grosso beneficio e al momento non si sa quale potrebbe essere, si possono fare solo congetture.

Il portavoce del partito di Erdogan dieci giorni fa ha rilasciato due dichiarazioni contraddittorie sul ritiro da Montreaux. Come in altri casi, infatti, tastano il polso della situazione, prima di procedere con le mosse ufficiali.

La stessa cosa è successa con la Convenzione di Istanbul contro la violenza di genere?

Esatto. In quel caso il terreno è stato preparato per un anno. Si sono create le basi prima con i giornali fondamentalisti, poi con quelli più moderati di centro destra, fino ad arrivare a dibattiti televisivi. Dopo che la discussione ha assunto forma nazionale si è poi arrivati in parlamento, fino al decreto notturno di Erdogan che ha sancito il ritiro ufficiale. Tutto questo nonostante la maggioranza dell’elettorato fosse contraria all’uscita. I media sono quasi tutti al  servizio del governo, idem la magistratura. Con questi due alleati di ferro l’esecutivo può preparare agevolmente il terreno per mettere in atto le proprie mosse.

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