La calda estate dell’Africa (aggiornato)

Un agosto africano segnato da proteste popolari, visite dall’estero, tornate elettorali, spiragli di pace, ma anche conflitti assopiti che, purtroppo, si riaccendono. Sintesi di un ennesimo periodo difficile

di Marta Cavallaro

Nelle ultime settimane l’Africa è stata protagonista di proteste popolari, visite dall’estero, tornate elettorali, spiragli di pace, ma anche conflitti assopiti che, purtroppo, si sono riaccesi. In questi ultimi giorni di agosto, è arrivato il momento di fare il punto della situazione. Ecco un riassunto dei principali avvenimenti che hanno recentemente segnato il continente e di cui probabilmente sentiremo ancora parlare.

Un’estate di proteste

Agosto è stato un mese di proteste in Africa. Dalla Repubblica Democratica del Congo (RDC) alla Sierra Leone e al Sud Africa, i popoli africani sono scesi in strada per dare voce ai loro problemi e richiederne soluzioni. Le proteste in RDC sono state animate dalla frustrazione nei confronti della missione Onu, accusata di non essere in grado di proteggere la popolazione e contrastare i gruppi armati attivi nel Paese.

In Sud Africa e in Sierra Leone invece a far traboccare il vaso sono state l’inflazione dirompente e il conseguente aumento dei prezzi. Le proteste scoppiate il 10 agosto in Sierra Leone, paese che gode di relativa stabilità dal termine della guerra nel 2002, sono state segnate da un inaspettato livello di violenza. La morte di circa una trentina di vittime tra forze dell’ordine e popolazione civile ha scosso la nazione e ha evocato i ricordi della guerra che, secondo le Nazioni Unite, ha causato almeno 70.000 morti e 2,6 milioni di sfollati. Julius Bio, presidente del Paese, ha respinto la possibilità che le proteste siano il riflesso della rabbia della popolazione per l’aumento dei prezzi, accusando l’opposizione e la diaspora sierraleonese di averle orchestrate per rovesciare il suo governo.

Pacifico è stato invece lo sciopero generale in Sud Africa, promosso mercoledì 24 agosto dalle principali organizzazioni sindacali del paese. Le persone sono scese in strada per protestare contro il deterioramento delle condizioni economiche in un paese in cui la povertà aumenta, l’inflazione ha raggiunto livello storici e i prezzi dei beni di prima necessità continuano a crescere. Le richieste avanzate dai sindacati includono un tetto al prezzo del carburante, interventi nel settore energetico, misure interventiste nell’economia per contenere l’aumento dei prezzi, esortazioni al settore privato affinché riprenda ad investire nel paese, misure per contrastare le corruzione e la xenofobia.

Elezioni importanti

Due tornate elettorali hanno tenuto il continente con il fiato sospeso questo mese. In Kenya sono state vinte da William Ruto, dopo un testa a testa con il candidato rivale Raila Odinga che lunedì scorso ha contestato il risultato finale facendo ricorso alla Corte Suprema.

Un risultato simile è atteso in Angola, Paese che mercoledì si è recato alle urne per rinnovare il Parlamento ed eleggere un nuovo Presidente. Per la prima volta non sembrava assicurata la vittoria del Marxist People’s Movement for the Liberation of Angola (MPLA), partito al potere dall’indipendenza del paese nel 1975 e guidato dall’attuale Presidente Joao Lourenço alla ricerca di un secondo mandato. La campagna elettorale è stata segnata da un aumento della popolarità del National Union for the Total Independence of Angola (UNITA), partito all’opposizione ed ex movimento ribelle, guidato da Adalberto Costa Junior.

UNITA sembrava essere riuscito a canalizzare la frustrazione della popolazione contro l’attuale Presidente, accusato di non aver mantenute le promesse di cambiamento che gli avevano permesso di essere eletto nel 2017. Le elezioni locali previste per il 2020 sono state rinviate all’infinito, il controllo sui mezzi di comunicazione non è stato allentato, la lotta contro la corruzione non ha prodotto risultati. Nel frattempo le condizioni di vita della popolazione non sono migliorate: in Angola la povertà aumenta così come l’inflazione e il costo della vita, nonostante il paese sia uno dei maggiori produttori di petrolio nel continente, secondo solo alla Nigeria. Secondo quanto riferito dalla Commissione elettorale MPLA avrebbe vinto le elezioni con il 51% dei voti. I rappresentanti di UNITA hanno contestato il risultato menzionando discrepanze tra il proprio conteggio e quello della Commissione. Temendo che la disputa possa accendere la violenza, Costa Junior ha esortato i suoi sostenitori a mantenere la calma.

Guerra e pace

I venti di guerra non hanno risparmiato neanche la Libia. Sabato scorso almeno 32 morti e 159 feriti sono stati registrati negli scrontri scoppiati a Tripoli tra i gruppi armati supportati dai due governi rivali attualmente al potere nel paese. Non si assisteva a tale violenza da circa due anni e si teme che episodi come questo possano degenerare determinando un ritorno alla guerra a tutti gli effetti. Il paese rimane diviso in due fazioni politiche che si contendono il potere: da un parte, il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Abdul Hamid Dbeibah e riconosciuto dalla comunità internazionale; dall’altra, l’amministrazione rivale, capeggiata da Fathi Bashaga e sostenuta dal generale Khalifa Haftar e dal Parlamento con base a Tobruk nell’est del paese.  Il GNU, insediatosi al potere nell’ambito del processo di pace per la Libia guidato dalle Nazioni Unite, ha accusato Bashagha di aver innescato gli ultimi scontri per marciare sulla capitale e prendere il controllo del paese. Dal canto suo, Bashagha ha più volte ripetuto che la posizione del GNU è illegittima: il suo mandato sarebbe dovuto terminare il 24 dicembre, data in cui al popolo libico erano state promesse elezioni generali, poi rimandate indefinitivamente.

Sabato 20 agosto si è aperto in Ciad il tanto atteso dialogo nazionale che ha riunito a N’Djamena i rappresentanti di circa 40 gruppi ribelli insieme a più di 1400 membri delle forze armati, della società civile, dei sindacati e dei partiti d’opposizione. Il dialogo è stato lanciato dal generale Mahamat Idriss Deby, salito al potere l’anno scorso in seguito alla morte di suo padre, leader del paese ucciso nel corso di un’operazione militare contro gruppi ribelli. Instaurato un governo militare di transizione, Mahamat Deby aveva promesso elezioni entro 18 mesi dalla presa di potere.

L’obiettivo dei colloqui è definire i termini e le condizioni per una pace duratura, riformare le istituzioni statali, redigere una nuova costituzione e stabilire le regole del gioco per le prossime elezioni. Nello specifico, sarà da capire se agli attuali membri della giunta militare sarà concessa la candidatura alle elezioni. Secondo gli osservatori, ad ostacolare processo di transizione è l’assenza di FACT, il principale gruppo ribelle che ha boicottato il dialogo decidendo di non prendervi parte. La stessa decisione è stata presa da diversi partiti all’opposizione ed esponenti della società civile, che accusano i militari di aver commesso gravi violazioni di diritti umani nel paese e di voler sfruttare il processo di transizione per preparare la candidatura di Mahamat Deby alla presidenza. Tutto ciò ha intaccato le speranze di un rapido accordo di pace, sollevando dubbi sulla legittimità del dialogo e mettendo in luce la generale mancanza di inclusività nel Paese.

In altre parti del continente, ad est, i conflitti purtroppo si riaccendono. Dopo mesi di tregua mercoledì scorso la violenza è ripresa nella regione del Tigrai in Etiopia tra i ribelli tigrini e le forze nazionali del presidente Abiy Ahmed.

Chi viene e c’è chi va

Quest’estate l’Africa è stata al centro dei riflettori per le visite frequenti di figure di spicco della politica internazionale. Ad avviare le danze è stato Sergei Lavrov, Ministro degli Esteri russo, che a fine luglio ha visitato la RDC e l’Uganda per poi dirigersi in Etiopia e chiudere in bellezza con l’Egitto. Qualche settimana dopo Anthony Blinken, Segretario di Stato americano, ha ripercorso alcune delle sue tappe nelle sue visite in Sud Africa, RDC e Ruanda. Emmanuel Macron è stato avvistato in Cameron, Guinea Bissau e Benin a fine luglio mentre negli ultimi giorni si trovava in Algeria.

Secondo diversi analisti, quella a cui stiamo assistendo è una “nuova guerra fredda” in cui vecchi e nuovi attori si contendono il continente africano. Non è difficile immaginarne il perché. Entro il 2050, gli africani saranno il 25% della popolazione mondiale: in altre parole, sono la futura forza lavoro di un mondo in cui la popolazione di molti paesi sta invecchiando rapidamente. Il continente ospita poi la seconda più grande foresta pluviale e importanti risorse minerarie che, fondamentali per le tecnologie di energia rinnovabile, garantiranno un futuro sostenibile al nostro pianeta. Infine i Paesi africani rappresentano il più grande blocco delle Nazioni Unite di cui insieme costituiscono circa il 28% dei voti.

C’è chi viene e c’è chi va. Dopo quasi 10 anni nel paese, martedì 16 agosto le ultime truppe francesi hanno lasciato il Mali. L’intervento francese ha inizio nel 2013 quando, su richiesta di Bamako, la Francia invia le prime truppe nel nord del Paese per contrastare un’offensiva del movimento separatista di etnia tuareg, che si era alleato con un affiliato di al-Qaeda. L’intervento era stato concepito per impedire ai gruppi ribelli di marciare sulla capitale Bamako e prendere il controllo dello Stato. Almeno questo obiettivo è stato raggiunto. I 5.000 soldati francesi dispiegati nel paese hanno fallito nell’ambizione più ampia di ripristinare la sicurezza, eliminare la minaccia terroristica e stabilizzare il governo maliano, vittima di due colpi di stato nel 2020 e nel 2021 e oggi sostituito da una giunta militare.

I rapporti di Bamako con Parigi si sono incrinati proprio allora, quando la Francia ha cominciato ad esercitare pressioni sul governo militare affinché adottasse un piano per una rapida transizione al governo civile. Per colmare il vuoto lasciato dalla Francia, la giunta militare si è rivolta alla Russia: mercenari appartenenti al gruppo Wagner operano nel paese ormai da mesi con segni evidenti del loro coinvolgimento in gravi violazioni dei diritti umani. Nonostante abbiano lasciato definitivamente il Mali, truppe francesi rimangono in Burkina Faso, Chad and Niger. In una dichiarazione di lunedì 15 agosto, la Presidenza francese ha ribadito che, seppur assente dal Mali, “la Francia mantiene il suo impegno nella regione del Sahel, nel Golfo di Guinea e nella regione del Lago Ciad collaborando con gli altri partner in loco per la stabilità e la lotta al terrorismo”.

Aggiornato alle 17 del 29 agosto 2022

In copertina il  Tsavo East National Park del Kenya, foto di Damian Patkowski 

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