La guerra delle targhe tra Kosovo e Serbia

Nuove tensioni tra i due Stati: ultimo atto la decisione di Pristina di autorizzare l'ingresso ai veicoli provenienti da Belgrado solo se targati con l'emblema "Ks"

di Raffaele Crocco

La Nato ha deciso di schierarsi, per evitare guai, per dividere – se possibile – i contendenti. Sono ormai dieci i giorni di tensione fra Kosovo e Serbia. Belgrado ha inviato mezzi blindati al confine, nel Nord di quella che un tempo era una sua provincia. Lo ha fatto – questa la spiegazione – per rispondere a quelle che ha definito le “provocazioni” di Pristina, cioè il dispiegamento di forze speciali kosovare a Jarinje e Brnjak. Lì vive una popolazione in maggioranza serba che rigetta l’autorità del governo di Pristina.

Torniamo a parlare di tensioni fra Kosovo e Serbia. A scatenarle, stavolta, sono le targhe. Targhe automobilistiche, per la precisione. La scorsa settimana il governo di Pristina ha deciso, infatti, che tutti i veicoli provenienti dalla Serbia, per entrare nel territorio, dovevano registrarsi con targhe provvisorie, valide 60 giorni, con l’emblema “Ks”.  Una decisione che, di fatto, semplicemente bilancia quanto la Serbia fa dal 2008 – anno della proclamata indipendenza del Kosovo – imponendo ai veicoli kosovari di esporre targhe serbe per poter circolare.

La reazione è stata immediata. Gruppi di cittadini armati della minoranza serbo-kosovara hanno aggredito automobilisti con la targa del Kosovo. Poi, ha dato fuoco a uffici del registro automobilistico dove vengono distribuite le targhe e bloccato le due principali strade del Paese. Il Governo kosovaro a quel punto ha inviato le forze di polizia. Albin Kurti, Primo ministro, ha giustificato l’invio dei reparti armati con l’esigenza di riportare l’ordine. In tutta risposta, Belgrado ha mobilitato anche l’aviazione. I caccia hanno sorvolato la frontiera, facendo crescere la tensione.

L’Europa ha tentato subito l’intervento. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha invitato i due Paesi a trovare una soluzione. In settimana era a Pristina, per la terza tappa del viaggio nei Balcani Occidentali in vista del vertice della prima settimana di ottobre in Slovenia. Stessa esortazione è arrivata del capo della diplomazia dell’Unione Europea, Josep Borrell, che ha invitato le parti a “ritirare immediatamente le unità speciali di polizia, smantellando anche i blocchi stradali”. Gli ha offerto una spalla il segretario generale della Nato, Stoltenberg: “È essenziale – ha detto – che Belgrado e Pristina mostrino moderazione e riprendano il dialogo”.

Dalle due capitali le risposte sono state tutt’altro che confortanti. Il premier kosovaro, Kurti, ha fatto appello all’Occidente, dicendo che “è chiaro come Vucic, il presidente serbo, voglia militarizzare questa crisi”. “Non lasciateci soli”, ha aggiunto. Vucic, dal canto suo, ha deplorato la mancanza di reazione della comunità internazionale “all’occupazione totale per più di una settimana del nord del Kosovo da parte di veicoli blindati di Pristina”. “Tutti sono improvvisamente preoccupati solo alla vista di elicotteri e aerei serbi sopra la Serbia centrale”, ha aggiunto, assicurando che comunque Belgrado si si comporterà sempre “in modo responsabile e serio”.

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