La memoria di Tito

Quarant'anni fa moriva Tito, padre padrone della nuova Jugoslavia.  Uscito da una guerra aveva costruito un lungo periodo di pace per i Balcani. Finito tragicamente con un’altro tragico conflitto

di Edvard Cucek

Esattamente 40 anni fa moriva il presidente a vita della “seconda Jugoslavia” – ufficialmente Reppublica Federale Socialista di Jugoslavija – ( SFRJ) Josip Broz Tito. Uscito da una guerra, aveva costruito un lungo periodo di pace per i Balcani. Finito tragicamente in un’altra guerra.

Dopo 4 mesi di agonia nell’ospedale di Lubiana (capitale dell’allora Reppublica Federale Slovena) sotto osservazione di migliori medici specialisti sloveni, si spegneva il “figlio dei popoli e delle etnie” delle Jugoslavia socialista. Fra qualche giorno avrebbe compiuto 88 anni. Oggi le testimonianze dei tanti coinvolti all’epoca, seppur con molti distinguo, confermano che il decesso sarebbe avvenuto in realtà a fine febbraio, poco dopo l’amputazione della gamba sinistra, ma il timore delle conseguenze dopo la pubblicazione di questa triste e pericolosa notizia era enorme. Furono i vertici del Partito Comunista, guidato sempre da Tito finché vivo, a cercare di prestabilire il momento più adatto per rendere la notizia pubblica. Preparando i servizi segreti, l’esercito jugoslavo , la polizia e tutte le strutture statali in caso di “avvenimenti imprevisti di provenienza esterna o interna”.

Da quel giorno un giornalista di nome Miroslav Lilić resterà ricordato nella storia moderna per aver comunicato alla Jugoslavia la notizia che nessuno dei suoi abitanti avrebbe mai voluto sentire;“Alla classe operaia, ai cittadini, ai popoli e alle etnie della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia; il compagno Tito è morto”

Nato il 7 maggio 1892 a Kumrovec, piccolo villaggio a nordest della Croazia, non molto distante dalla capitale croata Zagabria, da giovane si spinge lontano da casa. Figlio di un croato e di una slovena, per vari ricercatori e biografi, apparteneva invece tutt’altro che a una famiglia numerosa di 15 figli (otto sopravvissuti) dai genitori di umili origini contadine. Dalla sua biografia, quella ufficiale e quella ufficiosa a seconda di quanto era odiato oppure amato, spuntano a tutt’oggi delle informazioni curiose che suscitano dei legittimi dubbi sulle sue origini ma anche teorie che sono frutto di pura fantasia.

Cameriere e poi metalmeccanico, soldato dell’esercito austroungarico (vincitore della medaglia dell’argento come schermidore, sport che resterà la sua passione fino all’anzianità) è ’’autista di prova” nell’azienda automobilistica tedesca “Daimler”. Rivoluzionario di professione, conoscitore della musica e delle belle arti (abbastanza bravo come pianista) è un poliglotta (parlava correttamente la lingua russa, tedesca, ceca oltre allo sloveno e serbo-croato con sufficiente conoscenza della lingua italiana). Poi combatte nella Guerra civile spagnola dal 1936 al 1939 dove sarebbe diventato membro di un’unita speciale per la liquidazione dei “trotskisti” ( sostenitori del politico e rivoluzionario russo Lev Trotsky) e da allora noto come spietato sicario. Prigioniero delle carceri, russe, finlandesi e jugoslave, traduttore delle opere rivoluzionarie e comuniste, autore dei vari articoli di contenuto rivoluzionario per vari giornali e riviste illegali e non è alla fine il primo Segretario del Partito Comunista a partire dal 1937 sino alla morte del 1980.

Presunto figlio della propria madre biologica e di un nobile austriaco, figlio di un emigrato italiano-trentino originario di Vallarsa, discendente da una famiglia polacca nobile e ricca ma decadente che durante la Prima guerra mondiale avrebbe “rubato” l’identità al vero Josip Broz caduto durante una battaglia, sarebbe anche stato una spia russa o addirittura tedesca. Donnaiolo di vocazione dello spirito indomabile con cinque matrimoni di cui solo tre legalmente riconosciuti. Tre figli, di cui uno morto in tenera età, da lui riconosciuti.

Convinto socialista, comunista, rivoluzionario e antifascista. Presidente a vita della Jugoslavia e l’unico statista al mondo del dopoguerra che ha avuto coraggio di dire lo storico NO a Iosif Vissarionivic Dzugasvili-Stalin, personaggio che non perdonava. Ma anche responsabile della morte di un numero sconosciuto di persone, oppositori o collaborazionisti, subito dopo la guerra in località come Bleiburg-Austria, o nel periodo della sua affermazione da statista. Nelle carceri aperte sulle remote isole dalmate andava chi, in vari modi, si sarebbe opposto alle sue idee o ai suoi ordini.

Cofondatore del movimento dei “Non allineati” insieme al Presidente indiano Nehru, all’indonesiano Sukarno, all’africano  Nkrumah e al presidente egiziano Nasser (al quale salvò anche la vita) seppe creare l’alternativa ai due blocchi contrapposti, Patto Atlantico e Patto di Varsavia. Infine: vincitore assoluto insieme ai suoi partigiani jugoslavi della guerra contro nazifascismo nel territorio della futura Federazione jugoslava.

Sommando pro e contro, un’impresa difficile, senza nessun personale intento di dare un giudizio personale positivo o negativo su di lui, alcuni fatti storici – anche se impossibile elencarli tutti – sono innegabili. Con i suoi metodi “diversamente democratici” ma non sempre Tito era riuscito a creare un Paese grande, strategicamente importante e rispettato nel dopoguerra e un interlocutore nella diplomazia internazionale spesso inevitabile. Dopo aver sconfitto il nazifascismo e tutti i regimi collaborazionisti, soprattutto nella Croazia e nella Serbia, ma poi anche nelle altre future repubbliche jugoslave, riuscì a far riemergere da un Paese prevalentemente agrario, non democratico e sotto forte influenza (anche tirannica) della famiglia reale serba Karađorđević – governatori della prima Jugoslavija – una nuova nazione: industrializzata, con un sistema scolastico gratuito e riconosciuto ed apprezzato nel resto del mondo, un sistema sanitario sempre gratuito e d’eccellenza per un Paese “non occidentale”. Seppe gettare le fondamenta, nello spirito socialista e con la classe operaia autogestita, di uno stato sociale reale.

Durante la lunga carriera da presidente, forse uno dei più controversi della Storia contemporanea, ricevette le visite ufficiali e informali di tutti i personaggi che all’epoca contavano nel Mondo della politica, della scienza, dello sport, della musica, arte e cinema. Da altrettanti fu invitato e ospitato. Oggi tanti sono d’accordo che il gesto di Willy Brandt, Cancelliere allora della Germania che seppe chiedere perdono per i crimini del nazifascismo inginocchiandosi davanti al Mondo intero in segno del profondo riconoscimento alle vittime della Shoah, fu una decisione maturata nella sua amicizia proprio con Tito. I punti di vista di Tito erano molto considerati anche da altri presidenti come l’americano J.F. Kennedy, il sovietico Nikita Krusciov e molti altri.

Amato dalla gran parte dei popoli fu esaltato  nella narrazione popolare fino ad essere “quasi venerato”. Con tutte le caratteristiche del classico culto della personalità. Prima della cerimonia funeraria la salma di Tito fecce il viaggio sul “Treno di Tito” dal estremo Nord al estremo Sud del paese attraversando tutte le grandi città jugoslave. Tito è stato sepolto l’8 maggio 1980 nella famosa “Casa dei fiori” sul Dedinje (una delle colline d’importanza) a Belgrado dopo funerali fino ad allora mai visti. Ad oggi la più grande cerimonia funeraria di un presidente. In presenza di circa 700 000 mila persone in una Belgrado ferma a Dedinje si recarono a dare l’ultimo saluto le 209 delegazioni di 127 paesi mondiali con la diretta televisiva in 58 stati e una settimana di lutto per tutti gli jugoslavi. Sul marmo che copre la tomba del Presidente Tito, curiosamente non c’è la stella rossa, simbolo sotto il quale ha condotto e vinto tante delle sue battaglie. Questo dittatore, padre della nazione, truffatore e il figlio più grande dei popoli jugoslavi secondo alcuni non è mai stato sepolto lì dove si pensa.

I suoi discendenti non hanno ereditato le ricchezze come si sarebbe pensato mettendo Josip Broz Tito in categoria tra i classici dittatori comunisti tipo Causcescu. Tito, ancora oggi, 40 anni dopo la scomparsa, in tutti i sondaggi risulta il personaggio più importante nella Storia moderna dei nuovi stati singoli nati dopo la dissoluzione della Jugoslavia ed è la causa dei veri scontri tra i politici e tra gli storici nelle loro intenzioni di proclamarlo definitivamente buono o definitivamente cattivo.

La tomba di Tito in copertina in uno scatto di Kenzavi

Nel testo un busto di Tito e una sua immagine su Life

Più sotto una storica foto dei fondatori del Movimento dei Non Allineati nel 1960

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