La riconquista americana dell’Asia

Mentre il Mondo osserva con apprensione  quanto avviene in Ucraina, uno scontro forse più preoccupante si prepara nel continente asiatico  tra i due veri colossi che stanno regolando equilibri regionali e alleanze: Cina e Stati Uniti

di Emanuele Giordana

Mentre il Mondo osserva con apprensione quanto avviene in Ucraina, uno scontro forse più preoccupante si prepara in Asia tra i due veri colossi che stanno regolando equilibri regionali e alleanze: Cina e Stati Uniti. Una mappa di questo scontro tra America e asse sino-russo (rafforzatosi proprio dopo i fatti ucraini) lo si può leggere in un evento apparentemente secondario: la riunione a porte chiuse che i ministri degli Esteri dell’Asean – blocco di Paesi corteggiatissimo da Cina e Usa – hanno tenuto giovedi a Phnom Penh, capitale di turno del Gruppo di 10 nazioni del Sudest asiatico.

Se la dichiarazione ufficiale finale dice poco se non la riaffermazione del principio di un negoziato tra le parti in Myanmar (Paese escluso dal vertice) al vertice c’era in agenda ben altro: non solo la futura adesione di Timor Est – fatto eminentemente regionale – ma anche l’avanzata americana nel continente, l’alleanza anglofona dell’Aukus (Australia, Usa, GB) e quella del Quad (Quadrilateral Security Dialogue: Usa, India, Giappone, Australia) sino alla questione dei piccoli arcipelaghi del Pacifico che, con Taiwan, sono il casus belli più a portata di mano per un possibile scontro con la Repubblica popolare.

L’Amministrazione Biden, l’11 febbraio scorso, ha reso nota la nuova strategia asiatica dell’Amministrazione: sviluppo e prosperità ma soprattutto “una presenza di difesa forte e coerente per sostenere pace, sicurezza, stabilità e prosperità…. estendendo e modernizzando tale ruolo e migliorando le nostre capacità di difendere i nostri interessi e di scoraggiare l’aggressione contro il territorio degli Usa e degli alleati e partner. Rafforzeremo la sicurezza indo-pacifica, attingendo a tutti gli strumenti per scoraggiare l’aggressione e contrastare la coercizione”. La Rpc è nominata solo una volta.

Una settimana dopo, nell’incontro tra Boris Johnson e il suo omologo australiano Scott Morrison, dove si è esaltata l’importanza della loro alleanza, Londra ha annunciato 35 milioni di dollari per la “pace e la stabilità” nell’area da investire in sicurezza marittima e cybercontrollo in chiave anticinese. Poco, ma messo assieme all’acquisto di sottomarini nucleari britannici e al budget di 7,1 miliardi di dollari per la Pacific Deterrence Initiative Usa nel Pacifico, mostra che la flessione di muscoli in Asia è solo più sotto traccia rispetto a quella in Europa. Ma non è meno esplosiva.

Se in Europa l’allineamento Usa con gli alleati è assodato quanto controverso (dalla freddezza tedesca sull’Ucraina ai movimenti pacifisti e anti Nato nel continente) in Asia guadagna consenso. Lo dice un sondaggio del centro studi Asean al Yusof Ishak Institute secondo cui, benché i Paesi del Sudest continuino a percepire la presenza economica cinese come la principale, crescono i timori di una sua incontenibile avanzata e crescono le simpatie per la corsa americana a riconquistare spazi.

Nell’ottica asiatica, più che a un univoco sodalizio con gli americani, si guarda a un riequilibrio delle forze da cui poter trarre vantaggi, spiega il sondaggio: davanti a una scelta obbligata, 8 persone in più dell’anno scorso sceglierebbero gli Usa. E quasi 7 intervistati su 10 temono che il Pacifico diventi un’arena per una guerra in conto terzi. E’ un quadro da cui la Ue è assente anche se continua a godere di credito e sarebbe vista volentieri come partner importante. Ma, come in Ucraina, il Vecchio continente sembra essere solo tra i figuranti di una partita giocata soprattutto dai due colossi Cina e Usa. Con la Russia dietro le quinte.

Terreno di scontro e rincorsa di alleanze: in copertina una mappa del Sudest asiatico

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