La Turchia, la Nato e l’Italia

Roma ha una missione in territorio turco per la difesa dallo Stato islamico. Ma la richiesta  di un ritiro per far pressioni su Ankara è rimasta solo un proposito

di Emanuele Giordana

Nonostante gli accordi tra Ankara e Mosca che, con un’intesa sulla Siria, segnano la fine dell’autonomia del  del Rojava continua il dibattito sul processo di adesione della Turchia all’Unione europea, sul miliardo che la Ue dovrebbe stanziare per rinnovare l’accordo sull’assistenza ai profughi in Turchia e sulla vendita di armi ad Ankara. Ma  vale la pena di ricordare che un altro strumento di pressione su Erdogan sarebbe (o meglio sarebbe stato) intervenire sull’impegno militare dei suoi partner della Nato. In sostanza sui vari contributi nazionali alla Nato in difesa della Turchia. Contributi forniti anche dall’Italia ma cui si è fatto cenno raramente e che forse andavano invece evidenziati (si è ancora in tempo per farlo) soprattutto dopo che il comando generale dell’Alleanza aveva in sostanza dato luce verde alle operazioni turche nel Kurdistan siriano.

L’impegno italiano sotto egida Nato

L’Italia impegna infatti un contingente, la Task Force SAMP-T, schierata in Turchia sotto il comando attualmente del colonnello Gianluigi D’Ambrosio e inserita nell’ambito del sistema di difesa aereo integrata della Nato. La Nato ha infatti risposto a una richiesta della Turchia del dicembre 2012 con la missione Active Fence (recinto attivo) per aumentare la sua capacità di difesa aerea per “difendere la popolazione e il territorio della Turchia dalle minacce poste dai missili dall’altra parte del suo confine con la Siria”. E dal gennaio 2013, cinque alleati hanno fornito batterie per missili: Stati Uniti, Paesi Bassi, Germania, Spagna e Italia e adesso coordinati dall’Allied Air Command di Ramstein, responsabile della difesa aerea Nato.

L’Italia ha dunque in Turchia (a Kahramanmaraș nel Sud, a una cinquantina di km dal confine siriano) una batteria antimissile SAMP-T “con un contingente nazionale – spiega una nota della Difesa – che prevede un impiego massimo di 130 militari e 25 mezzi terrestri”. Il FSAF SAMP/T (dal francese Famille de Sol-Air Futurs Sol-Air Moyenne-Portée Terrestre o Piattaforma a terra per un missile terra-aria) è un sistema missilistico terra-aria di nuova generazione sviluppato dal consorzio europeo Eurosam formato da MBDA Italia, MBDA Francia e Thales. Fa uso del missile Aster 30 dotato di un raggio d’azione di 100 km per l’intercettazione di aerei e di 25 km per quella dei missili. Le batterie sono costituite da lanciatori con un numero variabile di missili da 8 a 48.

Schierati contro lo Stato islamico

La batteria ha il compito di neutralizzare missili balistici provenienti da Sud e si integra con il sistema Patriot, messo a disposizione con le medesime finalità dalla Spagna nella vicina città di Adana. Un filmato Nato del 2014 spiegava che “Con lo Stato islamico dell’Iraq e il Levante (ISIL) a pochi chilometri dal suo confine, le sfide alla sicurezza della Turchia si stanno evolvendo”. Il paradosso è che proprio l’azione di Erdogan nel Rojava ha notoriamente rafforzato quel che resta dello Stato islamico consentendo a molti prigionieri di fuggire e riorganizzarsi.

Viene dunque da chiedersi se non sarebbe stato opportuno cancellare la missione come forma di pressione su Ankara, ritirando uomini e batteria. Un’azione unilaterale quanto quella esercitata da Ankara, membro come l’Italia dell’Alleanza, con l’invasione del Nordest siriano. A metà ottobre il Partito Democratico aveva ipotizzato il ritiro da Active Fence ma poi non si è più parlato di un gesto che sarebbe stata assai più che simbolico. Il recinto è rimasto attivo.

In copertina, nella foto tratta dal portale della Difesa, soldati italiani della missione “Recinto attivo” in Turchia

Nel testo: Il segretario generale Nato Jens Stoltenberg col ministro turco Mevlut Cavusoglu

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