L’Africa prima vittima del riscaldamento globale

Ma è responsabile solo del 4 percento delle emissioni. Il silenzio dei media

Nell’indagine della World Metereological Organization delle Nazioni Unite, nel “Rapporto sul clima globale 201” si legge che le condizioni di siccità del Corno d’Africa a fine 2018 sono continuate durante la stagione delle piogge marzo-maggio nel 2019. Alcune aree hanno ricevuto meno della metà della loro media stagionale, soprattutto in Kenya, Somalia, sud-est dell’Etiopia e Uganda.

Questo succede nonostante l’Africa rappresenti, secondo i dati delle Nazioni Unite, meno del 4 per cento del totale globale delle emissioni di CO2. Tosi Mpanu Mpanu, negoziatore del Gruppo Africa al COP25 ha dichiarato che l’Africa ha bisogno di fondi per combattere i cambiamenti climatici. “Vogliamo un solido sistema di contabilità per il mercato delle emissioni. Per evitare il doppio conteggio e avere una commissione per finanziare i nostri progetti di adattamento”.

Con la situazione climatica attuale tra i primi 10 Paesi del pianeta a maggiore vulnerabilità sui cambiamenti climatici, sette sono nel continente africano. Sono Ciad, Eritrea, Etiopia, Nigeria Repubblica Centrafricana, Sierra Leone e Sud Sudan. Il 2019 è stato un “annus horribilis” per il continente africano. Oltre della metà dei Paesi sono stati colpiti da alluvioni o siccità. O da tutte e due le calamità”. Questo, e altra informazione ignorata dalle testate più diffuse, si legge nell’articolo di Sandro Pintus per ArikaExpress

Anche L’Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale italiana, scrive: Cambiamenti climatici. Mezza Africa «affoga» nelle alluvioni”. Un’ Emergenza clima avvolta nel silenzio in Corno d’Africa e in Africa orientale. Sono già 200 i morti per inondazioni e alluvioni, centinaia di migliaia gli sfollati che hanno perso raccolti e bestiame e vanno a ingrossare le fila degli sfollati interni”.

“Secondo le agenzie Onu sono oltre 2,5 milioni le persone colpite. In tutta la regione il peggioramento delle condizioni climatiche ha aggravato le pesanti conseguenze di siccità, violenza e conflitti ricorrenti. E lo spettro della carestia e della fame – continua il quotidiano – dovuto stavolta al meteo impazzito torna ad aleggiare. Dopo la siccità di mesi estivi particolarmente aridi, da settimane – in particolare a novembre – vaste regioni di Somalia, Gibuti, Etiopia, Sudan, Sud Sudan e Kenya sono state colpite da intense e prolungate piogge torrenziali che hanno provocato estese inondazioni. Il prezzo del fallimento della Conferenza sul clima (Cop25) di Madrid, dove i Paesi ricchi non hanno voluto prendere impegni concreti e vincolanti nel contrasto al cambiamento climatico, lo inizia a pagare l’area del pianeta più vulnerabile ed esposta.

Il 2019 potrebbe entrare nella storia come l’ Anno Zero dell’apocalisse climatica. Lo tsunami di eventi estremi è stato così implacabile che ognuno di essi è rapidamente dimenticato a favore del successivo”, scrive invece  il Guardian di Londra il 18 dicembre, che prosegue: “L’anno è iniziato con un’ondata di calore da record nell’Australia meridionale con temperature intorno ai 45 gradi, in alcune zone per 40 giorni di seguito. A questo è seguìta la distruzione di vaste aree di foresta umida della Tasmania, foreste che risalgono all’ultima era glaciale. Circa il 3% dello stato è andato in fiamme, come risultato della tendenza a lungo termine di minori precipitazioni-maggiore evaporazione,  con il gennaio più secco mai registrato.”

Sulla stampa nazionale, dopo lo scarsissimo rilievo dato allo stallo dei negoziati, la notizia è scomparsa. L’urgenza dell’appello lanciato da scienziati e Nazioni unite -ormai inconfutabile e senza più spazio per il negazionismo in ambito sia scientifico che politico- è stata ignorata, mentre è solo la presa di coscienza sulla estrema gravità di quanto sta accadendo, e sulla necessità di una risposta massiccia e rapida che può dare una svolta alla politica suicida cui stiamo assistendo.

(Red/Ma.Sa.)

nell’immagine una foto da Unsplash

 

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