Sinistra, Verdi e Progressiti europei davanti al conflitto

Il tema del disarmo e della guerra in Ucraina al sesto European Forum che si è tenuto ad Atene a fine ottobre

In una Europa sempre più affetta da crisi strutturali che rischiano di compromettere la pace sociale di cui gode dalla fine del secondo conflitto mondiale, Sinistra, Verdi e Progressisti si sono riuniti ad Atene lo scorso 21-23 ottobre per discutere una strategia condivisa capace, innanzitutto, di assicurare pace e giustizia nel Continente. Eccone un resoconto

di Leonardo Delfanti

Atene – Il Forum Europeo, a cui hanno partecipato partiti, think tank e attivisti provenienti da tutta la galassia europea è stato aperto ufficialmente dall’ex primo ministro greco Alexis Tsipras, il quale ha ricordato che “negli ultimi dieci anni la dottrina neoliberista ha dato prova di essere una dottrina militarista” capace di svilupparsi solo a discapito “delle persone e dell’ambiente”. Lo spunto iniziale di tutti gli interventi, naturalmente, è stato quello della guerra in Ucraina, da febbraio ingiustamente invasa dalla Federazione Russa e per la quale il forum ha espressamente chiesto nella sua dichiarazione finale “un cessate il fuoco nel pieno rispetto del diritto internazionale”.

La condanna senza eccezione dell’aggressione russa non può, però, essere completa se non alla luce delle sue radici storiche. Paul Rainer, dell’International Peace Bureau, ricorda che “l’allargamento della NATO è una precondizione di questo conflitto”. Il riferimento fa testo alla violazione degli accordi di Minsk, che molti hanno letto come un venir meno agli interessi condivisi basati sul desiderio di pace e prosperità per il mantenimento della sicurezza comune. Tale teoria, ricorda Axel Ruppet della Rosa Luxemburg Foundation, trova riscontro nell’assunto fondamentale secondo cui “la tua sicurezza è la mia sicurezza”.  Conseguentemente, la domanda che tutte le forze progressiste si pongono è, nelle parole di Ruppet, “se la corsa agli armamenti sia davvero capace di creare un mondo migliore o se invece ne stia creando, letteralmente, uno peggiore”.

Il tema dell’ultra-militarizzazione dell’Europa, che ormai procede spedita con un bilancio 2021-2027 previsto intorno ai 20 miliardi di euro, contro i 6,7 spesi tra il 2014-2027 è, ad Atene, la chiave di lettura che apre le porte ai grandi temi del presente. Se infatti “lo scoppio della guerra in Ucraina sta solo accelerando il processo che trova nella guerra una scusa per velocizzarsi”, per la Rosa Luxemburg Foundation “questa guerra offre nuovi strumenti finanziari alle lobby delle armi”.

Per comprendere criticamente il meccanismo che lega l’industria delle armi, tra cui anche l’italiana Leonardo, e la Commissione Europea, è importante rileggere il saggio A Miitarised Union del think tank tedesco; pubblicato l’anno scorso, quando ancora questa guerra non aveva polarizzato il dibattito pubblico in un supporto a favore o contro l’Ucraina, il testo vede anche l’attiva collaborazione dell’ENAAT, un network che vuole riunire tutte le voci europee contrarie alla vendita di armi.

Ed è proprio ENAAT a denunciare ad Atene come il tema della sicurezza sia stato capace di rendere “anche il cambiamento climatico uno strumento di guerra”. Le lobby militari, infatti, fanno largo uso finanziamenti europei per lo sviluppo di “armi sostenibili”. Le temperature estreme a cui i mezzi saranno sottoposti, assieme alla sempre più urgente necessità di slegare dipendenza energetica e operatività tattica hanno fatto si che l’industria delle armi avesse accesso anche ai fondi LIFE, punta di diamante del finanziamento comunitario per l’ambiente e il clima. Eppure, il greenwashing pedissequamente osservato dalle strutture di potere non trova, nell’analisi di Tobias Pfluger dell’Observatory on Militarisation, “un corrisposto nella volontà popolare”. In questo iato, la Sinistra vede uno spazio in cui operare il cambiamento.

Emblematico in questo senso è forse il caso del Sahel, un territorio stretto tra il deserto del Sahara e la savana africana, ricco di risorse minerarie e da due secoli soggetto più o meno direttamente all’influenza francese. Il dottor Félix Atcahedé ha dedicato tutta la sua vita alla comprensione del ruolo della superpotenza europea nel cuore dell’Africa e non ha dubbi: “l’ultra-militarizzazione dell’Europa si accompagna all’idea di installare delle truppe nei complessi franco-africani”, forzando la cooperazione in un territorio fortemente soggetto al cambiamento climatico e in cui le insurrezioni vengono bollate come terrorismo quando “il problema della regione è la povertà, la lotta al cambiamento climatico e lo scarso accesso alle risorse idriche”.

Con la giustificazione della lotta al terrorismo, la Francia “forza la cooperazione armata con delle nazioni totalmente soggette a Parigi”. Ma la soluzione non è efficace: “bisogna trovare una soluzione al neoliberalismo, vera radice del sovvertimento sociale”. Per Atcahedé una rinuncia alla militarizzazione a favore della cooperazione sovrana tra i Paesi è imprescindibile. “Le forze armate non sono la soluzione al problema. Il militarismo ha fallito e la prova è che la Francia ha dovuto ritirare le sue truppe dal Mali”.

 

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