Libero scambio e globalizzazione con TTIP e CETA

Cosa sono, su cosa intervengono e perché riguardano sia i paesi Occidentali che le aree più povere del mondo.

TTIP e CETA. Sigle di cui abbiamo sentito parlare e che riguardano la nostra vita quotidiana. I grandi patti economici investono infatti i più vari settori, da quello sanitario a quello finanziario, al normativo. Gli accordi commerciali agiscono su molteplici aspetti per le economie nazionali ed internazionali, compresi gli scambi con la parte del mondo più povera che rimane esclusa dai maxi accordi e sulla quale si riflette ancora di più gli squilibri di una economia mondiale orientata sui più forti.

Ma andiamo per punti.

Cosa sono TTIP e Ceta

Il TTIP (Transatlantic Trade and Investment partnership) è il trattato di liberalizzazione commerciale tra Europa e Stati Uniti) mentre il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) rappresenta la sua versione in minore e coinvolge Unione Europea e Canada.

Entrambi gli accordi si fondano su tre pilastri:

  • Nuove regole per facilitare l’accesso al mercato con l’abbattimento di dazi e tariffe e norme per l’accesso ai servizi e agli appalti pubblici.
  • Norme che puntino a risolvere gli ostacoli tecnici agli scambi, la sicurezza alimentare e la salute degli animali e delle piante, oltre alle regole riguardanti i settori produttivi
  • Il terzo nucleo si concentra su specifici ambiti come sviluppo sostenibile, energia e materie prime, proprietà intellettuale e indicazioni geografiche, concorrenza, protezione degli investimenti, piccole e medie imprese.

Il TTIP è stato ad oggi bloccato, affossato dagli Stati stessi e da troppe voci contrarie, mentre il CETA è stato approvato dal Parlamento Europeo di Strasburgo il 15 febbraio.

I possibili vantaggi e svantaggi economici

Gli analisti economici prevedevano un aumento del Pil dello 0,5% in USA e UE entro i primi 13 anni di applicazione del TTIP. Le esportazioni dell’UE verso gli USA sarebbero incrementate del 60% circa e di quelle degli USA verso l’UE di oltre l’80%.

Con il CETA si avrebbe un piccolo aumento di PIL per l’Europa in dieci anni tra lo 0.003% e lo 0.08% e per il Canada tra lo 0.03% e lo 0.76%. Anche in questo caso le esportazioni aumenterebbero del 24.2% per l’Europa e del 20.4% per il Canada.

Prendendo però in considerazione più variabili oltre al saldo netto commerciale si scopre che i flussi commerciali aggiuntivi in arrivo da oltreoceano andrebbero a sostituire quote dal 30 al 70% di interscambio tra Paesi dell’Unione. In poche parole gli scambi aumenterebbero tra chi è nell’accordo, a discapito del resto del mondo, in primis le economia africane.

Si arriverebbe inoltre a quantificare, sempre in 13 anni, una perdita di reddito da lavoro tra i 165 e i 5mila euro per ciascun lavoratore europeo e un il taglio di circa 600mila posti di lavoro.

Chi si oppone e perché

Chi si è in questi anni opposto al TTIP e chi si oppone oggi al CETA sottolinea che i trattati sposteranno il baricentro delle decisioni dai Parlamenti nazionali ed europei a commissioni tecniche ad hoc.

I Governi di Usa e Canada, nonché la Commissione europea, incaricheranno degli ‘esperti’ per decidere i più svariati aspetti della vita quotidiana dei cittadini.

Le proteste che si sono levate contro gli accordi ricordano quelle di Seattle nel 1999 contro l’Organizzazione mondiale del commercio (World Trade Organization – WTO) o delG8 di Genova nel 2001.

A sindacati, associazioni, movimenti si sono questa volta unite piccole e medie imprese dei settori agroalimentare e manifatturiero e oltre duemila Regioni tra cui Abruzzo, Lombardia, Toscana, Trentino Alto Adige e Val D’Aosta e città europee .

Ad opporsi al TTIP sono stati anche gli Stati stessi. Donald Trump è solo l’ultimo a schierarsi contro. Anche Francia e Germania si sono dette contrarie perché ritenuto eccessivamente vantaggioso per gli Stati Uniti, a discapito delle politiche economiche dell’Unione Europea.

Perplessità anche dalle Nazioni Unite

Alfred de Zayas, esperto di diritti umani dell’Onu, aveva parlato dei pericoli derivanti dallo scavalcamento dei parlamenti nazionali nei controversi accordi commerciali. Secondo l’Onu, infatti, gli accordi potrebbero avviare una corsa al ribasso in termini di diritti umani e potrebbe compromettere seriamente lo spazio di regolamentazione degli Stati.

E questo andrebbe contro agli scopi e ai principi della Carta Onu e rappresenterebbe un serio ostacolo al raggiungimento di un ordine internazionale democratico e giusto.

L’ONU sottolinea poi come gli accordi non hanno alcuna legittimità democratica, perché sono stati preparati in totale segretezza, escludendo alcuni soggetti fondamentali, come i sindacati, le associazioni dei consumatori, gli esperti di salute e ambiente.

Il CETA, un accordo in sordina

Il Ceta è stato votato dal parlamento europeo a Strasburgo il 15 febbraio 2017 e dovrà ora essere ratificato dal parlamento di ogni stato membro, ma entrerà in vigore già da aprile 2017 nelle sue parti fondamentali. Il Ceta è ad oggi il più grande patto commerciale dopo il Nafta. La trattativa sul Ceta  ha impegnato gli stati per cinque anni ma non ha soddisfatto tutti.

Il Ceta è un accordo di 1598 pagine e sarebbe secondo molti, così come lo è stato il Ttip, il nemico dell’agricoltura di piccola scala e della produzione alimentare di qualità.

Un esempio in questo senso è quello del glifosato, un principio attivo tossico, che agisce da disseccante e grande alleato degli Ogm.

Il Canada è uno degli stati che essicca il grano con questo metodo ed è un’altra delle preoccupazioni che derivano dall’approvazione del Ceta.

Si parla poi di riduzione delle tasse doganali, di omogeneizzazione dei regolamenti tecnici oltre che degli standard applicati ai prodotti e delle regole sanitarie e fitosanitarie.

Con la cooperazione normativa, l’UE dovrà consultare il Canada prima di introdurre nuove leggi o regolamenti, e prima che tutti gli altri portatori di interessi si esprimano.

Il CETA crea l’Investment Court System (ICS): un sistema di risoluzione delle controversie sugli investimenti che permette alle imprese di citare in giudizio gli Stati canadesi e l’UE dinnanzi a un tribunale arbitrale qualora una legge o regola introdotta o vigente danneggiasse i propri interessi.

Le multinazionali possono così citare in giudizio uno Stato, ma non viceversa. I critici vedono in questo un sistema in grado di travalicare i sistemi giudiziari statali e che trascende le garanzie democratiche di cui le istituzioni statali sono garanti.

I favorevoli al Ceta ribattono che sistemi di risoluzione delle controversie tra investitori e stato non nascono oggi, ma sono attivi da circa 60 anni. Secondo l’UNCTAD (Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo) il 26,7% dei procedimenti arbitrali si è concluso a favore degli investitori, il 36,4% in favore dello stato, il 10,1% è stato interrotto il 24,4% si è risolto con un accordo, mentre il 2,4% non è stato deciso né in favore degli investitori, né in favore dello stato.

Il Ceta in campo finanziario

Il trattato interviene anche nel settore finanza. Impedisce per esempio agli Stati di imporre limitazioni sull’ammontare delle azioni di una banca oltre a vietare il controllo permanente sul movimento dei capitali.

In questo contesto non si può più pensare ad una tobin tax sulla speculazione finanziaria.

Le ricadute sull’Africa e sulle migrazioni:

I maggiori flussi commerciali provenienti da oltreoceano taglieranno l’import ed export tra Europa, in primis l’Italia, e la sponda Sud del Mediterraneo.

Si continuerà quindi a ridurre la presenza dell’Italia in Africa, già danneggiata dall’aumento delle esportazioni verso gli USA rilevate dall’ultimo Rapporto ICE.

La quota italiana nell’Africa settentrionale è scesa nel 2015 sotto la soglia del 20 per cento, per la prima volta nell’ultimo decennio.

Questo comporterebbe gravi danni all’economia nordafricana, provocando quindi di riflesso un aumento delle migrazioni.

E con il NAFTA e il TTP: a che punto siamo?

Il trattato, stipulato nel 1992, prevede l’abbattimento delle barriere economiche e commerciali tra Messico, Stati Uniti e Canada. Pare che la linea dell’amministrazione Trump vada nella direzione di una rinegoziazione, probabilmente bilaterale in favore del Canada, che escluda il Messico.

Tra i primi atti del neo presidente degli Stati Uniti Donald Trump c’è stata poi la decisione di ritirarsi dal TPP, il Trans Pacific Partnership (Partnerariato Trans-Pacifico). Si tratta di uno dei più grandi accordi commerciali mai sottoscritti, firmato nel 2015 da 12 paesi: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam e Stati Uniti. Gli USA però dovevano ancora ratificare il trattato al Congresso, che sembrava poco intenzionato ad accettarlo.

La mossa di Trump è stata quindi più simbolica che concreta. I passi protezionisti della nuova amministrazione non sono infatti così lineari.

Ritorno al protezionismo o libero commercio?

Il contesto è complesso e interseca politica ed economia. Nel 2017 l’Europa festeggia i sessanta anni dai Trattati di Roma e potrebbe entrare in una nuova fase, quella delle due velocità. Con il nuovo trattato il blocco più solido si attrezzerà per affrontare le nuove sfide geopolitiche ed economiche, lasciando indietro le economia più deboli.

Con la crisi, i partiti anti-Europa e l’ascesa di Trump il rischio disgregazione è, secondo molti analisti, ancora più reale.

In conclusione sia TTIP che CETA secondo molti non riusciranno a distribuire gli eventuali benefici economici derivanti dalla globalizzazione.

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