Libia, nuovi riposizionamenti

Due battaglie vinte per il governo di Al Sarraj non segnano la fine di una guerra in cui dominano gli interessi delle molteplici Potenze coinvolte. Un quadro della situazione

Giorni intensi per la Libia, dove gli scontri non accennano a placarsi e i colloqui di pace languono. Gli ultimi giorni di maggio e i primi di giugno hanno visto una serie di combattimenti e di riposizionamenti importanti tra le due forze, quella guidata da Fayez Al Sarraj (alla guida del cosiddetto governo di Accordo Nazionale, Gna) e quella guidata dal generale Khalifa Haftar (a capo dell’Esercito nazionale libico, Lna). A quanto pare i riposizionamenti degli ultimi giorni sarebbero andati a discapito di quest’ultimo. Secondo quanto riportato dalla Bbc e da altri media, il governo di Accordo Nazionale sostenuto dalle Nazioni Unite, ha riacquistato il pieno controllo di Tripoli dopo aver riconquistato l’aeroporto della capitale, che era rimasto a lungo fuori uso.

Un altro colpo al generale è stata poi la perdita della città di Tahuna, definita ‘l’ultima roccaforte’ dell’Lna nella Libia Occidentale. Secondo il quotidiano locale Libya Observer “le forze armate hanno preso d’assalto la città da quattro direzioni e si sono scontrate con la famigerata milizia di Kaniyat. Dopo circa un’ora di scambio di fuoco, la milizia è stata sconfitta e i combattenti sono fuggiti. Secondo Al Jazeera la perdita della città è stata un duro colpo per l’Lna perché da lì, lo scorso anno, le forze di Haftar hanno avuto il comando centrale e hanno condotto le proprie battaglie.

Nonostante queste vittorie per il Gna è presto per cantare vittoria. Le forze di Haftar controllano ancora l’Est del Paese, dove esiste un’amministrazione parallela, e gran parte del Sud, dove si trovano i principali giacimenti petroliferi del paese. Domenica 31 maggio l’Lna di Haftar aveva riconquistato la città strategica di al-Asaba, a circa 50 km (31 miglia) a Sud della capitale, dopo aver lanciato attacchi aerei contro le milizie nell’area. Haftar è sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, dall’Egitto e dalla Russia, mentre le milizie alleate di Tripoli sono aiutate da Turchia, Qatar e Italia.

I colloqui di pace, che avrebbero dovuto ricevere uno slancio importante dopo la conferenza di Berlino del gennaio 2020, sono fermi. Nei giorni scorsi, però, le Nazioni Unite hanno affermato che le fazioni in guerra hanno concordato l’intenzione di riprendere i negoziati per il cessate il fuoco. La Missione delle Nazioni Unite in Libia ha dichiarato di sperare che il nuovo ciclo di negoziati “segnasse l’inizio della calma sul campo”, in particolare per consentire al sistema sanitario del Paese  di affrontare un focolaio di coronavirus. L’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno affermato di accogliere con favore il segnale di apertura.

Ci sono però due ruoli chiave da tenere presente. Uno è quello della Russia, emersa come attore chiave nel conflitto libico a fianco del generale Haftar. Secondo un rapporto trapelato dalle Nazioni Unite e riportato da media locali e non solo, la forza militare privata russa, il Gruppo Wagner, aveva dispiegato circa 1.200 mercenari (identificati dal loro equipaggiamento) per rafforzare le forze di Haftar. Il personale del gruppo è prevalentemente russo, ma include anche cittadini provenienti da Bielorussia, Moldavia, Serbia e Ucraina.

L’altro attore da non sottovalutare è la Turchia. Fayez Al-Sarraj ha incontrato nei giorni scorsi il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ad Ankara, affermando in una conferenza stampa congiunta che le forze sotto il comando del governo di accordo nazionale mirano a prendere il controllo dell’intero Paese. Erdogan ha puntualizzato che la Turchia “sta aiutando il governo legittimo in Libia” e ha anche chiesto di impedire le vendite illecite di petrolio libico da parte di Haftar, affermando che il suo governo e il Gna avevano raggiunto accordi per una maggiore cooperazione. Erdogan ha anche aggiunto che la Turchia intende collaborare con la Libia anche per avere il diritto di svolgere attività di esplorazione petrolifera nella regione del Mediterraneo Orientale.

La Russia e la Turchia stanno di nuovo assumendo la guida degli sforzi per trovare una soluzione alla crisi della Libia, sperando in questo modo di ritagliarsi sfere di influenza nella Nazione Nordafricana ricca di petrolio. Non è la prima volta infatti che Russia e Turchia tentano di mediare un cessate il fuoco. Nel gennaio 2020, Fayez al-Sarraj e Haftar hanno visitato Mosca per tentare una tregua. Haftar però si rifiutò di firmare l’accordo e lasciò la capitale russa. All’incontro di Mosca seguì, pochi giorni dopo, la conferenza di Berlino.

Dopo le dimissioni di Ghassan Salamè resta tuttora vacante il posto di inviato Onu nel Paese. Il portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite, Stephen Dujarric, ha ammesso che non è facile trovare un nuovo inviato Onu in Libia. In una conferenza stampa, mercoledì 3 giugno, ha infatti affermato che l’invio di un nuovo inviato è “una questione complessa”, specialmente nell’attuale atmosfera politica che sta vivendo il Paese. La statunitense Stephanie Turco Williams è la rappresentante speciale e capo della missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) e resterà tale fino alla nomina del successore di Ghassan Salamé. L’algerino Ramtane Lamamra, scelto subito dopo il diplomatico libanese, dopo un iniziale accettazione del ruolo ha ritirato ufficialmente la propria candidatura il 16 aprile.

In questo quadro si aggiunge la questione mine antiuomo. In un comunicato, il 3 giugno, la ong Human Right Watch ha denunciato che mine antiuomo e trappole esplosive sarebbero state lasciate durante la lotta per il controllo di Tripoli alla fine di maggio 2020. I maggiori indiziati, secondo la ong, sarebbero i combattenti affiliati alle forze armate libiche arabe comandate da Khalifa Haftar che sembra abbiano gettato le mine mentre si ritiravano dai distretti Meridionali della città. Il 25 maggio, la Unsmil aveva espresso preoccupazione per le notizie secondo cui alcuni residenti dei quartieri Ain Zara e Salahuddin di Tripoli sono stati uccisi o feriti da ordigni esplosivi improvvisati collocati vicino alle loro case. La Libia non è una delle 164 nazioni che si sono impegnate a vietare le mine antiuomo, le operazioni di sgombero e l’assistenza alle vittime. Il Paese è cosparso da mine antiuomo e resti esplosivi risalenti alla seconda guerra mondiale. Da allora, secondo Landmine Monitor, questi ordigni hanno causato nel Paese almeno 3.252 vittime. Il dramma delle mine antiuomo si unisce a quello delle armi, visto che l’embargo è stato ed è uno dei più violati al mondo.

(Red/Al.Pi.)

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