Libia, tutte le posizioni in campo

Intervista. Come si pongono Francia, Italia, Unione Europea, Stati Uniti, Russia e mondo arabo sulla questione del Paese nordafricano. L'analisi di Fabio Mini

La questione libica non si limita ai confini nazionali ma coinvolge l’Europa e oltre. Per avere una panoramica d’insieme sui vari posizionamenti abbiamo parlato con il Generale Fabio Mini, già Capo di Stato Maggiore del Comando Nato del Sud Europa e Comandante della missione internazionale in Kosovo (Kfor). Di seguito vi proponiamo un’intervista a tutto tondo.

Partiamo dalla posizione francese. Come si sta comportando in questa fase? Perché la Francia sostiene più o meno direttamente Haftar?

Fabio MIni, sotto alcuni suoi saggi: dal piu’ noto (Soldati) all’ultimo uscito

La Francia ha una memoria lunga sedimentata in una politica estera e di sicurezza che non rinnega, come invece facciamo noi, le scelte politiche dei governi passati. In Libia la Francia è forse la prima responsabile della situazione attuale. Nel 2011 è stata la promotrice dell’intervento per abbattere Gheddafi. L’interesse principale è ovviamente quello delle risorse petrolifere che sono gestite da compagnie nazionali di cui alcune sono vere e proprie aziende di Stato. La Francia persegue quindi interessi economici che coincidono con quelli nazionali e statali.

Potrebbe sembrare che anche l’Italia sia in una situazione simile, ma non è così. A differenza delle compagnie petrolifere francesi che non si vergognano di chiedere l’intervento diretto politico e militare del governo a difesa dei “propri” interessi e anzi lo pretendono, le nostre compagnie che fanno capo all’Eni, che in teoria è un ente pubblico nazionale, si guardano bene dal chiedere l’intervento politico e militare del governo. Anche perché mentre in Francia esiste una continuità di politica estera specialmente nei confronti delle ex colonie e territori limitrofi, in Italia negli ultimi trent’anni la politica è stata ondivaga e allineata con gli interessi americani ai danni di quelli europei e perfino di quelli nazionali.

La Francia guarda alla Libia come l’elemento da destabilizzare per evitare le interferenze e le influenze libiche nella fascia sahariana e subsahariana. Ma soprattutto guarda alle risorse economiche da accaparrarsi. La memoria del conflitto decennale in Ciad (1978-87) per l’uranio, dove Gheddafi sostenne la guerra civile del nord con la mira di annettersi la striscia di Aouzou, è ancora viva in Francia e specialmente nelle forze armate è vivo il ricordo dell’intervento diretto delle forze francesi deciso da Mitterand dopo anni di tentennamenti. La Francia è dietro la destabilizzazione del governo di Boutlefika in Algeria, non tanto per il suo malgoverno, ma perché considerato uno degli ultimi protagonisti della resistenza algerina alla Francia. E’ dietro ogni mossa geopolitica in Tunisia, in Marocco e in tutti i Paesi dell’Africa Occidentale. La Francia sostiene Haftar perché il personaggio è stato imposto dagli americani e dagli egiziani di Al Sisi. Sono questi ultimi che hanno un piano politico sulla Cirenaica e sulla ripartizione in tre aree, anche federate, della Libia: Cirenaica, Tripolitania e Fezzan. Questo è particolarmente pericoloso perché l’Egitto conosce perfettamente la situazione libica e le possibilità di trarre vantaggio dai conflitti, mentre gli americani non sanno assolutamente nulla di Libia e poco dell’Egitto.

La commistione tra conoscenza e ignoranza ha reso l’Egitto decisivo nella questione. Haftar stesso nonostante sia stato “creato” dagli americani è fonte di sospetto e imbarazzo. Non è in grado di dare una spallata decisiva alle parti contrapposte e non è sufficientemente affidabile per garantire il rispetto degli accordi segreti. Come gheddafiano e antigheddafiano non si accontenta di un ruolo importante in Cirenaica. Vuole un ruolo nazionale libico e internazionale. Ora, mentre la Francia ha dovuto subire la mossa americana su Haftar ma lo ritiene “spendibile”, la vera legittimazione del generale per delega americana è stata fornita dall’Italia che lo ha reso un interlocutore di rilievo in ogni iniziativa. Anche questa è una dimostrazione di visione miope e memoria corta.

L’Unione Europea, quindi, anche in questo caso non è riuscita a compattarsi in una voce unica. Secondo lei perché nel caso Libia?

L’Unione europea non ha una propria politica estera e non ha nemmeno le fonti per capire le varie situazioni geopolitiche. Si deve affidare alle valutazioni nazionali che non sono mai comuni e condivise. Nel caso della Libia, la stessa demonizzazione di Gheddafi non era condivisa. Ma non era neppure condiviso lo sdoganamento del regime da parte dell’Italia e pochi altri. Inoltre in Libia la presunta espansione del cosiddetto stato islamico non ha convinto nessuno. Al di là della propaganda e della retorica antiterrorista, era chiaro che le fazioni più radicali delle formazioni jihadiste non venivano da fuori. I gruppi armati erano esattamente quelli che da anni erano sorti in Libia sia come strumento contro il regime sia come bracci armati del regime stesso.

Non è un caso che Gheddafi nei giorni precedenti la sua eliminazione insistesse sulla minaccia jihadista come vero nemico del suo regime e vero pericolo per gli occidentali che lo volevano far fuori. Pensava che l’argomento avrebbe dissuaso americani, inglesi e francesi dall’attaccarlo. Anche lui aveva capito poco oppure non voleva dire ciò che sapeva: del terrorismo islamico non è mai fregato niente né agli Stati Uniti né agli stati membri della Ue. Era ed è un pretesto utile ad altri interessi politici ed economici e l’Unione europea non ha mai avuto alcun interesse politico comune se non quello di allinearsi agli americani e alla Nato.

Come si posiziona invece l’Onu di Guterres? Perché le Nazioni Unite hanno sostenuto Serraj?

Al Serraj

Anche l’Onu ha la memoria corta. Anzi direi che l’Onu ha eliminato la memoria dalla propria costituzione. Il ruolo politico dell’Onu nelle questioni di sicurezza dipende dai membri permanenti del Consiglio di sicurezza che invece sono incancreniti nelle memorie nazionali e nelle relative narrazioni. L’azione e le posizioni dell’Onu sono soltanto di carattere burocratico e amministrativo. La scelta dell’Onu su Al Serraj è in realtà la scelta di alcuni suoi funzionari che si sono esercitati nel mestiere di azzeccagarbugli. A partire da Bernardino Leon, per ragioni di pura conoscenza personale e di esplicito quanto non irrevocabile suggerimento da parte dei padroni del consiglio di sicurezza, Al Serraj è stato proposto come l’uomo moderato e giusto per gestire il dopo Gheddafi. La mancanza di memoria e l’ignoranza geopolitica di tali funzionari ha messo in condizioni Al Serraj d’impersonare una figura che non è la sua e che il magma politico libico comunque non riconosceva.

Ora, mentre Haftar riceve sostegno concreto dall’Egitto, che è diventato una potenza regionale grazie alla acquiescenza di Israele e, quindi, degli Stati Uniti e di altri stati arabi e non, Al Serraj è considerato semplicemente un elemento di transizione utile agli esercizi dialettici e ai compromessi che si pensa possa favorire. Al Serraj, in verità, ha molta esperienza della politica della mediazione e del compromesso per essere stato nel governo di Gheddafi per molti anni, ma questa esperienza non conta niente e comunque non conta più senza Gheddafi. I capi delle oltre quaranta fazioni e tribù che Gheddafi riusciva con buone e cattive maniere a tenere al guinzaglio, senza il Rais non hanno alcun rispetto per nessuno e tantomeno per un ex burocrate del precedente regime.

Quale il ruolo degli Stati Uniti e della Russia?

Sono i grandi attori della geopolitica mondiale. In Libia però da tempo si sono sottratti a qualsiasi coinvolgimento diretto e soprattutto risolutivo. Le altre potenze regionali europee, africane e mediorientali sono lasciate volutamente nel marasma e nella indecisione. Agli Usa va bene la destabilizzazione e la cantonizzazione libica. Ma senza fretta. Il pericolo dell’estremismo islamico è ancora un tema che all’interno degli Usa e dell’Europa ha una qualche presa sull’opinione pubblica.

E la Libia è attualmente, secondo la retorica comune, un luogo d’elezione del terrorismo e dell’estremismo islamista. Gli Usa interverranno con azioni militari soltanto su richiesta specifica non di Haftar o Al Serraj, ma degli altri Stati alleati, che però dovrebbero pregare in ginocchio e assumersi la responsabilità dei massacri e degli eventuali e probabili insuccessi. La Russia, come al solito, è in posizione di attesa. Aspetta una mossa falsa di qualche Stato europeo e non vuole alienarsi la cooperazione dell’Egitto nel campo degli armamenti. La Russia sarà ancora una volta l’arbitro delle decisioni del Consiglio di sicurezza, ma nemmeno essa ha un quadro chiaro sul da farsi. Certo che se riuscisse ad ottenere da qualcuno l’accesso alle basi navali libiche o alla intera costa avrebbe un interesse ed una determinazione maggiori. Per ora nessuno ha la capacità di promettere niente in cambio di un supporto politico-militare e i rischi di fallimento sono maggiori delle probabilità di successo

Il mondo arabo pare in questo momento non avere una opinione unitaria sul conflitto…

Non mi meraviglia. Non esiste un mondo arabo unito e quindi, come in Europa, non esiste una politica araba. Chi aveva sostenuto la formazione e le nefandezze del cosiddetto stato islamico può avere ancora qualche influenza su alcune delle milizie pro e contro Haftar, ma non un ruolo determinante. La divisione del mondo arabo su temi come la Libia è il segno di una cautela araba sulla possibile nascita di una nuova egemonia egiziana. Al Sisi si vuole proporre come il nuovo Nasser. Esattamente come si voleva proporre Gheddafi. E Nasser e il suo fan Gheddafi sono stati i promotori forti dell’unità araba.

Oggi nessuno vuole ricominciare con le beghe della Repubblica araba unita fondata da Nasser o delle pretese libiche sul controllo dell’Africa. La stessa Lega Araba è sempre stata indecisa e restia ad azioni forti in Libia. Il contatto formale con l’Unione europea non ha prodotto niente di determinante sul piano politico anche se qualche risultato lo ha avuto nella promozione degli scambi commerciali tra alcuni dei rispettivi stati membri. Qualunque sia la soluzione finale della questione libica, se mai ci sarà, metterà l’intero mondo arabo e islamico di fronte ad un nuovo problema e non davanti ad una soluzione dei vecchi.

Con il summit di Palermo l’Italia ha cercato di diventare uno degli interlocutori principali per la risoluzione della questione. Adesso a che punto siamo?

Mi sembra che tutte le iniziative politico-diplomatiche assunte finora si siano dimostrate operazioni di facciata più per motivi interni che per un reale interesse sugli sviluppi libici. Fra l’altro, gli stessi interessi economici dell’Eni non sembrano impensierire l’azienda che da anni insiste nel dire che non ha problemi, che tutto è sotto controllo e si raccomanda di non mandare truppe nazionali che potrebbero fare danni irreversibili e compromettere la rete di rapporti tessuta in quasi mezzo secolo.

In Libia, l’Italia sta tentando di superare la marginalizzazione ottenuta con una politica interna ed economica largamente osteggiata dagli stessi partner europei. Il tentativo del nostro presidente del consiglio di chiamare in causa gli Stati Uniti è un modo per riconoscere la nostra impotenza, denunciare l’insussistenza degli altri partner europei e la nostra completa acquiescenza nei confronti degli americani. Questo ovviamente fa piacere agli Usa e molto meno agli alleati europei. I primi comunque non si presteranno ad accogliere le richieste italiane solo per ringraziare i nostri leader della fedeltà o del servilismo. Ci sono ormai abituati e ritengono che sia un loro diritto ricevere l’adulazione e l’ossequio in cambio di una gratuita pacca sulla spalla. Decideranno in base alle proprie esigenze ed interessi, sempre ammesso e non concesso che sappiano come soddisfarli in Libia.

Può esistere secondo lei uno Stato libico unitario?

Sì, a patto che si riesca a trovare un modello di Stato che funzioni e che non crei le premesse per un conflitto ancora più lungo e insanabile. Il modello della monarchia precedente non funziona, anche se la Cirenaica oggi adotta gli stessi simboli del vecchio regno. Quello della colonizzazione fascista non è più proponibile. Quello di Gheddafi prima maniera, con l’idea nasseriana di uno Stato laico e forte, è il sogno dell’Egitto di Al Sisi e della Siria di Bashar Assad, ma è stato l’incubo di Saddam Hussein, dello yemenita Saleh, dell’etiope Menghistu, del somalo Siad Barre e di altri piccoli dittatori. Il modello di Gheddafi seconda maniera, esportatore di rivoluzioni e sostenitore del terrorismo è finito con i bombardamenti americani del 1986 che gli hanno fatto passare la voglia di farsi grande con il terrore.

Il generale Haftar

Il modello di Gheddafi terza maniera, vagamente islamista, arrogante e paternalistico è finito nel momento in cui le sue pretese di ricatto petrolifero e migratorio hanno trovato l’opposizione di Usa, Francia e Gran Bretagna e il sostegno della sola Italia. L’unitarietà geografica della Libia è una balla come tutte quelle degli Stati disegnati a tavolino da inglesi, francesi e italiani. E non è questa che fa delle guerre libiche una “guerra civile”. Infatti non lo è nel senso che non si tratta di libici contro libici, ma di peones libici al servizio di organizzazioni e Stati esterni. L’unità politica potrebbe funzionare se soltanto non ci fossero nei parlamenti libici sparute minoranze di piccoli partiti e una eclatante maggioranza di “indipendenti” vale a dire di rappresentanti che non stanno con nessuno e che si offrono di volta in volta ad uno schieramento o ad un sedicente leader in cambio di prebende personali o favori tribali.

Anche la cantonizzazione non funzionerebbe perché segnerebbe i confini geografici e amministrativi fra entità che non si accontenterebbero delle proprie risorse e comunque non hanno mai concepito l’indipendenza come unità sotto un particolare regime. In queste condizioni è molto più plausibile un ritorno alla dittatura ed è esattamente quello che vuole Haftar o quello che vorrebbe Al Serraj con una sorta di governo sotto duplice egida: quella politica, la sua, e quella militare da assegnare ad Haftar con il compito di eliminare tutte le controversie interne (magari con una bella purga e repressione in grande stile). In comune ci sarebbe la parte più appetitosa: la mangiatoia dello sfruttamento economico.

Intervista raccolta da Alice Pistolesi

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