L’ombra del nucleare sul conflitto in Ucraina

In Russia ci sono oltre 5,900 testate e  circa 1500 sono già costantemente in stato d’allerta, operative e pronte all’uso

di Elia Gerola

La stabilità nucleare europea e globale domenica 27 febbraio 2022 è stata fortemente alterata. Due le notizie che per tempismo e possibile portata, segnalano un’escalation nell’andamento del conflitto russo-ucraino. Da una parte l’ordine del Presidente Russo Putin di mettere in stato di “massima allerta” le forze nucleari del Paese. Dall’altra l’esito del referendum costituzionale bielorusso che ha decretato la perdita dello status di “neutralità nucleare” per la Bielorussia, importante alleato di Mosca, sancendo un ulteriore passo indietro per il disarmo nucleare in Europa (dopo l’uscita deli Usa a guida Trump dai trattati INF e Open Sky), dai tempi della Guerra Fredda.

La decisione di Putin di mettere in status di allerta massima le forze nucleari russe è stata annunciato in diretta tv, giustificando la decisione come proporzionata all’aggressività NATO ed alle sanzioni economiche occidentali. Gli analisti però sottolineano come una tale decisione, più che un valore materiale immediato derivante dalla minaccia di utilizzo tattico, ovvero sul campo di battaglia, dell’arma di distruzione di massa per eccellenza, abbia soprattutto un valore simbolico cruciale, atto a mettere ulteriore pressione sugli ucraini ed i loro alleati occidentali. Da notare infatti è come delle oltre 5,900 testate nucleari russe, circa 1500 siano già costantemente in stato d’allerta, operative e pronte all’uso, poiché parte del regime di reciproca deterrenza con gli altri Stati nucleari, in particolare: USA.

Altro elemento da riportare riguarda invece le dichiarazioni dell’ex Presidente russo Dmitry Medvedev, ora Vice-Capo del Consiglio di Sicurezza Russo, che ha fatto sapere che sanzioni economiche pesanti come quelle che vedono l’esclusione della Russia dal circuito di pagamenti regolato dal protocollo SWIFT permettono a Mosca di avere il pretesto di rimodulare i propri legami con i Paesi occidentali e quindi anche di uscire legittimamente dall’ultimo trattato di controllo degli armamenti bilaterale in vigore tra Casa Bianca e Kremlino, per altro appena rinnovato fino al 2026, sopravvissuto alla Presidenza Trump, il cosiddetto New START. Quest’ultimo limita a 1550 il numero delle testate nucleari strategiche e a 800 il numero dei rispettivi vettori di lancio (missili e bombe) operativi, schierabili da USA e Russia.

A complicare la situazione è infine arrivato l’esito del Referendum costituzionale bielorusso i cui risultati determinano che: la Bielorussia rinuncia allo status di potenza nucleare neutrale e potrà consentire ad un altro Stato di schierare sul proprio territorio armi nucleari. La votazione popolare è stata convocata dal dittatoriale regime guidato da Alexander Lukashenko, da molti considerato ormai solo un fantoccio di Putin a Minsk, al potere però da oltre 27 anni. I quesiti, oltre a riguardare lo status nucleare del Paese hanno chiesto alla popolazione anche di votare sull’estensione della possibilità di rimanere al potere fino al 2035 per l’attuale Presidente e a favore o meno della sua non perseguibilità per le azioni commesse in qualità di Capo di Stato una volta scaduto il proprio mandato. Secondo i dati forniti dal Governo di Minsk, ma non riconosciuti dalla comunità internazionale occidentale, avrebbe votato circa il 78% della popolazione e il 65,2% si sarebbe espresso favorevolmente alla rinuncia della neutralità nucleare. Al seggio il Presidente Alexander Lukashenko ha dichiarato che nel caso in cui la NATO dovesse schierare armi nucleari in dispiegamento avanzato in Polonia o Lituania, chiederà alla Russia di fare altrettanto sul proprio territorio.

Insomma, nel conflitto russo-ucraino la possibilità di un’escalation militare nucleare sta acquisendo una rilevanza sempre maggiore. Infatti secondo molti analisti, l’invasione a tenaglia ordinata da Putin non sta procedendo tanto facilmente e speditamente quanto il Cremlino si sarebbe aspettato. Inoltre la stessa velocità con la quale le sanzioni economiche sono state approvate dagli Stati Europei ed Occidentali potrebbe essere risultata sottovalutata. Così, messo all’angolo, il Presidente russo, che per ormai due decenni ha ribadito che la postura nucleare russa sarebbe quella “difensiva e punitiva” ovvero di impiego dell’arma nucleare in primis come deterrente ad ogni attacco, e sul campo solo in caso di minaccia alla sopravvivenza dello Stato russo o per punire un’aggressione nucleare sul proprio territorio, potrebbe essere indotto dai fatti a decidere di impiegare l’arma nucleare sul campo di battaglia, in maniera tattica e con due soli precedenti nella storia dell’Umanità, risalenti a 75 anni fa: Hiroshima e Nagasaki.

L’impiego del nucleare sul suolo ucraino avrebbe implicazioni devastanti innanzitutto dal punto di vista umano ma anche infrastrutturale e ambientale. Vi sarebbe poi un enorme valore simbolico che una tale azione avrebbe, come sottolinea l’esperta Francesca Giovannini. “Pensando l’impensabile”, l’accademica di Harvard sottolinea infatti come Putin abbia scommesso molto su questo conflitto e su come vi sia quindi non solo il prestigio internazionale russo ma anche il suo personale, di Capo di Stato e leader ormai indiscusso della Russia in gioco. Di conseguenza, il rischio di mosse irrazionali ed estreme, anche da un leader navigato della sua esperienza non può essere sottovalutato. Il cosiddetto “taboo nucleare”, ovvero l’impegno non scritto ma eticamente, simbolicamente e consuetudinariamente garantito dalle Potenze dotate dell’atomica, a non utilizzarla in guerra, potrebbe essere infranto per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale. 

Ad oggi, un dato è certo, come viene sottolineato da esperti analisti come Kristensen e Korda su The Bulletin of Atomic Scientist: al confine russo-ucraino vi sono mezzi di terra mobili dual-use, ovvero capaci di trasportare e detonare ordigni sia convenzionali che nucleari. Il rischio di un’escalation nucleare e di un impiego di ordigni nucleari a fini dimostrativi e simbolici rimane quindi elevato, tuttavia chiosano sottolineando come dalle immagini satellitari e dalle informazioni di intelligence in loro possesso tali mezzi di terra non sembrano essere né armati con armi nucleari né sorvegliati da convogli militari che normalmente si trovano a difesa di vettori nucleari.

 

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