L’onore del martirio

Dalla firma dell'accordo tra croati e serbo bosniaci, alla strage di Briševo, alle spartizioni più o meno previste fino alla difficile convivenza attuale. Un'analisi che parte dal 1992 e racconta la storia nascosta di un paese oggi completamente disabitato

di Edvard Cucek

Tutto successe a soli due mesi e mezzo dalla firma dell’accordo, all’epoca segreto, tra due rappresentati politici, Mato Boban per la parte croata bosniaca e Radovan Karadzic per quella serbo bosniaca. Il 5 maggio 1992 i due si trovarono a Graz (Austria) per definire gli obiettivi strategici, questa volta da futuri alleati. Visto che le ostilità tra serbi e croati sul suolo della vicina Croazia si stavano placando non restava che trovare il “modus operandi” per essere allineati con le posizioni concordate tra i propri superiori, Tudjman e Milosevic, e per creare i presupposti per la spartizione delle terre bosniaco erzegovesi.

In quel giorno venne quindi firmato l’accordo di non aggressione, poi diventato il famoso “documento di guerra”, testimonianza inconfutabile delle intenzioni di due presidenti, della Serbia e della Croazia, e degli esecutori delle loro politiche sul territorio della Bosnia ed Erzegovina, poco prima internazionalmente riconosciuta come Stato indipendente anche dalla Croazia stessa.

Non ci vorrà molto anche a chi credeva in questo accordo per cambiare idea. Il testo sanciva che per i croati bosniaci valeva solo il territorio con maggioranza assoluta croata e che il resto dei connazionali che abitavano nelle zone, dopo l’accordo destinate a diventare la futura “Republika Srpska”, non erano compresi. Anzi, gli altri erano venduti dai fratelli di Erzegovina e dal partito più votato, HDZ- Unione Democratica Croata fondato da Franjo Tudjman. In sostanza all’esercito serbo, militari e paramilitari, si lasciavano mani libere per eseguire la pulizia del territorio. Per renderlo di propria maggioranza ed omogeneo.

Poi in scena entra Briševo. Questa storia vissuta dagli abitanti del villaggio di Briševo, nella regione di Prijedor (Bosnia Occidentale), non si può definire in nessun altro modo che inferno. Un luglio del 1992 ancora da raccontare. In soli due giorni in questo villaggio successe una delle più mostruose stragi del popolo croato bosniaco durante il conflitto bosniaco erzegovese dal 1992 al 1995 ed il peggior esempio della ferocia militare serba. Il 24 luglio del 1992, intorno alle 9 del mattino, le forze della quinta e della sesta Brigata di Prijedor provenienti da Sanski Most, città vicina, e assistite dalle forze paramilitari locali dei paesi serbi limitrofi, cominciarono con il bombardamento, sproporzionato vista la superficie di Briševo e il numero degli abitanti disarmati.

Dopo aver fatto “terra bruciata” iniziò un attacco al villaggio con un elevatissimo numero dei militari. Briševo in quel giorno diventò la più grande “camera di tortura“ di un popolo nella storia recente. Le brutalità dei militari serbi compiute in questi due giorni hanno provocato orrori inauditi fino ad allora. 73 abitanti del villaggio di tutte le età, dai giovani agli anziani, sono stati torturati e poi uccisi o lasciati morire. Circa 65 case familiari e una chiesa cattolica locale sono state bruciate o gravemente danneggiate. Tutto questo per puro divertimento. Le uccisioni si sono svolte solo durante il giorno e in quasi tutti i casi le vittime, una o più di una, si sono prima scavate le fosse da sole per poi, dopo le terribili torture, finire dentro. Gli animali e le persone sono stati spesso sepolti insieme, per umiliare ulteriormente le vittime stesse. Le atrocità sono testimoniate nel libro “I martiri di Briševo” e confermano un altro lato di questa modalità di fare la guerra, fuori da ogni capacità di comprenderne le ragioni. Quasi sempre i familiari erano costretti a guardare la lenta uccisione dei padri, madri, o quello che era più devastante, dei propri figli. Quasi tutte le donne e le ragazze più giovani sono state violentate. Davanti ai padri e ai mariti.

Nel caso di questo martirio si può vedere come la grande ideologia nazionalista, in questo caso serba, abbia causato conseguenze tragiche, creando i presupposti per una impossibile convivenza nel prossimo futuro. Tutte le vittime civili, contadini, minatori e operai sono stati uccisi senza nessun motivo. Senza motivo comprensibile anche considerando gli obiettivi delle strategie militari. Per conquistare l’intero paesino in quel momento bastava un soldato armato con il compito di riferire agli abitanti gli ordini precisi su come lasciare le proprie case e entro che ora. Secondo il censimento del 1991, la composizione etnica del villaggio era la seguente: croati 370, jugoslavi 16, serbi 7, bosniaci 1, altri 11

Epilogo totale è che quattro famiglie complete, Matanović, Atlija, Dimač e Bariši sono state sterminate. La vittima più giovane era il quattordicenne Ervin Matanovic e il più vecchio l’ultra ottantenne Stipo Dimač. Le condizioni dei cadaveri che per diversi giorni non potevano essere sepolti in quanto le orge dei soldati andavano avanti a lungo sono difficilmente descrivibili. Il giorno successivo i soldati tornavano, portavano via quello che di valore era rimasto e bruciavano un edificio, casa, scuola o stalla.

A parte i sopravvissuti e i familiari delle vittime di Briševo veramente pochi hanno sentito parlare di questo crimine. Nonostante gli impegni di chi voleva che la verità uscisse fuori, sulla storia di Briševo giace un velo da silenzio imposto. Queste persone non sono mai state un argomento importante per i vertici delle compagnie televisive o delle principali testate giornalistiche. Briševo non esiste nemmeno per i media croati in Bosnia Erzegovina. Soprattutto per quelli della “Madre Croazia”. Non hanno mai interessato nemmeno i personaggi autoproclamati “difensori del proprio popolo e degli interessi nazionali”. Anche quando si trattava di capi dei partiti legalmente eletti come rappresentanti della componente croato bosniaca.

Perché di questo episodio vergognoso e disumano non si può parlare e dare il riconoscimento dovuto ai civili innocenti? Anche se non sembra i conti sono semplici. E’ un semplice gioco politico. Fin dai tempi del presidente croato Franjo Tudjman, morto a dicembre del ‘99, la politica condivisa con il presidente della Serbia Slobodan Milosevic, riguardante la Bosnia era una spartizione dello Stato bosniaco tra Croazia e Serbia che doveva lasciare ai bosgnacchi mussulmani un lembo di terra con Sarajevo in mezzo e fare da cuscinetto tra i due nuovi stati ingranditi.

Nuovi buoni vicini. Questa soluzione era la favorita dai croati del sud della Bosnia ed Erzegovina. Praticamente tutta l’Erzegovina dell’ovest con la città di Mostar come nuova capitale doveva entrare a far parte del nuovo Stato Croato mentre alla Serbia spettava quel pezzo della Bosnia oggi conosciuto come “Republika Srpska”. Al resto della popolazione croato bosniaca, che dal censimento del 1991 era quasi doppio della parte erzegovese, doveva succedere esattamente quello che è successo. Dovevano essere trasferiti in modo forzato per creare territori etnicamente puliti e omogenei, perché così facendo, anche in caso di referendum popolare, si potesse realizzare l’idea di “Grande Croazia” e, un poco più piccola del previsto di “Grande Serbia”.

Ma torniamo all’accordo di maggio del 1992. Mi risulta che questo nefasto accordo non sia ancora morto. C’è ancora chi crede e aspetta che le condizioni siano mature per prendersi ognuno “quello che gli spetta”. Direi che la politica separatista dei croati di Erzegovina tende proprio a realizzare il sogno di un maggio del ’92: avere la propria fetta della Bosnia ed Erzegovina per successivamente diventare a tutti gli effetti parte della Croazia. Per realizzare questo separatismo i croati non avranno mai il sostegno della popolazione bosgnacco mussulmana però lo avranno sempre dai separatisti serbi. La loro ricetta pare quindi essere quella di non urtare la “Republika Srpska”, tollerare e sostenere la sua strada separatista fino alla autodeterminazione fino a che i serbi daranno il loro consenso ad una terza entità croata in Bosnia.

Ecco perché da Mostar croata non arrivano mai condanne contro i crimini compiuti dai serbi a Banja Luka o in qualsiasi altra città facente parte della entità serba. Ecco perché non si possono nominare e commemorare, tra tante altre, anche le vittime di Briševo. Proprio perché gli “uomini d’onore” vogliono, ancora 27 anni dopo, rispettare gli accordi tra loro stipulati. Se un domani la politica ufficiale croato bosniaca decidesse di avviare i processi davanti ai tribunali, chiedere la verità per tutte le vittime, sicuramente l’unico appoggio che si possa aspettare crollerebbe in un istante. Dare per avere, ossia morire per il volere di criminali sfacciati. Anche quando il fenomeno si chiama interesse vitale della nazione.

Briševo oggi è un paesino completamente disabitato.

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