Messico, il cemento di Trump

di Tommaso Andreatta

Donald Trump ha annunciato che vuole siano stanziati 25 miliardi di dollari per il muro col Messico e che siano previsti 5 miliardi per misure aggiuntive sulla sicurezza dei confini.

Incontrando decine di sindaci alla Casa Bianca, il presidente – racconta l’Ansa – ha poi detto annunciato un piano per le infrastrutture da 17.00 miliardi di dollari di investimenti nei prossimi 10 anni.

Si tratta di una cifra sensibilmente più alta di quella indicata finora, pari a circa 1.000 miliardi. Alcuni dettagli del piano saranno forniti nel discorso alla nazione del 30 gennaio.

Uno studio del Congresso Americano, pubblicato nel 2009 spiega che  la storia delle limitazioni fisiche ai migranti messicani, impegnati nella ricerca di una vita migliore negli Usa, ha radici profonde: la costruzione delle prime barriere – non muri – al confine iniziò nel 1990, durante la presidenza di George Bush senior.

Il Post spiega che «questo primo tratto di barriera fu un’iniziativa delle autorità locali incaricate di sorvegliare la frontiera».

«La barriera non aveva lo scopo di bloccare completamente il passaggio: poteva essere scavalcata facilmente, oppure semplicemente aggirata (…) In poco tempo, a causa della scarsa manutenzione, la barriera divenne “del tutto inefficace” e le autorità locali decisero di costruire una seconda recinzione a poca distanza dalla prima».

Il progetto di Trump, in materia di cemento, poggia quindi su basi solide, fatte di tentavi precedenti, alcuni andati a buon fine, altri meno.

«I lavori incontrarono alcune difficoltà legali, ma furono in gran parte terminati nel 1993, poco dopo l’insediamento di Bill Clinton (alcune fonti riportano che non fu completato l’ultimo tratto di circa cinque chilometri)».

L’amministrazione americana, durante l’Era Clinton, lavorò alla costruzione di barriere, alcune invisibili, altre molto ben visibili.

«Tra il 1994 e il 1995 l’allora presidente Clinton approvò le operazioni Gatekeeper (in California), Hold the Line (in Texas) e Safeguard (in Arizona), che avevano lo scopo di aumentare le risorse a disposizione della polizia di frontiera e scoraggiare l’immigrazione e il traffico di droga attraverso una strategia di deterrenza».

Recinzioni lunghe poche decine di chilometri vennero costruite, secondo il «modello San Diego», a El Paso, in Texas, e a Nogales, in Arizona. Quello voluto dai Democratici (Clinton rimase in carica al 1993 al 2001) era un sistema basato sulla costruzione di piccole barriere in punti strategici. Effetto collaterale: i desperados, per arrivare nel Paese a stelle e striscie, si videro costretti a tentare l’attraversata del deserto, spesso morendoci.

Quello di cui abbiamo parlato non è il muro alto e invalicabile  di 3.200 chilometri che vuole Trump, ma c’è un’altra “recinzione” che anticipa l’operazione del presidente con i capelli arancioni.

Prima della parete di cemento che sta rendendo popolare il presidente repubblicano venne realizzata una barriera di circa 1.100 chilometri, che sorge oggi al confine tra i due Paesi. «La costruzione di questa barriera è iniziata in seguito a un ordine diretto del presidente Geroge W. Bush, che nel 2006 fece approvare il “Secure Fence Act”».

Si tratta di una legge che fu votata, tra gli altri, dagli allora senatori Hillary Clinton e Barack Obama.

Ma il punto è che l’ipocrisia la fa da padrona anche nella questione del muro, perché i numeri dimostrano che senza il lavoro nero dei messicani una fetta importante dell’economia americana non riuscirebbe a camminare con le proprie gambe.

Lo si legge chiaramente sul sito neodemos.info Parliamo di un mare di giardinieri, camerieri, uomini e donne di servizio, persone che fanno quesi mestieri che gli statunitensi (e non solo loro) considerano di terza classe: «L’Hispanic Trend del “Pew Research Center” di Washington (un autorevole centro studi con un apposito osservatorio sulla materia) documenta come la forza lavoro irregolare sia rimasta stabile negli anni dopo la grande recessione, mentre le componenti legali hanno ripreso a crescere in maniera significativa.

Nel 2014 le statistiche ufficiali parlavano di 43,6 milioni di residenti nati all’estero, dei quali 11,1 milioni di illegali (“unauthorized” immigrants) pari al 26% del totale (cfr. Pew Research Centre, 2016).

La popolazione nata all’estero includeva dunque 19 milioni di cittadini naturalizzati, 11,7 milioni di residenti permanenti legali (quelli che noi definiremmo immigrati in senso stretto) e 1,7 milioni di residenti legali temporanei (come studenti, diplomatici e “lavoratori ospiti” soprattutto nel settore tecnologico). In totale queste diverse categorie di immigrati rappresentavano il 13,6% della popolazione americana nel 2014».

Quindi da un lato si erigono muri e barriere, creando posti di blocco e di controllo lungo i confini, ma dall’altro non si fa che incentivare l’arrivo di quei nuovi lavoratori sottopagabili, che rendono tutto più facile nell’economia casalinga.

«In tempi recenti l’amministrazione Obama ha promosso due programmi che consentono permessi temporanei e possibilità di lavorare a circa il 10% degli irregolari presenti negli USA: il primo (DACA: “Deferred Actions for Childhood Arrivals”) riguarda più di 730.000 giovani adulti che devono essere stati portati negli USA prima dei 16 anni di età, non devono aver compiuto 30 anni alla data del 15 giugno 2012 e devono aver vissuto continuativamente negli Stati Uniti dal 15 giugno 2007».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

http://www.ilpost.it/2017/01/31/muro-messico-trump-clinton-obama/

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/americalatina/2018/01/25/trump-vuole-25-mld-dlr-per-muro-messico_4e67bc49-500d-4346-bf5e-5a05010f10de.html

http://www.neodemos.info/articoli/clandestini-nellamerica-trump/?print=pdf

 

 

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