Militari italiani a difesa delle fonti fossili

Nel 2022 l'Italia spenderà circa 870 milioni di euro per le operazioni a tutela di gas e petrolio, il 70% dell’intero budget. L'intervista a Sofia Basso di Greenpeace

di Alice Pistolesi

Un discreto numero di missioni militari e ingenti investimenti hanno il compito di proteggere le fonti fossili e garantire l’approvvigionamento energetico dell’Italia. Per capire dove sono stanziati i militari italiani, con quali direttive e quali sono le ripercussioni che stanno dietro questa scelta abbiamo rivolto alcune domande a Sofia Basso, ricercatrice del progetto ‘Climate for Peace’ di Greenpeace.

Proteggere le fonti fossili è uno dei principali compiti delle missioni militari italiane all’estero. Quanto investe il nostro Paese in questo settore?

Greenpeace ha calcolato che – nonostante gli effetti di gas e petrolio sulla crisi climatica e sulla pace – quest’anno l’Italia spenderà circa 870milioni di euro per le operazioni a tutela delle fonti fossili, pari al 70 per cento dell’intero budget per le missioni militari. Una cifra in costante crescita dal 2019, malgrado gli impegni di decarbonizzazione sottoscritti dal nostro Paese. Difficile immaginare che il governo Meloni possa segnare una discontinuità sul punto. Del resto, le prime dichiarazioni sul tema del nuovo ministro della Difesa, Guido Crosetto, sono nel segno della continuità, con la sottolineatura della necessità di difendere “il gas che transita nel Mediterraneo”.

La guerra in Ucraina ha aggravato questo tipo di scelta?

Purtroppo sì. Malgrado l’aggressione di Putin sia finanziata dai proventi dei combustibili fossili, l’Italia ha interpretato la necessità di diversificare le fonti energetiche come mera sostituzione del gas russo con quello di altri Paesi, non come monito ad accelerare sulle rinnovabili. Già in maggio, l’allora ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha avvertito che la ricerca di nuovi fornitori “non può prescindere dal consolidamento delle condizioni di stabilità delle regioni che rappresentano una valida alternativa per l’approvvigionamento delle risorse energetiche”. Anche il presunto sabotaggio del gasdotto Nord Stream va nella direzione dell’ulteriore militarizzazione delle infrastrutture energetiche, con il Capo di Stato maggiore della Difesa che ha subito annunciato di aver aumentato “le misure per la tutela delle reti strategiche per l’interesse nazionale, a partire dai tre gasdotti che passano nel Canale di Sicilia”. Pure Crosetto, nel colloquio con il suo omologo francese, ha ribadito che “non possiamo permetterci eventi come quello accaduto al Nord Stream”.

Quali sono le missioni che hanno il compito di difendere gli asset strategici Eni? Questo scopo è dichiarato ufficialmente?

Le missioni con il mandato esplicito di difendere le piattaforme Eni sono due: l’operazione Gabinia, nel Golfo di Guinea, e Mare Sicuro, nelle acque internazionali prospicienti le coste libiche. In entrambi i casi, questo compito compare al primo posto nelle rispettive schede di missione trasmesse dal governo al Parlamento. Le operazioni militari che tutelano gli interessi del Cane a sei zampe, però, sono molte di più, perché gli asset Eni rientrano nelle “infrastrutture critiche” protette da altre missioni, in particolare quelle dispiegate nel Mediterraneo orientale dove, come precisato più volte da Guerini, “la possibilità di sfruttamento delle risorse energetiche è fortemente condizionata dal contenzioso marittimo in corso”. Ci sono poi le missioni che, invece di proteggere direttamente i pozzi o le piattaforme, difendono le tratte commerciali per l’import di gas e petrolio, come lo Stretto di Hormuz, o la stabilità di Paesi cruciali per la nostra “sicurezza energetica”, come l’Iraq. Anche in questi casi, la rilevanza del fattore energetico è dichiarata esplicitamente nei documenti ufficiali e nelle comunicazioni al Parlamento, ma è poco nota all’opinione pubblica, che non va a spulciare le carte.

Che tipo di impatto ambientale e sociale ha secondo lei questa scelta?

È ormai acclarato che l’uso delle fonti fossili sia il principale fattore della crisi climatica in corso e, quindi, degli eventi estremi correlati, come le inondazioni e la siccità. Le attività di estrazione di gas e petrolio, inoltre, hanno un impatto molto pesante sull’ambiente e sulle diseguaglianze sociali. Diversi studi di Onu, Parlamento europeo e Parlamento italiano sottolineano, ad esempio, come nel Golfo di Guinea la “cornucopia petrolifera” abbia deteriorato le aree coltivate e le acque prospicienti i pozzi, spingendo i pescatori e gli agricoltori locali nelle braccia della pirateria. In pratica, gli interessi delle industrie fossili che il nostro governo va a difendere in giro per il mondo contribuiscono, in molti casi, a causare quelle stesse crisi che l’Italia tenta di stabilizzare, in un circolo vizioso che Greenpeace chiede da tempo di interrompere.

*In copertina foto di Said Zr, Shutterstock

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