Mine: progressi ma rallenta l’impegno

La denuncia nella 22ma edizione del Landmine Report. Hrw chiede a Biden di invertire la rotta e di aderire senza indugio al Trattato per la messa al bando di una delle armi più odiose e pericolose per i civili

Il Landmine Monitor Report 2020, giunto alla sua 22° edizione, sostiene che anche se i Paesi si stanno sforzando collettivamente di compiere progressi per raggiungere un mondo libero dalle Mine durante la pandemia Covid-19, si registrano nuove insidiose sfide dovute all’utilizzo delle mine improvvisate da parte di gruppi armati non statali mentre crescono gli incidenti tra i civili e la Campagna internazionale (che ha una sede anche in Italia) registra una diminuzione a livello generale nel sostegno all’azione finanziaria per lo sminamento. Progressi dunque troppo piccoli – dice il rapporto sugli ordigni anti uomo – che non stanno ancora liberando il Mondo da una delle armi più odiose e micidiali che resiste nel tempo nascosta sotto terra, nei letti dei fiumi, nei campi coltivati.

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L’occasione della presentazione del rapporto ha sollecitato Human Rights Watch a intervenire per stimolare il nuovo presidente eletto negli Stati Uniti. Joe Biden, sostiene l’organizzazione, dovrebbe ripristinare la politica statunitense che vieta la produzione e l’acquisizione da parte degli Stati Uniti di mine antiuomo. Per aiutare a prevenire ulteriori vittime delle mine, gli Stati Uniti dovrebbero aderire al Trattato per la loro messa al bando “senza indugio”, ribaltando la politica della grande potenza militare che con Trump ha fatto, in questo senso, solo passi indietro. Ad oggi sono 164 i paesi che hanno aderito al Trattato di messa al bando delle mine, adottato 23 anni fa. Si tratta dell’80% dei Paesi del mondo ed i 33 paesi restanti de facto ne rispettano gli obblighi. Solo il Myanmar, che non è parte del Trattato, ha fatto uso – dice il rapporto – di mine antipersona nel periodo che va tra metà 2019 fino ad ottobre 2020. Nello stesso periodo diversi gruppi armati non statali (NSAGs) hanno fatto uso di mine in sei Paesi: Afghanistan, Colombia, India, Libia, Myanmar e Pakistan.

Progressi troppo lenti

Sul fronte dei progressi, l’ampia distruzione delle scorte di questi ordigni indiscriminati continua ad essere uno dei più grandi successi del Trattato di messa al Bando delle Mine. Ad oggi gli Stati Parte hanno distrutto oltre 55 milioni di mine antipersona presenti negli arsenali, comprese oltre 269,000 mine distrutte nel 2019. Durante il periodo preso in esame sono stati bonificati circa 156kmq e distrutte oltre 123,000 mine e il Cile, agli inizi del 2020, ha dichiarato di aver completato le operazioni di bonifica. Non di meno, il 2019 ha rappresentato il quinto anno consecutivo con un elevato numero di vittime da mina e da residuati bellici esplosivi (ERW), dovuti per lo più ai conflitti armati intensi e all’uso su larga scala di mine improvvisate. Secondo il Landmine Monitor 2020 sono stati registrati circa 5,554 incidenti da mine/ERW, più della metà dei quali provocati da mine improvvisate (2,949). I civili sono ancora la maggioranza delle persone coinvolte negli incidenti: rappresentano l’80% del totale, e di questi circa la metà coinvolge bambini (43%).

Meno finanziamenti

Quanto ai finanziamenti per combattere il problema, il 2019 ha visto una riduzione nei finanziamenti dedicati alla Mine Action a livello generale, con 45 donatori e Paesi contaminati che hanno contribuito per circa 650.7 milioni di dollari americani: il 7% in meno rispetto al 2018. Gli Stati Parte del Trattato considerati ancora inquinati da mine, fino ad ottobre 2020, sono 33. Sei di questi Paesi dovrebbero riuscire a rispettare le rispettive scadenze per completare le operazioni di bonifica, mentre otto tra loro hanno richiesto un’estensione che verrà valutata al prossimo Meeting degli State Parte che si terrà in modalità online dal 16 al 22 novembre prossimo.
Il rapporto avverte anche che la pandemia di Coronavirus ha provocato una restrizione nell’accesso ai servizi per i sopravvissuti e le persone con disabilità oltre che nell’esercizio dei propri diritti. L’impatto della pandemia è stato aggravato da anni di scarsità di risorse per l‘assistenza alle vittime in diversi Paesi. Ecco perché, conclude il rapporto, la Risk Education torna ad essere una priorità, pilastro della mine action, essenziale per far convivere in sicurezza le popolazioni affette con l’eredità di morte rappresentata da questi ordigni. (Red/E.G.)

Per saperne di più vai akl sito della Campagna italiana
In copertina la foto utilizzata per la pubblicazione del Landmine Monitor

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