Myanmar, tentativi di pace

La Conferenza di Panglong affronta i temi della nuova forma di uno Stato onnicomprensivo in un Paese ancora attraversato da conflitti

Di Emanuele Giordana

A Naypyidaw è iniziata il 19 agosto la quarta sessione della “Conferenza di pace di Panglong del 21°secolo”, come è stato chiamato il summit che si tiene nella capitale a ridosso delle legislative di novembre: due importanti banchi di prova per il governo civile della Lega democratica di Aung San Suu Kyi. Avrebbe dovuto tenersi dal 12 al 14 agosto ma all’ultimo momento ha subito un rinvio e non certo per questioni di Covid, in un Paese che ha tra le più basse percentuali di contagio al mondo. Il lavorio preparatorio è stato intenso e le sorprese non sono escluse compresa la speranza – anch’essa flebilissima – di una riforma della Costituzione fatta approvare dai militari nel 2008. Alla riunione sono invitate tutte le entità che da decenni combattono contro il governo centrale, ritenuto ostaggio dei bamar, la comunità dominante in un Paese dove le nazionalità riconosciute sono 135. Sono invitati tutti i dieci gruppi che hanno aderito e firmato l’accordo del Nationwide Ceasefire Agreement (NCA) – siglato nel 2015 prima della Conferenza di pace rilanciata nel 2016, sotto la bandiera della Lega, dal primo governo democraticamente eletto. Hanno però ricevuto l’invito anche gruppi che non hanno aderito o che hanno accettato solo in linea di principio il Nationwide Ceasefire Agreement del 2015. Un passo avanti.

Tra gli invitati di rilievo, fuori dall’accordo, ci sono per esempio la Kachin Independence Organisation e l’United Wa State Party. Entrambi hanno un braccio armato potente e controllano vaste aree di territorio. I Wa hanno addirittura due enclave sul confine cinese dove comandano le loro piccole città-stato dove si vende e si compra di tutto: droghe, pangolini, donne, pasticche di metanfetamina. Ma ci sono anche degli esclusi: il più noto è l’Arakan Army (Aa), inscritto nella lista dei gruppi terroristici da quest’anno e considerato solo un nemico da combattere ma con cui potrebbe apririsi anche un futuro canale negoziale. Con gli altri gruppi – Shan, Kachin – non sono mancati screzi e sparatorie ma con l’Aa è diverso. E’ guerra guerreggiata con vittime, sfollati, incendi, villaggi distrutti. Forse, dopo le Conferenza, si vedrà. Le roccaforti dell’Aa – un gruppo secessionista arakanese trasversale ma formato in prevalenza da buddisti – sono proprio nel Rakhine e nel Chin, dove si combatte ogni giorno anche con armi pesanti, uso di artiglieria, raid aerei. Non una guerra “dimenticata”: una guerra ignorata e poco coperta da giornali e tv anche perché l’accesso a questi territori e vietato. Al massimo ci puoi andare su iniziativa dall’esercito.

I temi sul tavolo di Naypyidaw riguardano sia l’attuazione dell’accordo di cessate il fuoco a livello nazionale, sia ulteriori negoziati sui principi base per poter formare un’unione federale, il processo forse più difficile e che richiederà più tempo. Sarà però la prima volta in cui la parola “federalismo” farà il suo ingresso ufficiale nelle discussioni, come già avvenuto nelle riunioni preparatorie tra negoziatori. Probabile che, come già avvenuto alla fine della Conferenza del 2016, il negoziato si chiuda col rilancio di una nuova “Roadmap for National Reconciliation and Union Peace”. I punti previsti dalle maratone precedenti sono spesso però rimasti solo sulla carta.

In copertina: la pagoda Uppatansati nella capitale

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