Nagorno-Karabakh, la guerra infinita

Degenera il conflitto. Intervista a uno dei responsabili della piattaforma OC Media

Armenia e Azerbaigian si sono accusate a vicenda di sparare direttamente nel territorio dell’altro e hanno respinto le pressioni per tenere negoziati mentre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per gli scontri e  il Segretario generale Antonio Guterres ha chiesto di cessare i combattimenti.

di Teresa Di Mauro

“In Nagorno Karabakh sono tutt’ora in corso pesanti combattimenti principalmente nelle aree nord e sud-est della linea di contatto.Ieri sono stati riportati anche bombardamenti nei pressi di Vardenis, una cittadina della repubblica armena. L’Azerbaijan ha affermato che ciò è accaduto in risposta ad un attacco proveniente da quell’area”. Lo racconta ad atlanteguerre Peter Liakhov, uno dei giornalisti  di  Open Caucasus Media (OC Media), piattaforma di notizie online indipendente sulle regioni del Caucaso settentrionale e meridionale che ha sede a Tbilisi.

Vardenis quindi, non si trova all’interno del territorio del Nagorno Karabakh?

No, Vardenis fa parte della repubblica d’Armenia e questo è un passaggio cruciale nello sviluppo degli eventi di questi giorni che mi permette di sollevare la questione delle alleanze regionali. L’Armenia fa parte del CSTO, un’alleanza militare a guida russa. Tecnicamente quindi, Russia e Armenia sono legate da un patto di mutua difesa, ciò significa che in teoria, se il conflitto dovesse spostarsi sul territorio armeno, anziché quello del Nagorno Karabakh, la Russia avrebbe l’obbligo di intervenire. Al momento, l’Armenia non si è ancora rivolta al CSTO per chiedere supporto.

E per quanto riguarda Russia, Turchia e Stati Uniti?

La Turchia ha espresso completo sostegno all’Azerbaijan.
Nonostante fin dall’inizio del conflitto negli anni ‘90, la Turchia sia sempre stata dalla parte azera, non si era mai schierata a favore delle azioni militari di Baku. Questa volta invece è diverso. Erdogan ha dichiarato il proprio sostegno all’Azerbaijan “sia in ambito negoziale che sul campo di battaglia”. La Russia invece, nonostante sia formalmente un’alleata armena, ha legami stretti anche con l’Azerbaijan. Nella regione rappresenta la potenza egemonica e non sarebbe certo contenta di vedere la Turchia avanzare anche in questo territorio.
Abbiamo già assistito ai cosiddetti “proxy conflicts” tra Russia e Turchia in Siria e Libia e se questo accadesse anche nel Caucaso del Sud, le conseguenze sarebbero terribili. Gli Stati Uniti infine, hanno impiegato molto prima di rilasciare qualsiasi dichiarazione. La campagna elettorale in corso distoglie loro l’attenzione sull’area, quindi Russia e Turchia rimangono le principali potenze coinvolte.

Cosa ci puoi dire riguardo alla notizia pubblicata da “The Guardian” e “Reuters” sul presunto coinvolgimento di “foreign fighters” siriani a fianco degli azeri?

Le informazioni contenute negli articoli pubblicati da “Reuters” e “The Guardian” si basano sulle interviste con i combattenti, ma è necessario sottolineare che non c’è stata una diretta verifica delle informazioni, quindi la notizia va presa con cautela.

La rivoluzione di velluto armena sembrava aver portato una ventata di novità in ambito negoziale, invece…

Le tensioni tra i due paesi si sono effettivamente allentate subito dopo la rivoluzione. C’è stato uno scambio di giornalisti, i ministri degli esteri si sono incontrati, ma alla fine dei conti nessuna delle due parti ha dimostrato la volontà di scendere a compromessi.

Perché la questione del Nagorno Karabakh è così importante per armeni e azeri?

Entrambi le parti sono legate ad una narrativa storica molto emotiva del territorio, ma se pensiamo al perché la questione del Nagorno Karabakh sia così importante adesso, direi che la guerra gioca un ruolo fondamentale nel definire quello che l’Armenia e l’Azerbaijan indipendenti sono oggi. Rappresenta l’argomentazione chiave su cui entrambi le società si basano.

Cosa può fare la comunità internazionale?

E’ necessario un appello congiunto per la pace e che venga condannata la retorica di guerra.
La Turchia deve essere chiamata in causa e tutti i mezzi diplomatici devono essere utilizzati per assicurare che la pace venga raggiunta il prima possibile.
La pace è sempre necessaria, ma durante una pandemia, lo è forse ancora di più.

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