Pace vs guerra: tre punti fermi

C'è un aggressore e c'è un aggredito. Quel che dobbiamo e possiamo fare per far tacere le armi

di Raffaele Crocco

Mentre le bombe cadono ancora sulla gente d’Ucraina, tornare a parlare di Pace è fondamentale. I giorni di manifestazioni in piazza pare abbiano generato confusione. E allora voglio parlare di pace razionalmente, seguendo l’idea che costruirla non significa essere più buoni, ma essere più intelligenti.

Vado allora al primo punto. Questa guerra in Ucraina è facilmente interpretabile ora, in questo momento. In questi giorni, dal 24 febbraio 2022, c’è un aggressore e ci sono gli aggrediti. L’aggressore è Vladimir Putin, cioè un Presidente che usa il proprio potere e il proprio esercito per tentare di invadere e conquistare un altro libero Stato sovrano. Gli aggrediti sono tutti gli ucraini, che subiscono la violenza voluta da Putin. Ogni altro ragionamento, ogni tentativo di trovare giustificazioni, ragioni, compromessi, ogni equidistanza è scorretta, stupida e in malafede. Perché se davvero si è dalla parte dei diritti umani – e in questo Paese dovremmo esserlo tutti per Costituzione e Diritto – la visione della guerra in corso, in questo momento, dal 24 febbraio 2022 lo ripeto, è ridotta all’essenziale: in campo ci sono un aggressore, che è il cattivo e ci sono degli aggrediti, che vanno tutelati e sostenuti. Semplice. Lineare. Chiara.

Mi pare questo un punto fondamentale per sgomberare il campo e arrivare alla seconda questione. E’ atroce, davvero atroce, che mentre bambini, donne, uomini, muoiono innocenti sotto le bombe, ci sia qualcuno che specula salomonicamente – ma forse il personaggio di riferimento è Ponzio Pilato – su para ideologie o ragioni di Stato. Di chiunque si tratti, qualunque ruolo abbia nella società, questo qualcuno va fermato: rappresenta un pericolo reale per tutti. Perché in questa fase, dopo l’invasione russa, l’unico obiettivo vero, non idealistico o irrealistico, è fermare la guerra, far tacere le armi, finirla con il massacro. E questo – arrivare a questo – non c’entra nulla con la pace. Far finire la guerra significa solo smettere di ammazzare gente. La costruzione della pace, quella chiesta dagli ucraini o nelle piazze di Mosca e nelle strade di tutta Europa, comincia dopo e sarà la parte più lunga, difficile e complessa.

Perché lì, in quel momento – e siamo al terzo punto – verranno fuori i se e i ma. Si potranno affermare cose e negarle. Si potranno fare i distinguo ideologici e ideali. Si potranno mescolare le carte dei buoni e dei cattivi. Perché lì, in quella fase, si dovrà tentare di fare tutto il lavoro che in questi 8 anni di guerra in Ucraina, dal 2014, ci siamo ben guardati dal fare. Dovremo fare proposte serie e credibili. Dovremo avere idee che convincono. Dovremo aiutare gli ucraini a trovare loro gli strumenti per decidere cosa vogliono e come lo vogliono. Dovremo lavorare tutto il giorno, tutti i giorni, per affermare il senso quotidiano dei diritti umani. Dovremo riscattarci dall’ambiguità, dalla brama d’affari con tutti, dal disinteresse che ammazza persone. Dovremo sciogliere nodi e trovare soluzioni.

La Pace, eventualmente, arriverà solo in quel momento. Potevamo pensarci prima e avremmo evitato il massacro. Ora è tardi e in questo momento, mentre cadono le bombe e si spara, dobbiamo mettere in campo ogni risorsa economica e giuridica che abbiamo per l’unico risultato serio: far cessare la guerra. Dobbiamo usare tutti gli strumenti che il diritto e la nostra storia ci danno. Dobbiamo rendere reale e utile la disponibilità al sacrificio e la voglia di risultato, la rabbia e la paura che abbiamo. Far finire la guerra non è un affare militare: in quel campo, pensano solo che la guerra termina se si annienta l’avversario. Peccato che poi, quando l’avversario è annientato ci sia solo una Pace possibile: quella eterna.

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