Palestina, la resistenza nonviolenta e le donne di Nabi Saleh. Incontro con Manal e Nariman Al Tamimi

Sono passati sette anni da quando, nel febbraio del 2005, gli abitanti del villaggio palestinese di Bil’in, in Cisgiordania, hanno iniziato una resistenza nonviolenta contro l’occupazione militare israeliana, la politica di confisca ed espropriazione delle terre e la costruzione del Muro che divide i Territori.
Da allora ogni venerdì, nella giornata sacra per i musulmani, gli abitanti del villaggio, riuniti in un comitato popolare di resistenza nonviolenta,  scendono in strada a protestare.
Nel 2011, dopo sei anni di manifestazioni settimanali, e in seguito alle sentenze dell’Alta Corte israeliana a cui i residenti del villaggio si erano appellati, l’esercito ha iniziato a smantellare il Muro costruito illegalmente intorno a Bil’in.
Un piccolo successo e un esempio seguìto in breve tempo da altri villaggi della Cisgiordania. Da Budrus a Ni’lin, dove vengono costituiti altri comitati popolari.  Stesse manifestazioni e stesso metodo di lotta: la nonviolenza.
Uno degli ultimi villaggi a creare un comitato popolare, nel 2009, è Nabi Saleh, 500 abitanti nel cuore della Cisgiordania, dove la repressione israeliana è diventata particolarmente violenta. Il caso di Nabi Saleh è peculiare: qui la resistenza è stata organizzata soprattutto dalle donne. Ce lo hanno raccontato Manal e Nariman Al Tamimi, 39 e 35 anni; madri, mogli, sorelle e figlie di altri abitanti del villaggio di Nabi Saleh. Tutti, comprese loro due, almeno una volta arrestati o schedati dall’esercito israeliano per aver partecipato alle manifestazioni settimanali.  Sono arrivate in Italia grazie all’Assopace, per una serie di incontri organizzati dall’ex vicepresidente del Parlamento Europeo Luisa Morgantini.

Perché avete scelto la strada dei comitati popolari di resistenza non violenta?

Manal: Ormai noi palestinesi non abbiamo più nulla da perdere, ed era arrivato il momento di fare qualcosa. Perciò abbiamo cominciato la nostra resistenza nonviolenta. E’ un’ottima strategia e il mondo comincia a comprendere la nostra battaglia per vedere riconosciuti i nostri diritti di esseri umani, il nostro diritto di vivere liberi. Le persone hanno sempre giustificato la propria simpatia per gli israeliani perché vedono noi palestinesi come dei terroristi. E questo mi fa arrabbiare perché noi non siamo affatto terroristi, siamo combattenti. E siamo combattenti nonviolenti.  Il mondo ha sostenuto i ribelli in Libia, in Egitto, in Tunisia dicendo che hanno il diritto di ribellarsi, di lottare per i propri diritti. Allora perché a noi non è concesso di fare lo stesso?

Secondo voi da cosa dipende?

Manal: Credo dal fatto che gli israeliani sono sempre stati dipinti dai media solo come vittime e ovviamente i palestinesi sono terroristi. La Cnn e Fox news sono molto potenti e influenzano molto la cultura americana e occidentale in generale. In più le persone sono molto pigre intellettualmente e spesso non vogliono fare lo sforzo di capire e di conoscere veramente cosa succede. Non vedono il punto di vista palestinese o non vogliono vederlo.

Come è nato il comitato popolare di Nabi Saleh?

Manal: E’ dalle donne che tutto è partito a Nabi Saleh. Nel nostro villaggio non c’e’ una distanza netta tra uomini e donne come succede invece in altri villaggi. La nostra forza è proprio avere il supporto degli uomini, altrimenti tutto sarebbe piu’ difficile. Due mesi fa ad esempio io sono stata negli Stati Uniti, ora sono in Italia e presto sarò a New York alle Nazioni Unite. All’inizio avevo rifiutato perché dovevo stare troppo lontano dalla mia famiglia, dai miei figli, ma mio marito (che è stato arrestato tre volte dall’esercito israeliano ndr) e altri uomini del villaggio mi hanno esortato ad andare dicendomi che è davvero importante per tutti la battaglia che stiamo combattendo. “Il mondo deve sapere” mi hanno ripetuto.

Quanto è difficile per una donna vivere sotto occupazione militare?

Manal: Le donne soffrono moltissimo. Soffrono due volte, perché hanno la loro battaglia personale, visto che partecipano attivamente a tutte le iniziative, come gli uomini, e vengono umiliate e arrestate esattamente come gli uomini. E poi sono costrette a vedere lo stesso trattamento inferto ai propri mariti, padri. E devono essere forti per i propri figli.  Abbiamo deciso di realizzare un libro sulle storie delle donne del villaggio di Nabi Saleh, per raccontare la loro esperienza.

Ci sono ormai diversi comitati popolari nei villaggi della Cisgiordania, riuscite a coordinarvi?

Nariman: Siamo molto uniti. Siamo un unico movimento, una unica idea, un unico modo di resistere. Ormai condividiamo le nostre esperienze e ci supportiamo. Molti abitanti di Bil’in ad esempio vengono alle manifestazioni a Nabi Saleh.

La vostra battaglia non violenta è sostenuta anche da una parte della società israeliana

Manal: Prima dell’inizio delle manifestazioni a Nabi Saleh non avevamo alcun contatto con gli israeliani. Loro per noi sono sempre stati il nemico. Poi gli attivisti israeliani hanno cominciato a sostenere la nostra lotta, venendo nei nostri villaggi e rischiando la vita nello stesso modo in cui la stiamo rischiando noi. Questo è davvero importante per noi perché ci ha permesso di capire che c’è un lato umano in molti israeliani che vogliono giustizia e pace esattamente come noi. Abbiamo cominciato ad avere buone relazioni con questi attivisti israeliani, vengono spesso a Nabi Saleh, non solo per le manifestazioni ma anche durante la settimana, mangiano con noi e giocano con i nostri figli.

Chi sono gli israeliani che partecipano alle vostre manifestazioni?

Manal: La maggior parte degli attivisti israeliani che partecipano alle manifestazioni sono anarchici e la maggior parte non è sposata e non ha figli, perché dicono di non volerli fare crescere in una società che pratica l’apartheid.

Come racconteresti a chi non la conosce la realtà del villaggio di Nabi Saleh?

Manal: La vita è molto difficile a Nabi Saleh. E’ un piccolo villaggio e ogni venerdì diventa un campo di battaglia. Il villaggio scompare sotto una nuvola di gas lacrimogeni molto tossici, che l’esercito israeliano lancia contro i manifestanti. Questo inevitabilmente ha degli effetti negativi sulla salute degli abitanti del villaggio, dei bambini specialmente, che stanno soffrendo molto più degli adulti.
I bambini stanno diventando un bersaglio per l’esercito israeliano, sono i più deboli; 33 bambini del villaggio con meno di 16 anni sono stati arrestati dall’esercito israeliano e trasferiti in una prigione vicino a Jaffa. Non sono autorizzati a stare insieme ad altri detenuti palestinesi perché secondo il governo israeliano ne sarebbero influenzati. A volte li tengono insieme a criminali israeliani.
L’esercito entra nelle nostre case anche durante la notte. Svegliano tutti i bambini tra i 10 e i 15 anni per schedarli. Chiunque può immaginare cosa prova un bambino che viene svegliato nel cuore della notte e trova la sua stanza piena di soldati.

Come reagiscono i bambini durante le incursioni dell’esercito?

Manal: I bambini hanno cominciato a capire di essere un bersaglio. Mio figlio che ha 12 anni ormai dorme con i jeans e la giacca. Un giorno gli ho detto ‘ma perché lo fai?’ e lui mi ha risposto ‘perché se l’esercito viene ad arrestarmi devo essere pronto’.
Nariman: I bambini credono solo in quello che vedono ma noi cerchiamo di educare i nostri figli alla pace dicendo loro che dobbiamo vivere in pace, che ognuno di noi ha il diritto a vivere in pace. Facciamo del nostro meglio per fare capire ai nostri figli la differenza tra israeliani e israeliani e anche tra i palestinesi che credono nella nonviolenza e quelli che invece ancora pensano ad una resistenza armata.

Quali sono i rapporti degli abitanti di Nabi Saleh con la vicina colonia israeliana di Halmish?

Manal: Noi non siamo mai andati a dare fastidio ai coloni. Halmish è una piccola colonia ma è stata una delle prime instaurate in Cisgiordania. Non li abbiamo mai attaccati vogliamo soltanto poter vivere in pace sulla nostra terra, mentre il governo israeliano pretende di giustificare ogni cosa che fa dicendo  di voler proteggere i coloni, ma i coloni non hanno alcun bisogno di essere protetti. Usano le loro armi, già dall’età di 14 anni ogni colono possiede la sua arma.

Com’è la vita a Nabi Saleh quando non ci sono le manifestazioni del venerdì?

Manal: L’acqua è un grande problema per noi. Perché in Palestina è controllata da una compagnia israeliana. Controllano tutta l’acqua. Noi abbiamo a disposizione soltanto 20 ore alla settimana di acqua, mentre i coloni hanno tutti una piscina e hanno tutta l’acqua che serve per irrigare la terra. Di giorno riesco a sentire i loro figli che nuotano e giocano in piscina, mentre i miei figli se vogliono anche solo fare una doccia devono aspettare e a volte ci sono giorni in cui non possono proprio farla.

Avete cominciato a documentare tutte le violazioni dei diritti umani che subite con la telecamera. E’ un metodo che sta funzionando?

Manal: La nostra videocamera è la nostra arma ed è molto meglio che lanciare pietre. Abbiamo cominciato anche a tenere corsi per i bambini tra i 10 e 17 anni ed ora sanno come usarla. Ci aiutano gli attivisti israeliani di B’Tselem. Abbiamo cominciato a documentare tutto per poi metterlo in internet. L’anno scorso un deputato del Congresso americano (Geoff Davis) è venuto a casa mia, voleva provare che noi palestinesi siamo terroristi e che Israele ha il diritto di usare ogni mezzo per difendersi.
Abbiamo avuto una lunga conversazione e poi ad un certo punto gli ho fatto vedere un video dove si vede mio figlio di 12 anni a cui l’esercito aveva sparato, in terapia intensiva. E gli ho detto: “Bene io ho lasciato mio figlio in ospedale per venire qui ad incontrarti cosa faresti se qualcuno facesse a tuo figlio la stessa cosa?”. Ricordo che ha pianto. Dopo quella visita è diventato un attivo sostenitore della nostra battaglia all’interno del Congresso americano. L’anno scorso mi ha invitato negli Stati Uniti per raccontare la nostra storia e a breve andrò alle Nazioni Unite per portare la testimonianze della lotta nonviolenta del villaggio di Nabi Saleh. Altri deputati del Congresso sono stati invitati da lui a venire a Nabi Saleh per vedere cosa succede.
Per me, per noi palestinesi, questa è stata una vittoria enorme, perché cambiare una mentalità è più importante che lanciare una pietra.

Entro l’anno dovrebbero tenersi le elezioni in Cisgiordania. Cosa vi aspettate, cosa sperate?

Nariman: Non so cosa succederà alle prossime elezioni. Ormai ci sono già molti palestinesi che credono fermamente nella resistenza nonviolenta. Vogliamo qualcuno che capisca la nostra idea, l’idea per cui stiamo lavorando e che ci supporti lavorando per il futuro di una nazione palestinese e non per se stesso. Per noi il risultato elettorale non cambia molto.  Si devono applicare le leggi, il diritto universale, il diritto internazionale. Basterebbe questo.

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