Palestina: si mobilitano i detenuti

Ulteriori misure restrittive al sistema carcerario israeliano mentre anche gli Usa intervengono nel dibattito sui pagamenti alle famiglie dei prigionieri

Uno stato di mobilitazione generale per protestare contro una nuova serie di misure restrittive del Servizio carcerario israeliano. Ad annunciarlo, in una nota, la Commissione per i detenuti dell’Autorità palestinese. Pare che la decisione sia stata presa dopo che l’Israel Prison Service ha rinnegato le intese precedentemente raggiunte con i rappresentanti dei prigionieri dopo l’evasione attraverso un tunnel sotterraneo di sei palestinesi dalla prigione israeliana altamente fortificata di Gilboa, il 6 settembre 2021. Tre le recenti misure di repressione ci sono nuove restrizioni imposte al tempo quotidiano all’aperto che i detenuti trascorrono nei cortili delle prigioni.

Secondo quanto riferito dal Palestine Captive Movement sono più di 7.000 i palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, centinaia dei quali sono stati incarcerati sotto la pratica della detenzione amministrativa. I prigionieri politici sarebbero invece 4.500. Secondo la ong per i diritti dei prigionieri Addameer, circa il 20 per cento dei palestinesi è stato detenuto o imprigionato almeno una volta per ordine dell’esercito, da quando Israele ha occupato la Cisgiordania nel 1967, comprese 10.000 donne. Per la sola popolazione maschile la percentuale sale al 40%.

La statistica di Addameer, o Addameer Prisoner Support and Human Rights Association, è un’organizzazione non governativa palestinese, con sede a Ramallah. Monitora il trattamento dei prigionieri palestinesi arrestati in Cisgiordania da Israele e dall’Autorità palestinese e fornisce assistenza legale.

Il caso di Hisham Abu Hawash

Dopo 141 giorni di sciopero della fame il prigioniero palestinese Hisham Abu Hawash è stato scarcerato. Abu Hawash, 40 anni, padre di cinque figli, proveniente dalla città di Dura, nel sud della Cisgiordania, si trovava in detenzione amministrativa nelle carceri israeliane dall’ottobre 2020. Il suo caso, che ha sollevato proteste popolari e appelli da più parti, ha acceso i riflettori sul sistema di detenzione amministrativa israeliano che prevede che i tribunali militari israeliani possono ordinare la detenzione di un sospetto sulla base di prove non divulgate, senza processo o accuse specifiche. I provvedimenti di custodia cautelare si rinnovano ogni sei mesi, a tempo indeterminato. Secondo la ong B’Tselem alla fine di settembre 2020, 376 palestinesi (tra cui due minori) sono stati trattenuti in detenzione amministrativa nelle strutture dell’Israel Prison Service (IPS), ma da ottobre 2020 il sistema israeliano ha smesso di fornire dati all’organizzazione. 

Martiri o terroristi?

La questione che ruota attorno al sostengo economico ai prigionieri politici è delicata. I palestinesi considerano i loro prigionieri eroi della resistenza e le loro famiglie come una responsabilità collettiva delle comunità palestinesi, mentre per gli israeliani si tratta di terroristi. È in corso un piano per trattenere o ridurre i pagamenti effettuati dall’Autorità Palestinese alle famiglie dei prigionieri palestinesi. Secondo il Jordan Times e Arab News, l’amministrazione Usa Biden avrebbe chiesto all’Autorità Palestinese di rivedere completamente il suo sistema di supporto ai prigionieri palestinesi e la leadership palestinese avrebbe espresso la volontà di coinvolgere gli Stati Uniti in una “discussione”.

Nel 2018, l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva trattenuto finanziamenti dall’Autorità Palestinese e anche dall’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati per i palestinesi (Unrwa) citando il sostegno finanziario dell’AP ai prigionieri palestinesi e alle loro famiglie come una delle ragioni per bloccare i fondi. A differenza dei precedenti tentativi americani e israeliani volti a tagliare qualsiasi tipo di sostegno alle famiglie dei prigionieri palestinesi, questa volta l’Ap sembra quindi disposta a considerare alternative alla legge attuale che permette all’Autorità nazionale di sostenere i prigionieri palestinesi e le loro famiglie come patto di solidarietà. Il finanziamento alle famiglie dei prigionieri è da sempre al centro delle accuse di Israele che definisce la politica di sostegno  “pay to slay” ovvero “paga per uccidere” e un incentivo al terrorismo. Poiché i pagamenti si basano in gran parte sulla durata della pena detentiva, i critici affermano che i crimini più efferati sono i più premiati. 

In copertina una protesta contro la detenzione amministrativa di Addameer

(Red/Al.Pi)

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