Perchè è morto Paciolla?

Oltre alle numerose testimonianze di amici e collaboratori  che concordano tutti nel descriverlo tutt’altro che depresso,  la causa del suo probabile omicidio sta in ciò che avrebbe potuto rivelare una volta al sicuro

di Maurizio Sacchi

Mentre si attende il risultato dell’autopsia per Mario Paciolla, l’esperto italiano trovato morto in Colombia,il cui corpo è stato inviato in Italia, l’ipotesi del suicidio appare sempre più infondata.  Oltre alle numerose testimonianze di amici e collaboratori  che concordano tutti nel descrivere un Paciolla tutt’altro che depresso, e anzi motivato a tornare a Bogotà, per poi rientrare in Italia, la causa del suo probabile omicidio sta in ciò che avrebbe potuto rivelare una volta al sicuro.

Paciolla aveva informazioni importanti su quanto scoperto durante il suo lavoro di monitoraggio dell’attuazione degli accordi di pace fra governo colombiano e FARC, le Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia, ratificati a fine 2016. Paciolla è stato volontario delle Peace brigades internazionali in Colombia fra il marzo 2016 e l’agosto 2018, e in seguito si è impegnato come volontario nella seconda Missione di Verifica delle Nazioni Unite nel dipartimento del Caquetá. Mario Paciolla e i suoi colleghi erano incaricati di osservare e valutare il compimento degli accordi di pace tra Governo colombiano e FARC,. La missione di verifica dell’Onu è  iniziata nel settembre del 2017. Paciolla è entrato a farne parte nell’agosto del 2018. Copriva la zona di San Vicente del Caguán (Caquetá), uno dei luoghi più pericolosi proprio per chi indaga sull’attuazione, e soprattutto sulle violazioni del trattato.

.Una vera e propria strategia del terrore viene qui messa in atto dai gruppi armati che si contendono da tempo il controllo della regione. Una strategia che, a quanto sembra, ha saputo aggirare i rigidissimi protocolli di sicurezza ONU per i propri dipendenti in zone ad alto rischio. Secondo quanto rivela Claudia Julieta Duque, giornalista colombiana, che ha accompagnato Paciolla durante il suo lavoro di questi anni, la tutela garantita ai funzionari internazionali sembrerebbe essere misteriosamente venuta meno nel caso dell’operatore italiano.

Le persecuzioni dei difensori dei diritti umani sono solo una delle facce delle enormi difficoltà che incontra la attuazione degli accordi di pace.  Dopo la firma del 2016, le sezioni dissidenti delle Farc (il gruppo guerrigliero più longevo e strutturato d’America) hanno costituito nebulose alleanze con le cosiddette Bacrim (Bandas criminales), organizzazioni criminali dedite al narcotraffico e all’estorsione. Alcune di esse sono affiliate alle grandi mafie continentali: è da tempo segnalata la presenza del Cartello messicano di Sinaloa nella regione, a gestire la produzione e l’esportazione della cocaina verso il Messico e gli Stati Uniti. Allo stesso tempo, gli ex-guerriglieri che hanno deciso di consegnare le armi subiscono dal 2016 persecuzioni sistematiche, i cui responsabili sono facilmente identificabili nei nemici storici delle Farc nel territorio: i gruppi paramilitari sorti dalla dissoluzione delle Auc (Autodefensas unidas de Colombia) nel 2006. Bande armate affiliate all’estrema destra, tutelate dall’esercito e finanziate con il narcotraffico.

San Vicente del Caguán è l’epicentro di questo vortice di violenza e gli scontri armati con le FARC  sono stati una vera piaga per le comunità contadine della regione, che hanno subito un’infinità di violenze e morti per ritorsione da parte di entrambi i campi in lotta, non appena sospettate di compicità con la parte avversa. Non a caso dunque proprio a San Vicente del Caguán hanno inizio le trattative di pace tra le FARC e il governo di Andrés Pastrana (1999-2002), che non dettero esito.

Con Álvaro Uribe, presidente per due mandati, dal 2002 al 2010, appoggiato dagli Stati Uniti, il Caquetá vede l’afflusso di 18mila soldati. E’ allora che le FARC, rinunciando agli scontri con l’esercito, adottano nuove strategie per imporre il loro controllo del territorio: massacri di civili, torture, omicidi politici. I metodi propri fino allora dei paramilitari, che a loro volta rispondono con le stesse modalità.  Nel solo 2013 vengono sequestrati diecimila chili di cocaina nel territorio. Le arterie San Vicente del Caguán-La Macarena e San Vicente del Caguán-Neiva si stabiliscono come le due rotte centrali per la fuoriuscita della cocaina dalla regione.

Ma ecco come  Claudia Julieta Duque ha commentato la morte di Paciolla, in un’intervista esclusiva a Vita“Non erano trascorse 24 ore dalla consegna dell’ultimo rapporto della Missione di Verifica delle Nazioni unite in Colombia, quando una delle tue colleghe ti ha trovato morto, amico mio poeta e giornalista, nella tua casa a San Vicente del Caguan. Quel dossier doveva raccogliere le tue scoperte come volontario di quella organizzazione nella regione del Caquetà, però, così come è successo con la tua morte, le Nazioni unite hanno mantenuto il silenzio. Ed è proprio quel silenzio, indegno per te e per la nostra realtà, che mi obbliga a scrivere, cercando di rompere con parole il nodo che ho in gola da quando ho saputo che una corda ti ha soffocato fino a lasciarti senza vita all’alba del 15 luglio. L’ipotesi del suicidio rimane inverosimile per noi che abbiamo conosciuto la tua vitalità, il tuo sorriso ed anche le tue critiche alla Missione delle Nazioni unite, quando una volta un collega si era ammalato di dengue e il tempo trascorreva senza che fosse trasportato in un’altra città per ricevere attenzione medica adeguata. Ti domandavi cosa ti sarebbe successo se ti avesse morso un serpente, se ti ammalavi seriamente a San Vicente. Avevi già deciso a chi chiedere aiuto nel caso ti fosse successo qualcosa di simile: non sarebbe stato nessuno dell’ONU dato che eri preoccupato che la burocrazia pachidermica ti lasciasse ancor di più esposto che una malattia o un incidente”.

Eppure, mantenere in vita gli accordi di pace e renderli effettivi pare l’unica speranza. Nei giorni in cui si consumava la tragedia di Mario Paciolla, Sandra Ramírez, nota anche come Griselda Lobo, del partito FARC, deputata al parlamento, è stata eletta Vicepresidente dell’assemblea. La parlamentare è la vedova di Manuel Marulanda, alias Tirofijo, leader massimo e fondatore del fronte di guerriglia ora divenuto partito politico. Sandra Ramírez, in un’intervista a Semana, il settimanale fondato da Garcia Marquez, ha parlato del ruolo delle donne in politica, degli ex combattenti,  e dell’attuazione dell’accordo di pace: “…(la mia) è una designazione molto importante, soprattutto per la pace, perché ci rendiamo conto che è possibile, che possiamo avanzare nella democrazia, nella riconciliazione e dimostra che ne è valsa la pena. Molti colombiani, quasi la maggior parte della società, sono a favore della pace. Quindi è molto significativo non solo per il partito ma per la società nel suo insieme, per quella Colombia profonda e dimenticata da dove vengo e che richiede la presenza dello Stato. (…).

È importante che continuiamo ad andare avanti, molti scommettono sulla pace, in omaggio ai 220 firmatari della pace che sono stati assassinati nel mezzo di questa ondata criminale, è anche un tributo ai leader e ai leader che sono stati assassinati, difensori del programma di sostituzione graduale delle colture, difensori dei diritti umani, è anche un omaggio agli uomini e alle donne contadini. Il bilancio è positivo e stiamo prendendo provvedimenti per la costruzione e la riconciliazione del nostro Paese. In una democrazia avanzata, partecipativa e inclusiva in cui l’opposizione ha diritti.” Benché, di fronte alla violenza che continua a flagellare ampie parti del territorio, l’ottimismo della vedova di Tirofijo sia difficile da condividere, se il processo di riconciliazione nazionale fallirà, la violenza endemica che tormenta la società colombiana, ormai privo di contenuti ideologiche, e sempre più vicino alla delinquenza e all’illegalità, non potrà guarire. 

 

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