Perù: le proteste costringono Merino a lasciare

Dopo l’impeachment per corruzione del presidente Martin Vizcarra anche il sostituto ad interim si è visto costretto a dare le dimissioni

Dopo l’impeachment per corruzione del presidente Martin Vizcarra da parte del Parlamento, dominato dalle forze dell’opposizione, anche il sostituto ad interim Manuel Merino si è visto costretto a dare le dimissioni. «In modo irrevocabile». Una decisione che segue quella di 13 ministri del suo governo, che avevano già deciso di lasciare. Ma soprattutto una vera insurrezione popolare, in cui hanno trovato la morte  almeno due giovani e vi sono stati un centinaio i feriti. Inoltre di almeno 43 persone si sono perse le tracce durante gli scontri tra la polizie e i manifestanti, secondo la denuncia del Coordinamento nazionale dei diritti umani. Così la presidenza di Merino è durata solo sei giorni, anziché durare fino alle prossime elezioni, previste ad aprile 2021.

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Le organizzazioni internazionali e i Paesi vicini avevano già preso posizione sui rischi che questa transizione comporta per lo Stato di diritto. L’Organizzazione degli Stati americani (Oas) e i Governi della regione che si sono pronunciati sulla crisi politica in Perù (ad eccezione del Paraguay) non hanno riconosciuto l’autorità del leader ad interim, Manuel Merino. Di fronte alla crisi politica del Paese, l’Oas aveva evidenziato il ruolo dei giudici costituzionali che da settembre erano attesi  a fissare parametri per definire l’interpretazione legislativa della figura di “posto vacante presidenziale” per “incapacità morale permanente”, motivo per il quale Vizcarra è stato deposto. In questo nuovo caso, il Segretariato Generale dell’Oas aveva chiarito che è responsabilità della Corte costituzionale del Perù pronunciarsi sulla legittimità delle decisioni istituzionali adottate.

A seguito delle violenze della polizia che hanno caratterizzato la breve vita del governo di transizione contro i manifestanti, il rappresentante delle Nazioni Unite per i diritti umani in Sud America, Jan Jarab, ha chiesto alle autorità peruviane di “porre fine a questo tipo di procedura”. “Il nostro ufficio è stato in grado di verificare i casi di arresti effettuati da poliziotti in borghese senza identificarsi come tali”, ha aggiunto. Human Rights Watch (HRW) ha anche considerato che “il modo in cui il Congresso peruviano ha rimosso il presidente Martín Vizcarra dall’incarico il 9 novembre 2020 e le conseguenze immediate che ciò potrebbe avere per l’indipendenza della Corte costituzionale rappresentano una seria minaccia allo Stato di diritto nel Paese ”. Nella sua prima intervista dopo essere entrato in carica come presidente ad interim, Merino aveva dichiarato a una stazione radio colombiana che “le proteste e l’ansia” sono dovute a “pratiche di comunicazione tendenziose”. Quando i giornalisti gli hanno posto domande sulle decisioni del Congresso, ha interrotto la chiamata.

Uno dei sindacati più importanti, la Federazione nazionale dei lavoratori tessili del Perù, ha dichiarato. “Merino non ci rappresenta, ma nemmeno Vizcarra e le istituzioni neoliberiste”, sottolineano in un appello alla mobilitazione dei cittadini. La Asociación Civil Transparencia, subito dopo la deposizione di Vizcarra, aveva rilasciato una dichiarazione che metteva in guardia sulla concentrazione di potere nell’Esecutivo e nel Congresso da parte dei gruppi che hanno deposto Vizcarra e la violazione del diritto di protesta. “Il Governo è nato con problemi di legittimità e con una legalità che deve essere risolta in Corte Costituzionale”, rilevando come uno dei rischi immediati “l’indebolimento del sistema dei pesi e contrappesi all’interno dello Stato, che apre uno spazio per posizioni arbitrarie e demagogiche ”. Questo organo della società civile avverte anche della mancanza di garanzie nel processo di elezione dei nuovi magistrati della Corte costituzionale, che deve sostituire sei dei sette giudici che la compongono. E denuncia che il Congresso avesse progettato un rapido processo di selezione per collocare candidati che proteggano i tanti membri dell’élite che hanno problemi con la giustizia.

Mentre lo scontro istituzionale vede in sostanza affrontarsi un’ala neoliberista con una più tradizionalista e legata ai gruppi di potere, la piazza e le associazioni della società civile non paiono identificarsi con nessuna delle due parti. E la protesta che infiamma Lima e le altre città peruviane si collega al movimento di base che ha già scosso lo scenario politico in Cile e in Colombia. Anche in questo caso, senza una precisa identità politica, e con un programma tutto da definire, ma con la chiara denuncia dell’aumento delle diseguaglianze, della corruzione, e della mancanza di servizi sociali pubblici, specie nell’istruzione e nella sanità.

In copertina, Manuel Merino

(Red/Ma.Sa.)

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