Pfas nel sangue: senza armi davanti al Covid-19

Robert Bilott, l'avvocato di 'Cattive Acque' denuncia: "La contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche indebolisce il nostro sistema immunitario e l'effetto dei vaccini anti covid". L'intervista

di Andrea Tomasi*

«Vogliono farci credere che ci proteggono, ma noi dobbiamo proteggerci da soli». Lo urla, disperato, Mark Ruffalo nel film «Cattive Acque», in cui l’attore americano interpreta l’avvocato ambientale Robert Bilott, impegnato nella lotta a sostanze chimiche dal nome impronunciabile, Pfas. Causano cancro, infertilità femminile, sviluppo anomalo dell’apparato genitale maschile dei bambini, danni cerebrali. È una storia vera e drammatica, quella raccontata nella pellicola di Todd Haynes.

Andrea Tomasi

Robert Bilott esiste ed esiste il problema dei Pfas: sostanze perfluoroalchiliche, degli impermeabilizzanti utilissimi (vengono usati per l’abbigliamento tecnico, le pellicole, i prodotti plastici, le schiume degli estintori, i fertilizzanti e le pentole antiaderenti) e pericolosissimi se rilasciati nell’ambiente. Sono dentro tutti noi e recenti studi dimostrano che «ci indeboliscono nella battaglia contro il Coronavirus. Ci renderanno meno reattivi all’eventuale vaccino». A dirlo è l’avvocato Bilott, che i Pfas, con l’equipe scientifica dello studio legale Taft Stettinius e Hollister di Cincinnati, li ha analizzati e oggi cita nuovi studi del gruppo Ewg.

Autore del libro “Exposure”, il legale statunitense ha ingaggiato una battaglia giudiziaria contro il colosso industriale DuPont. Una guerra che dura da 22 anni. E una guerra simile, dai risultati incerti, si sta combattendo in Italia. In Veneto – nel territorio delle province di Vicenza, Verona e Padova – la società Miteni è accusata di avere contaminato una falda acquifera grande come il lago di Garda. La Procura della Repubblica di Vicenza ha portato a processo 13 ex manager del colosso, oggi formalmente fallito.

La contaminazione in una delle regioni più ricche e produttive d’Italia riguarda 350.000 persone, destinate – stando alle proiezioni – a diventare 800.000. L’area attorno e sotto allo stabilimento, è intrisa di queste sostanze. Immaginate un terreno pieno di Pfas come se fosse una grande bustina di tè: ogni volta che la falda si alza, assorbe quelle sostanze e l’acqua le trascina via con sé. I Pfas sono finiti nei terreni e da lì nell’acqua destinata all’irrigazione e all’abbeveramento del bestiame, negli acquedotti. La Regione Veneto ha installato dei filtri a carboni attivi, ma tante famiglie, dopo anni di avvelenamento, non si fidano e non utilizzano più l’acqua del rubinetto. E ci si preoccupa per la filiera alimentare, perché il Veneto produce ed esporta vino, verdura, frutta, latte, formaggio, carne. A chiedere giustizia, tutela dell’ambiente e della salute è soprattutto il gruppo delle Mamme No Pfas.

Ora, per la prima volta, l’avvocato Bilott parla anche del Covid-19 e del pericoloso intreccio tra il virus e i Pfas. «Siamo tutti più deboli di fronte ai virus. Io penso che la situazione di allarme per il Covid-19 farà aumentare la preoccupazione per la contaminazione da Pfas. Pensiamoci un attimo. Quando la gente parla del virus si riferisce alla possibilità di esserne contagiata. Invece, per quanto riguarda le sostanze chimiche di cui parliamo, abbiamo la certezza della loro presenza nell’acqua e nel nostro sangue. Il Covid-19 ce lo possiamo prendere. I Pfas sono già dentro di noi e queste sostanze incidono sulle nostre difese naturali ai virus. Ci sono studi che dimostrano come i Pfas indeboliscono il nostro sistema immunitario, che invece dovrebbe essere incredibilmente forte nella battaglia contro il Coronavirus e tutti i virus. Ora, in questa emergenza planetaria da Covid-19, dovremmo chiederci a quali rischi ci stiamo esponendo e stiamo esponendo le nuove generazioni». La produzione di Pfas non è vietata. Dopo le cause milionarie intentate alle grandi società chimiche, nel 2006, su base volontaria hanno iniziato a smettere di utilizzarli, ma sono passate a prodotti correlati, come il GenX».

Pfas – Mark Ruffalo interpreta Robert Bilott

Ci sono delle limitazioni alle concentrazioni di Pfas?

«Negli Stati Uniti non esiste un limite nazionale standard. Ci sono delle indicazioni, delle linee guida: non più di 70 parti per trilione di acqua potabile e quindi i singoli Stati degli Usa hanno cercato di individuare standard e limiti effettivi nell’acqua potabile. Nessuno Stato però si è ancora veramente concentrato sul tema del cibo».

Insomma ci sono voluti 10 anni per sbarazzarsi dei Pfas, ma il problema esiste ancora. E non c’è stato alcun intervento di decontaminazione?

«Esattamente. Non c’è stata alcuna decontaminazione né alcuna bonifica. L’unica cosa che hanno fatto finora è stato pagare per i sistemi di filtraggio dell’acqua potabile delle diverse comunità. Bisognerebbe riuscire a far bonificare tutte le aree contaminate, questo dovrebbe essere il prossimo passo, ma tenga conto che negli Stati Uniti non disponiamo di standard di pulizia dei terreni».

Quanto è estesa la contaminazione?

«È quasi impossibile calcolarlo. Negli Usa l’Environmental Working Group ha creato una mappa (www.ewg.org) che mostra dove questi prodotti chimici sono stati trovati a livello idrico e stima che circa 100 milioni di persone ne abbiano residui nella loro acqua. Per quanto riguarda il terreno non si hanno ancora dati certi».

Quanto ha dovuto pagare la DuPont?

«La DuPont è andata a processo nel 2015 quando abbiamo sollevato e portato avanti tre casi di persone che si sono ammalate di cancro. Nel 2017 si è arrivati a 3500 cause individuali e la compagnia ha finito per patteggiare (670,7 milioni di dollari). Da quel momento, da quel primo successo giudiziario, ci sono state però altre migliaia di persone in tutto l’Ohio e nella Virginia Occidentale a cui è stato diagnosticato il cancro. La DuPont sta dando battaglia. Alcuni di quei casi sono stati archiviati, altri sono ancora pendenti e altri ancora sono stati sollevati in tutta la nazione. La novità è che alcune cause giudiziarie ora vengono intentate dalle società che forniscono l’acqua potabile. La gente ha capito che i Pfas non venivano usati solo per il teflon delle pentole antiaderenti e le schiume antincendio. Sono stati usati per quasi tutto. Sono stati trovati anche vicino agli aeroporti o vicino alle basi militari. Si trovano in tutto il mondo: in Australia, Nuova Zelanda, Germania, Giappone e in Italia. L’acqua è contaminata ovunque».

Miteni

Il caso italiano, il caso Miteni, è davvero molto peggio del caso Dupont, come si dice?

«Anche in Veneto molte persone sono state contaminate perché l’acqua è stata avvelenata. Penso che abbiamo a che fare con situazioni molto simili, sì. In Italia stiamo parlando di un’area inquinata piuttosto ampia. Questa contaminazione, realisticamente, si è diffusa nei campi agricoli e quindi nel sangue delle persone. So che sono stati fatti dei prelievi di sangue. Ho visitato il Veneto nel 2017 e ho incontrato quelle comunità, quando il problema è emerso con forza e ne sono scaturite anche delle indagini giudiziarie. Quello che è successo in West Virginia e in Ohio si è replicato in Italia e in realtà in tutto il mondo.  Come si vede nel film in “Cattive Acque”, la contaminazione riguarda il 99% della popolazione mondiale. Ovviamente in un’area come quella veneta i livelli sono molto più alti che altrove».

Quella delle province di Padova, Vicenza e Verona è un’area molto popolosa ed è strategica per l’agricoltura, per l’allevamento, la produzione alimentare, il vino e il turismo.

«Ricordo di aver discusso di questo quando ho visitato quelle zone. Già allora si registrava tanta preoccupazione per la possibile cattiva pubblicità derivante dalle inchieste giudiziarie sulla contaminazione da Pfas. È chiaro che può esserci un impatto in un’area che produce carne, vino, formaggio o alimenti in generale perché i cittadini sono molto preoccupati per gli effetti sulla salute derivanti dalla contaminazione dell’acqua. Negli Stati Uniti la maggior parte delle persone non ha idea di ciò che sta accadendo in Italia. Se n’è parlato pochissimo».

Lei in sostanza mi sta anche dicendo che ci sono pochissime probabilità che, in Italia come negli Usa, si possa arrivare ad una decontaminazione dei terreni.

«Come possiamo ripulire, se non sappiamo quale sia il livello di sicurezza nel suolo o se il governo non ci dice qual è il livello di sicurezza nelle colture? C’è il rischio concreto che non si riesca a rimuovere alcunché dal suolo e intanto le uniche linee guida standard che abbiamo sono solo quelle che riguardano l’acqua potabile. Non conosco nel dettaglio il caso Miteni, ma so che in Veneto da quegli impianti le sostanze sono state rilasciate nell’ambiente per molti molti anni. E so che la popolazione ha impiegato tanto tempo per accorgersi di cosa stava accadendo. Negli Usa come da voi in Italia non se ne sapeva molto, ma oggi i cittadini vogliono sapere chi dovrebbe pagare per i danni causati, chi insomma dev’essere considerato responsabile e obbligato a “pulire”, bonificare. Il sistema giudiziario italiano è molto diverso da quello statunitense.  È difficile dire se voi, con le vostre leggi, potrete ottenere gli stessi risultati che abbiamo ottenuto noi».

Quanto è stato difficile, da avvocato e da uomo che conosceva quella gente e quella terra, far capire che quel gigante della chimica non era un gigante buono?

«Molto difficile. Parliamo di una comunità dove la DuPont è uno dei principali datori di lavoro che per anni ha garantito lavoro e benessere. Molte delle persone con cui sono entrato in contatto lavoravano per la DuPont o avevano familiari e conoscenti che ci lavoravano. Parliamo di una società che ha dato supporto e molti aiuti economici a varie realtà della comunità locale, dalle scuole alle parrocchie. Aveva un’ottima reputazione e la gente non voleva credere che quella società potesse aver messo consapevolmente a rischio la salute di tutti. I cittadini volevano credere che tutto fosse una nostra invenzione. Nel film c’è una scena in cui una donna, che sta per fare l’esame del sangue, dice: “Non troverete niente”. Abbiamo incontrato persone che sono venute da noi e hanno partecipato alla fase di raccolta di campioni di sangue sperando di poter così provare che la società aveva ragione, che non c’erano Pfas nel loro sangue. Noi abbiamo avviato quel percorso affidandoci a tre scienziati nelle cui mani abbiamo messo tutti i dati raccolti. Volevamo un gruppo scientifico indipendente: qualsiasi cosa avessero scoperto, noi lo avremmo accettato senza riserve, perché noi eravamo solo a caccia della verità».

 Lei ha detto che oggi non ci sono leggi che vietano l’uso di queste sostanze.

«Attualmente sono in vigore trattati internazionali e poi c’è la proposta di una messa al bando proposto nell’Unione Europea. C’è la convenzione di Stoccolma. L’idea è di vietare queste sostanze a livello internazionale. Molto si sta muovendo più a livello internazionale che negli Stati Uniti. Non è detto che il mio Paese sottoscriva questi trattati, ma c’è una consapevolezza crescente nella comunità internazionale circa la necessità di abbandonare l’uso di questi prodotti chimici. E gli Usa saranno costretti ad adeguarsi».

Una ‘Mamma No Pfas’

Come è cambiata la sua vita dopo avere deciso di combattere questa battaglia giudiziaria?

«È stato di grande ispirazione avere avuto la possibilità di conoscere uomini come Wilbur Tennant e Joe Kiger: uomini che, in una piccola comunità, hanno avuto la forza di mettersi in piedi, alzare la voce contro una delle più grandi corporation del mondo e vincere, cambiare le cose. Avere la possibilità di aiutare delle persone così è stato molto incoraggiante per me. E spero che quando la gente conoscerà questa storia – ambientata in un piccolo paese lungo il fiume Ohio nel mezzo della West Virginia con un contadino in grado di alzarsi e urlare la verità, dire che le cose non dovrebbero andare come stanno andando – capirà che cambiare il mondo è possibile».

*Andrea Tomasi è autore della videoinchiesta « Pfas, quando le mamme si incazzano» e dei docufilm «Pesticidi, siamo alla frutta» e «Un filo appeso al cielo». È coautore del libro «La farfalla avvelenata » (Città del Sole Edizioni).

La videoinchiesta PFAS, QUANDO LE MAMME SI INCAZZANO

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