Ricatto e riscatto africano

di Ilario Pedrini

Lo sviluppo e l’uscita dalla povertà dipendono dagli africani. A dirlo è Alpha Condè, presidente della Guinea nonché dell’African Union.  «La priorità si chiama sviluppo – dice – Vinta la lotta contro la povertà, possiamo combattere contro terrorismo ed emigrazione». L’estremismo islamico si inserisce negli spazi vuoti lasciati da un governo debole del Sahel e dell’Africa sub-sahariana. «Al-Qaida ha preso piede nel Niger, Mali, Algeria, Burkina Faso e Mauritania». Anche Boko Haram (il movimento islamico traducibile letteralmente con “libro proibito”, riferito alle influenze occidentali) sta destabilizzando il nord della Nigeria e il Ciad. Condè spiega che, dal suo punto di vista, l’Africa si può salvare solo con un riscatto economico: «Il terrorismo è florido dove c’è miseria e ingiustizia». Sembra un ragionamento banale, ma non lo è, soprattutto se consideriamo gli effetti collaterali del tandem povertà-estremismo islamico: un meccanismo apparentemente irreversibile. E poi ci sono i migranti. Recentemente si è assistito ad un esodo di centinaia di migliaia di persone: giovani africani che cercano miglior vita in Europa.

Molti sono morti durante i viaggi della speranza sui barconi. Altri sono rimasti bloccati in Libia: se i soldi non bastano non si riesce ad acquistare un biglietto di sola andata verso l’Europa. L’esodo pare inarrestabile e, in prospettiva, il livello di povertà rischia di essere più elevato di quello sperimentato in Europa nel dopoguerra. Il Niger è una regione, in buona parte desertica, della Nigeria. Ed è forse l’esempio più chiaro di questo piano inclinato nel continente africano. Con una media di 7,6 figli per ciascuna donna, la sua popolazione pare destinata a triplicare e ad arrivare a quota 72 milioni entro il 2050 (attualmente gli abitanti sono 20 milioni).

Per quell’anno l’Africa avrà raddoppiato la propria popolazione: si arriverà a 2,4 miliardi di persone (dati delle Nazioni Unite). Condè vorrebbe arrivare ad una nuova era, fatta anche di relazioni più eque tra Francia e Africa. Un rapporto attualmente sbilanciato, che risente del dominio coloniale, con la Francia spesso nel ruolo di Stato sostenitore di governi dittatoriali: una politica spregiudicata, attuata nel nome della tutela dei propri interessi. L’interferenza più recente ed eclatante è quella nel genocidio in Rwanda, quando Parigi aiutò alcuni politici Hutu, gli stessi che avevano promosso le stragi, a fuggire dal Paese.  «Noi vogliamo che la Francia guardi a quelli africani come Stati sovrani, in una condizione di parità. Vogliamo che questi vengano visti e trattati come il Brasile o altri Paesi». Si può dire che, in tempi recenti, i principali investitori siano stati i cinesi. Paesi come Angola, Sierrra Leone ed Etiopia sono in mano a uomini d’affari, ingegneri e costruttori cinesi.

Con la crescita della classe media che fa capo a Pechino ci sono Paesi che possono fornire forza lavoro a basso costo e Condè ha candidato il suo Paese a questo ruolo. Parole già sentite, che richiamano alla “nostra” Real Politik: «Per l’Europa noi possiamo essere una fabbrica, con una cooperazione che può portare benefici ad entrambe le parti». Condè recentemente ha però evidenziato la necessità di indipendenza economica. «Gli africani – ha detto – devono cominciare a contare su se stessi perché lo sviluppo dell’Africa sarà possibile sono se sarà promosso dagli africani».

 

http://www.africanews.com/2017/01/30/guinean-president-conde-takes-over-from-deby-as-au-chairperson/

foto tratta da http://www.reuters.com/article/us-guinea-government-primeminister-idUSKBN0U90JU20151226

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