Rohingya, fuga senza fine

di Emanuele Giordana

Sembra che si chiami Francesco Bergoglio l’ultima speranza dei Rohingya,
minoranza musulmana in fuga dal suo Paese e ora respinta sia dal Bangladesh
che ha chiuso le frontiere sia dall’India che ne minaccia l’espulsione. Ma il
pontefice, che dopo aver ricordato all’Angelus la tragedia birmana e fatto
sapere a sorpresa ieri mattina che andrà in Myanmar e in Bangladesh, inizierà
il suo viaggio solo il 27 novembre: mancano tre mesi, un tempo sufficiente a
ridurre al minimo questa minoranza ormai così vessata e strangolata dalla
violenza che ormai i suoi numeri in Myanmar sono ridotti al lumicino.

L’inizio dell’ultimo pogrom è di alcune settimane fa quando i militari birmani
hanno stretto d’assedio tre township nella zona nordorientale dello Stato di
Rakhine, la regione al confine con Bangladesh e India dove vivevano oltre un
milione di rohingya, una minoranza che in Myanmar non ha diritto alla
cittadinanza, non può votare, è considerata immigrazione bangladese illegale
e vive in gran parte in campi profughi nel suo stesso Paese. Per reagire
all’accerchiamento di Maungdaw, Buthidaung e Rathedaung, il gruppo
armato Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa) – accusato di terrorismo da
Naypyidaw – ha sferrato venerdi scorso un’offensiva contro trenta obiettivi
militari, scatenando una vera e propria battaglia con oltre 100 morti e la
conseguente repressione – anche a colpi di mortaio – mentre si riprendeva
una fuga in realtà mai interrotta dall’ottobre scorso quando si erano verificati
incidenti simili. L’uso “sproporzionato” della forza militare – avverte
International Crisis Group, un organismo di monitoraggio che da tempo
segue la questione – non è solo da condannare in sé ma rischia di favorire la
radicalizzazione della minoranza, favorendo la crescita di gruppi armati. Arsa,
guidato da Ata Ullah alias Abu Ammar Jununi, rohingya nato in Pakistan che
godrebbe di finanziamenti privati pachistani e sauditi, ha lanciato messaggi
video di sfida al governo. Ma gli scontri nelle tre città del Nord hanno
registrato anche singoli episodi di violenza verso buddisti, indù o altre
minoranze.

Il flusso della fuga verso il Bangladesh si ferma quando le acque si calmano
ma riprende appena l’esercito stringe la morsa. A metà agosto, la stampa del
Bangladesh ha cominciato a dare conto dei nuovi arrivi che già avevano
totalizzato un migliaio di profughi, riusciti a passare la frontiera
clandestinamente. Ora sono almeno 3mila (in tre giorni), secondo l’Onu.
Da quel che si capisce, aumentata la pressione ai posti tradizionali di
passaggio dei profughi, i rohingya in fuga hanno trovato nuovi percorsi per
sfuggire alle guardie accampandosi in campi informali e senza registrarsi. Ma
in tanti sono ora nella no man’s land tra i due Paesi perché Dacca ha detto
basta: oltre 80mila sono i rohingya già arrivati in Bangladesh da ottobre e in
tutto sono circa mezzo milione, arrivati a ondate successive a partire già dal
secolo scorso. Una tragedia senza fine consumata in silenzio ma con un
bubbone sempre più purulento che adesso fa rumore anche se, di fatto, non si
va oltre le pressioni verbali: il Myanmar non è la Libia e neppure l’Afghanistan o i Balcani.
E le parole diritti, pulizia etnica, tortura, stupro, omicidio commuovono fino a un certo punto.

La situazione è complicata dal fatto che al potere c’è, per la prima volta da
decenni, un governo civile guidato, anche se informalmente (la Costituzione
glielo vieta), da una Nobel per la pace. Ma la signora Suu Kyi, figlia di un eroe
della resistenza anti britannica e icona della battaglia per i diritti e la libertà, è
rimasta zitta. O meglio, ha cercato in modo indolore di far digerire l’amara
pillola con mezze parole e qualche timido rimedio: l’ultimo consisterebbe
nell’applicazione delle raccomandazioni contenute in un dossier scritto da
Kofi Annan che chiede al Myanmar la revisione della legge sulla cittadinanza.
Ma Suu Kyi deve fare i conti con un potere militare ferocemente contrario alle
aperture. Per eccesso di zelo buddista o spinto dal pericolo islamista? La
sociologa Saskia Sassen ha spiegato che i generali, casta economica oltreché
militare, stanno favorendo l’accaparramento dei terreni del Rakhine, resi
sempre più appetibili se chi li possiede fugge e non ha le carte per
dimostrarlo. Gli strumenti per opporsi sono scarsi anche se ieri il parlamento
ha bloccato la richiesta della minoranza (filo militare) di dichiarare lo stato di
emergenza a Maungdaw.

La solidarietà è scarsa a parte quella di Bergoglio, l’unico capo di Stato che ha
strigliato Suu Kyi quando alcuni mesi visitò l’Europa. Malaysia e Indonesia
fanno accoglienza. Molta l’ha fatto il Bangladesh che ora però chiude. Quanto
all’India, fa sapere che vuole rimpatriare i rifugiati sul suolo indiano: 14mila
registrati con l’Acnur e, pare, altri 400mila illegali.

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