Rohingya, la Corte internazionale indaga

La procura generale ha reso noto l’avvio dell'esame preliminare su presunti atti coercitivi che hanno provocato lo spostamento forzato della comunità musulmana birmana  in Bangladesh

Ormai è deciso. La Corte penale internazionale (Cpi/Tpi o Icc) comincerà ad acquisire elementi sull’enorme spostamento di popolazione che ha visto l’espulsione dal Myanmar di oltre 700mila rohingya in pochi mesi nell’agosto dell’anno scorso. “Dalla fine del 2017, il mio Ufficio ha ricevuto una serie di comunicazioni e rapporti riguardanti crimini presumibilmente commessi contro la popolazione Rohingya in Myanmar e la loro deportazione in Bangladesh”, recita il comunicato con cui Fatou Bensouda, procuratrice generale della Corte penale internazionale dell’Aja (Tpi/Icc), ha reso noto l’avvio dell’esame preliminare su presunti atti coercitivi che hanno provocato lo spostamento forzato del popolo Rohingya in Bangladesh: privazione dei diritti fondamentali, uccisioni, violenze sessuali, sparizioni forzate, distruzione e saccheggi, persecuzione.
Il cammino è stato lungo e tortuoso perché il Myanmar, che non è uno Stato membro del Tpi, ha rifiutato alla corte visite nel Paese per verificare le accuse. Bensouda chiarisce che sulla questione legale preliminare riguardante la giurisdizione del Tpi, la procuratrice ha avuto conferma dallo staff legale del tribunale che si può effettivamente esercitarla perché, se il Myanmar non è uno Stato membro, lo è il Bangladesh e dunque i giudici possono lavorare perché questo Stato è parte in causa.

Fatou Bensouda: determinata

“Un esame preliminare – chiarisce la procuratrice – non è un’inchiesta, ma un processo di esame delle informazioni disponibili” al fine di ottenere una decisione pienamente confortata dai fatti sull’eventuale esistenza di “una base ragionevole per procedere a un’indagine secondo i criteri stabiliti dallo Statuto di Roma… questo è il minimo che dobbiamo alle vittime”.

“Il minimo che dobbiamo alle vittime”

Teoricamente, ai sensi dello Statuto di Roma, le giurisdizioni nazionali hanno la responsabilità primaria di indagare e perseguire i responsabili dei crimini internazionali e, conformemente al principio di complementarità, l’ufficio del procuratore “si impegnerà con le autorità nazionali interessate per discutere e valutare eventuali indagini e azioni giudiziarie pertinenti a livello nazionale”. Ma che il Myanmar collabori non è da prendere nemmeno in considerazione. Il Bangladesh invece sicuramente lo farà. Nelle stesse ora infatti, la premier del Bangladesh Sheikh Hasina rendeva noto che Dacca presenterà una proposta di piano d’azione in cinque punti sulla questione rohingya in diversi incontri multilaterali durante la 73ª Assemblea generale delle Nazioni Unite. L’ultima espulsione riguarda oltre 700mila Rohingya ma il suo Paese ne ospita oltre un milione.

La premier bangladese Hasina

Se le cose andranno avanti – come è ormai inevitabile – e, dopo le indagini preliminari, si aprisse una vera e propria inchiesta, le risultanze potrebbero portare alla costituzione di un tribunale ad hoc, come già in passato. Inutile dire che i generali birmani – che un rapporto Onu ha chiesto siano indagati per genocidio (parole che Bensouda non ha usato) – si rifiuterebbero di andare a deporre col rischio di essere arrestati. E una loro condanna resterebbe solo una macchia sul vestito. Indelebile però. Chi è condannato dal Tpi vede emettere un mandato internazionale di arresto a qualsiasi frontiera e in qualsiasi territorio dei 123 Stati membri.

Per saperne di più del Tpi, leggi l’approfondimento di E. Gerole e L. Frigo 

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