Russia/Ucraina. Il ruolo del sultano

Ankara, rimasta sulle sue posizioni concilianti con entrambi i Paesi in guerra dall’inizio delle ostilità e godendo di ottime relazioni con i due governi, continua a proporre soluzioni concrete per porre fine ai combattimenti

di Filippo Rossi da Istanbul

Sono passati ormai più di tre mesi dall’inizio delle ostilità in Ucraina. Un lasso di tempo che comincia a far pesare le conseguenze delle sanzioni occidentali e delle decisioni politiche in reazione all’attacco russo lo scorso 24 febbraio. I toni sono cambiati molto nei confronti della Russia nelle ultime settimane. Mosca infatti, sembra non aver subito la botta sperata delle sanzioni imposte dall’Europa e gli Stati Uniti, creando il panico fra i governi occidentali, continuando imperterrita nella sua avanzata nel Donbass e mostrando più resilienza di quanto nessun analista avrebbe potuto immaginare.

Ma a farne le spese, oltre a civili ucraini e i soldati di entrambi i lati, cominciano ad essere anche milioni di persone sparse ovunque nel Mondo, che sentono ogni giorno di più il caro vita pesare sul portafogli e si pongono serie domande sull’effettiva utilità delle sanzioni e sul futuro delle economie nazionali, soprattutto con la scarsità di gas e il suo costo diventato esorbitante, l’inflazione dei costi di prodotti alimentari (come il grano) e della benzina, guardando inoltre all’economia russa che sembra fiorire anziché soccombere. E tutto questo in un contesto in cui sia l’Europa sia il blocco occidentale in generale si ostina a rifiutare un dialogo diplomatico con il Cremlino, facendo diventare la Turchia l’unica spiaggia rimasta per dialogare con Mosca. Ankara, rimasta sulle sue posizioni concilianti con entrambi i Paesi in guerra dall’inizio delle ostilità e godendo di ottime relazioni con i due governi, continua infatti a proporre soluzioni concrete per porre fine ai combattimenti ma anche per alleviare le possibili conseguenze economiche nefaste che si stanno via via delineando a livello internazionale.

È ormai ovvio che il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il suo governo stanno giocando un ruolo decisivo per trovare un’intesa e una soluzione pacifica al conflitto in corso sulle coste settentrionali del Mar Nero. Ancora qualche giorno fa, in una telefonata con il presidente russo Vladimir Putin, Erdogan ha auspicato la fine dei combattimenti e la necessità immediata di un cessate il fuoco che permetterebbe l’apertura di corridoi umanitari e di possibili negoziati di pace. Inoltre Ankara si è detta disponibile a diventare un osservatore di pace, dopo che l’organizzazione di negoziati fra Ucraina Russia e Nazioni Unite porterebbero alla fine delle ostilità. Il ruolo della Turchia è quindi diventato centrale nel conflitto. Il presidente turco sembra essere ormai un passaggio obbligato fra il blocco occidentale e la Russia, diventato quasi un ambasciatore, vista l’intransigenza europea nel discutere con Mosca. Un approccio che favorisce il ruolo di Ankara anche nei suoi interessi strategici viste le rinnovate tensioni con Nato, Grecia e al suo confine sud-orientale e la minaccia terrorista del YPG/PKK.

Proprio questo ruolo giocato dalla Turchia, ovvero unico membro Nato che comunica con quello che è considerato un acerrimo nemico, è visto in Occidente con diffidenza. Se l’esercito turco è il secondo più potente della Nato, i media occidentali diffidano storicamente dal presidente Erdogan, recentemente anche sul tema dell’adesione di Svezia e Finlandia al blocco atlantico, che ha trovato Ankara in forte opposizione per ragioni che il governo turco non è mai riuscito a transigere, ovvero il fatto che i due Paesi sono considerati troppo amichevoli e ospitali con i «terroristi» del PKK e i seguaci di Fetullah Gülen, accusati di fomentare il colpo di Stato nel luglio del 2016 a Istanbul e che la Turchia considera criminali. Il New York Times ha fatto notare in un articolo come la Turchia di Erdogan abbia sempre causato problemi nel blocco atlantico, non nascondendo la volontà di una parte del blocco occidentale di vederla fuori dall’alleanza, anche se molti vedrebbero in ciò un pericolo.

Ma Erdogan sta giocando bene le sue carte, preso fra l’incudine e il martello, riesce a destreggiarsi per cercare soluzioni concrete che aiutino il suo Paese, in una zona geopolitica oggi più che mai destabilizzata e allo stesso modo riuscendo a diventare indispensabile per tutti gli attori in gioco.E lo è nuovamente in questi giorni, dopo che, come prevedibile, il problema della crisi alimentare mondiale è diventato impellente. Nella crisi ucraina, e prevedibile fin dall’inizio, uno dei fattori più preoccupanti sono le esportazioni di grano, il cui prezzo è schizzato alle stelle dall’inizio dell’invasione con l’introduzione delle sanzioni anti-Russia e il conseguente blocco navale imposto da Mosca sui porti ucraini che ha imposto de facto un embargo alle esportazioni internazionali. Secondo le Nazioni Unite, ciò potrebbe portare a una carestia mondiale di dimensioni gigantesche in brevi periodi.

Prima dell’inizio delle ostilità, l’Ucraina era capace di esportare 6 milioni di tonnellate di grano, orzo e mais. Un dato sceso a solo 300 mila tonnellate in marzo e un 1.1 milione in aprile. Per dare un’idea, la Russia e l’Ucraina insieme contano per il 29% delle esportazioni internazionali di grano e l’80% di esportazioni di olio di girasole. Un dato che non può far altro che preoccupare non poco tutte le istituzioni internazionali e che Erdogan si è deciso a risolvere. La sua capacità di tenere i rapporti bilanciati con entrambi i Paesi, (rifiutando di imporre le sanzioni contro Mosca ma non permettendo alle sue navi da guerra di attraversare il Bosforo, anche per questioni di sicurezza nazionale), si è detto pronto a discutere per un eventuale piano che permetterebbe a navi russe di esportare grano ucraino dai territori devastati dalla guerra e così permettere al Mondo intero di respirare.

Una mossa che Mosca è disposta a discutere, e che ha trovato il presidente Vladimir Putin d’accordo, lanciando un incontro mercoledì ad Ankara, dove è atteso il Ministro degli affari esteri russo Sergej Lavrov, come riportano le agenzie turche. Il tema è proprio questo: discutere insieme a una delegazione militare un’eventuale apertura alle esportazioni di grano. In cambio, Putin ha richiesto la fine di alcune sanzioni, il che permetterebbe alla Russia di esportare dall’Ucraina fertilizzanti e prodotti agricoli. Un’idea che non dispiace all’Europa, oggi in ginocchio e che sta facendo marcia indietro sulle sanzioni.

Anche se i porti ucraini menzionati non sono ancora chiari, l’Ucraina dal canto suo rifiuta che navi russe si avvicinino ai porti ancora controllati da Kiev, specialmente quello di Odessa. Il governo di Zelensky sta cercando di esportare il grano attraverso ferrovia e strada, ma non può riuscirci con il blocco russo.

In copertina, Erdogan (cropped)

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