Scontro tra titani (2)

Con la richiesta di estradizione di Meng Wanzhou, alta funzionaria Huawei, inviata dagli Usa al Canada, la guerra fra Usa e Cina si gioca ora su più fronti: legale, diplomatico, economico e strategico

di Maurizio Sacchi

Gli Stati Uniti hanno richiesto al Canada l’estradizione di Meng Wanzhou, alta funzionaria Huawei scrivendo un altro capitolo di una ‘guerra’ che promette di giocarsi su più fronti.

I capi d’accusa avanzati dal Dipartimento di giustizia americano sono 23 e si possono raggruppare in due grandi gruppi: i presunti reati contro le norme di sicurezza, in particolare la violazione dell’embargo alla vendita di tecnologia strategica americana all’Iran; e quelli di carattere più strettamente commerciale, come violazione della proprietà intellettuale, frode fiscale negli Usa, e altri. Perché il Canada proceda all’incriminazione, è necessario che una corte verifichi che i reati contestati siano tali anche in Canada. Intanto sul caso cresce la tensione internazionale.

Il caso Huawei per il momento ha costretto alle dimissioni l’ambasciatore canadese a Pechino, John McCallum, che martedì 22 gennaio ha sostenuto pubblicamente che la richiesta di estradizione fosse seriamente opinabile. Il giorno seguente ha rilasciato una dichiarazione in cui ritrattava e si è rammaricato che i suoi commenti avessero creato “confusione”. Ma di nuovo, tre giorni dopo, ha rilasciato una dichiarazione secondo cui sarebbe stato “ottimo per il Canada” se gli Stati Uniti avessero ritirato la richiesta. McCallum è stato nominato ambasciatore del Canada in Cina nel 2017, dimettendosi dalla sua precedente funzione di ministro per l’immigrazione. Il 26 gennaio, Pierre Trudeau, il primo ministro canadese, ha annunciato di aver accettato le dimissioni di McCallum, senza fare espliciti commenti sui motivi.

Se sul piano legale e diplomatico la guerra è appena iniziata, su quello dell’economia è in pieno corso. Da parte americana, con il pacchetto di misure protezionistiche imposto da Trump, entrato in vigore il 24 settembre 2018, i dazi imposti sulle merci cinesi sono passati da 53 miliardi di dollari a 200 miliardi all’anno. E il nuovo pacchetto di misure, che ora Trump minaccia di applicare, graverebbe per altri 267 miliardi di dollari. Ovvero esattamente il doppio della cifra attuale. I dati sono dell’US Census Bureau, l’ISTAT americana, che fornisce anche un’altra cifra impressionante: nel 2017, le importazioni di merci cinesi in Usa sono arrivate a 506 miliardi di dollari.

La risposta cinese è stata dura, ma in fin dei conti, moderata. Le tariffe cinesi sulle merci Usa sono passate da 50 a 110 miliardi di dollari all’anno. Se si considera che il totale delle merci americane esportate in Cina, sempre nel 2017, è di 130 miliardi, in questo caso almeno vi è un piccolo margine. Ma è anche chiaro che simili misure non mirano semplicemente a contenere la concorrenza, o a favorire l’impresa locale. Se applicate, possono significare il blocco dei commerci fra i due Paesi. Con conseguenze a catena sull’economia e sull’industria mondiale difficili da immaginare. Queste misure sono state sospese a dicembre, per 90 giorni. I colloqui imminenti a Washington fra le due parti sarebbero volti a scongiurarli. Ma ci sono forze che spingono perché vi sia una trattativa dura.

Anche a Pechino la pressione è alta: la crescita economica si è bloccata, e alcuni osservatori economici parlano del rischio che il tasso di disoccupazione aumenti. Il grande timore della guerra commerciale ha messo il governo cinese nella condizione di non cedere a ricatti; ma anche a giungere ad un accordo, senza il quale la crescita economica, su cui si basa la credibilità del Partito comunista e del Presidente, sarebbe a grave rischio.

Ma i passi del caso Huawei graveranno sulle trattative. “Sulla maggior parte delle questioni di importanza, non c’è semplicemente alcuna sovrapposizione tra i progetti di Xi Jinping per l’ascesa della Cina, e quello che gli Stati Uniti considerano un futuro accettabile per l’Asia e il mondo”, avverte Ely Ratner, ex vice consigliere per la sicurezza nazionale, citato dal New York Times.

E qualcuno parla, se l’escalation continuasse, di una possibilità di guerra tradizionale. Magari sul mare. In dicembre Dai Xu, che è presidente del Csma, responsabile della sicurezza nelle acque territoriali di Pechino, ,ha dichiarato: “Se le navi da guerra statunitensi irrompono nuovamente nelle acque cinesi, suggerisco di inviare due navi da guerra: una per fermarla e un’altra per speronarla. Nelle nostre acque territoriali, non consentiremo alle navi da guerra statunitensi di creare disordini”. Si riferiva alle sempre più frequenti operazioni sulla libertà di navigazione svolte dagli Stati Uniti nel Mar Cinese Meridionale. Dai Xu ha affermato di “non riuscire a capire perché le persone in Cina temessero di usare la forza militare per contrastare l’attività della Marina statunitense”.

Il primo articolo della serie si può leggere qui

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