Se l’israeliano risponde “Signornò”

Tal Mitnick il primo militare di Israele che ha avuto il coraggio di dire: "Non in mio nome". Un esempio seguito da altri/e

di Luciano Bertozzi

“Il mio rifuto è un tentativo di influenzare la società israeliana e di evitare di prendere parte all’occupazione e al massacro che sta avvenendo a Gaza. Sto cercando di dire che non è in mio nome. Esprimo solidarietà agli innocenti di Gaza. So che vogliono vivere, non meritano di essere resi profughi per la seconda volta nella loro vita” Sono le parole di Tal Mitnick, diciottenne, primo obiettore di coscienza israeliano dopo il massacro operato da Hamas il 7 ottobre. E’ stato imprigionato la prima volta il 26 dicembre scorso per il suo rifiutato di prestare servizio nell’esercito di Tel Aviv. Il ragazzo, ha dichiarato la sua obiezione al centro di reclutamento di Tel HaShomer e condannato a un mese di detenzione. A fine gennaio è stato nuovamente imprigionato altri 30 giorni per lo stesso motivo. Lo si legge sul sito di Movimento Nonviolento, che lo sta sostenendo con una campagna a difesa degli obiettori di coscienza di Israele, Ucraina, Russia e Bielorussia.

A settembre, il ragazzo aveva redatto una lettera sottoscritta da centinaia di ragazzi, in cui scriveva: “Noi adolescenti che stanno per essere arruolati, diciamo no alla dittatura sia in Israele che nei territori palestinesi occupati – e annunciamo che non presteremo servizio finchè la democrazia non sarà garantita a tutti, a tutti coloro che vivono sotto il dominio israeliano”. La coraggiosa scelta del ragazzo è stata seguita da Sofia Orr, diciottenne che ha pubblicamente dichiarato che il 25 febbraio, giorno previsto per l’arruolamento, non indosserà la divisa: “Mi rifiuto di prendere parte alle violenze politiche – ha dichiarato a France 24 – di oppressione e di apartheid che Israele ha messo in atto nei confronti del popolo palestinese e soprattutto ora con la guerra”.

La giovane si è espressa a favore per l’abbandono della via militare e il ricorso ai negoziati. Per queste prese di posizione è stata definita “traditrice”, ha subito minacce di morte e di violenze sessuali. Ma la ragazza nonostante tutto ha scelto la strada della non violenza, non collaborando alle ostilità. L’esercito è considerato uno dei pilastri dell’identità nazionale, pertanto chi non si arruola per motivi politici rischia di non fare carriera e di essere messo ai margini della società. Questi giovani vengono spesso allontanati anche dalla propria famiglia. L’obiezione di coscenza per motivi politici, oltretutto, non è riconosciuta in questo Paese mediorientale. Ben diversa, invece, la situazione dei 700 riservisti che, durante le proteste contro la riforma della giustizia voluta dal Governo, si licenziarono. Anche se per loro, l’occupazione dei Territori era legittima e non era in discussione.

Anche Einat Gerlitz, una ventenne che si è rifiutata di servire le forze armate l’anno scorso e che per questo è stata detenuta 87 giorni, ha espresso solidarietà a Tal Mitnick. “Diciamo di sostenere i diritti umani e di volere che due popoli possano vivere in pace. Ma come possiamo raggiungere questo obiettivo? Certamente non massacrando migliaia di persone e gettando bombe sui civili”. E’ la voce di Yuval Dag, intervistato dal settimanale Left, un altro israeliano di vent’anni, contrario all’occupazione della Palestina. Anche lui è stato incarcerato due mesi per a ver scelto di obiettare. E’ un componente di Mesarvot, una associazione che supporta, soprattutto sul piano legale, chi ha il coraggio di non servire l’esercito.

Seppure pochi numericamente, vi sono giovani che hanno il coraggio di non collaborare alla macchina bellica dello Stato ebraico. Nel tempo ci sono state piccole ondate di refusnik, soprattutto negli anni caldi delle due Intifada. Il caso più eclatante è avvenuto dieci anni fa quando in 43 abbandonarono l’Unità 8200, dedicata allo spionaggio ed alla sorveglianza dei palestinesi. E’ di grande importanza, quindi, sostenere che si rifiuta di uccidere, togliendo spazio alla retorica che esclude ogni strada diversa dalle armi. Come hanno evidenziato questi ragazzi, la politica dell’occhio per occhio non fa altro che rendere tutti quanti ciechi!

In copertina il portavoce di Tsahal Daniel Hagari (dal sito ufficiale)

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