Siria senza pace

Un attentato a Manbij uccide ventuno persone mentre Turchia, curdi e Russia discutono del confine settentrionale. Alcune delle questioni più critiche nel Paese

di Alice Pistolesi

Si fa sempre più intricata e critica la situazione sul confine siriano. Con l’inizio del ritiro delle truppe di Trump e il dispiegamento turco nell’area, la preoccupazione dei curdi siriani aumenta. Inoltre ieri nella città della Siria Settentrionale, Manbij, un attacco terroristico è costato la vita a ventuno persone tra cui quattro americani. 

L’esplosione è avvenuta vicino a una pattuglia della coalizione guidata dagli Stati Uniti. Tra le vittime, infatti, si contano anche cinque soldati statunitensi. L’Osservatorio siriano per i diritti umani e il consiglio militare di Manbij a guida curda (che amministra la città) hanno riferito che l’attacco è avvenuto vicino a un ristorante. Un sito web collegato al sedicente Stato Islamico ne ha rivendicato la responsabilità. L’attacco arriva proprio mentre gli Stati Uniti hanno iniziato il processo di ritiro di circa 2mila soldati dalla Siria. Se il bilancio delle vittime fosse confermato, sarebbe l’attacco più micidiale alle forze statunitensi in Siria da quando sono state schierate sul posto nel 2015. Manbij era stata recentemente minacciata anche dalle forze turche.

La zona di sicurezza. Nei giorni scorsi è arrivata la proposta degli Stati Uniti di istituire una “zona di sicurezza” lungo la frontiera con la Turchia. La proposta, di per sé favorevole ai curdi siriani, sempre più preoccupati di un attacco da parte di Erdogan, diventerebbe inaccettabile se a controllare l’area di salvezza fosse proprio la temuta Turchia.

La Turchia vuole controllare la striscia. Il presidente Erdogan, facendo riferimento ad una telefonata con Donald Trump ha annunciato che sarà Ankara ad occuparsi “zona cuscinetto” da 32 chilometri lungo la frontiera settentrionale.

Una proposta questa inaccettabile per i curdi. “Possiamo accettare – ha detto il responsabile del dipartimento delle relazioni estere della Federazione democratica della Siria settentrionale, il Rojava, Aldar Khalil, in un’intervista all’emittente curda “Hawar News” – una zona di sicurezza nella seguente forma: sotto l’amministrazione delle Nazioni Unite, della Coalizione internazionale e dei paesi non interessati dal conflitto”.

Giorni di tensione. Prima di questa proposta, a far tremare un’area sempre più martoriata, c’era stata la minaccia di Trump di devastare “l’economia turca” qualora Ankara dovesse attaccare le forze curde alleate degli americani nella battaglia contro lo Stato Islamico. A queste minacce via twitter la Turchia ha risposto decisa, affermando che non esiste “alcuna differenza” tra il gruppo dello Stato Islamico e le forze curde delle Unità di protezione del popolo (Ypg): a detta del portavoce della presidenza turca, Ibrahim Kalin, la Turchia continuerà a “combatterli tutti”.

Sulla questione è intervenuta anche la Russia. Il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha riferito che deve essere il governo siriano a controllare il Nord del Paese, in quanto l’unico titolato a farlo.

Attenzione su Idlib. Se la campagna anti-Isis pare, secondo più osservatori, avvicinarsi alla conclusione, l’attenzione deve rimanere alta sulla città di Idlib, dove i combattenti del gruppo sono al momento confinati. Nella provincia Nord-Occidentale i primi giorni di gennaio 2019 è infatti caduta sotto il pieno controllo di Hay’et Tahrir al-Sham, un gruppo armato dominato dalla precedente affiliazione di al-Qaeda in Siria. E proprio qui le forze governative siriane hanno bombardato il 12 gennaio diverse località nella regione sotto influenza turca. A riferirlo è stato l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus). Da mesi è in vigore a Idlib una tregua negoziata da Russia e Turchia.

Nella provincia di Idlib, denuncia l’Unhcr, almeno 11mila bambini e le loro famiglie si sono ritrovati senza riparo a causa delle piogge che hanno colpito la zona e le temperature scese sotto lo zero. Qui le tende sono distrutte. In effetti il numero di persone che si erano spostate a Idlib nel corso del 2018 è enorme, ma gli aiuti sono pochi. Mancano strutture mediche e le condizioni climatiche avverse hanno reso irraggiungibili molte aree. 

Un’altra zona che desta preoccupazione è Hajin, nella provincia Orientale siriana di Deir Ezzor, dove da settimane decine di migliaia di civili sono in fuga per gli scontri tra il ssedicente Stato Islamico e le Forze Democratiche Siriane. Secondo fonti Unicef l’emergenza si concentra però a Rukban, dove l’80 per cento dei 45mila rifugiati presenti sono donne e bambini e il tasso di mortalità infantile è in aumento per la mancanza di assistenza sanitaria.

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