Sri Lanka, timore di ritorsioni

Crescono in Sri Lanka le preoccupazioni dei musulmani per possibili attacchi contro la comunità sull’ondata delle emozioni suscitate dalla strage mentre continua la polemica tra presidenza ed esecutivo

Crescono in Sri Lanka le preoccupazioni dei musulmani locali per possibili attacchi contro la comunità sull’ondata delle emozioni suscitate dalla strage nelle chiese cattoliche. E mentre prosegue l’indagine sulla pista islamista, presidente e governo continuano a non essere in sintonia e sostengono che nelle loro mani non è mai arrivato l’allerta che avrebbe potuto evitare gli attentati

Il presidente Sirisena

Il presidente Maithripala Sirisena, che aveva promesso “un’azione severa” verso chi non aveva trasmesso i famosi allerta arrivati dall’intelligence indiana e americana che prospettavano attacchi alle chiese e che già facevano il nome del gruppo islamista ora indicato come l’organizzazione che ha progettato la Pasqua di sangue, è sempre al centro della una polemica: l’esecutivo sostiene che la presidenza sapeva mentre il governo non era stato informato. Sirisena ribatte che non ne sapeva nulla. Così è passato dalle parole ai fatti: ha chiesto le dimissioni di due pezzi grossi della macchina statale. Il primo è il segretario alla Difesa Hemasiri Fernando, anche a capo dello staff presidenziale e del Board of Investment del Paese. Il secondo è l’ispettore generale della polizia, Pujith Jayasundara. E’ il memo dell’11 aprile redatto dal suo vice Priyalal Dassanayake ad aver messo in imbarazzo il presidente. E a questo punto non si capisce più chi quel memo abbia letto, chi lo abbia ignorato o sottovalutato o addirittura cestinato. Sia presidenza sia governo negano infatti di essere stati informati.

La strage rivendicata dall’Isis sta scaldando la già rovente politica interna di un Paese che si sente assediato e che ha reagito col coprifuoco e lo stato di emergenza mentre gli investigatori stanno battendo la pista islamista sui cui ha dato ieri lumi il ministro della Difesa Ruwan Wijewardene. Ha spiegato in parlamento – riporta la Bbc – che il National Thowheed Jamath (NTJ) sarebbe legato a un altro gruppo radicale che ha chiamato solo con le iniziali – JMI – senza fornire ulteriori dettagli. Il ministro ha aggiunto che le indagini preliminari hanno indicato che gli attentati erano una rappresaglia per gli attacchi di marzo alle moschee in Nuova Zelanda ma anche qui mancano dettagli: martedi il premier Wickremesinghe aveva già accennato alla cosa ma solo come ipotesi anche perché il comunicato con cui martedi il sedicente Stato islamico ha rivendicato la strage era una scarna rivendicazione del fatto che i militanti kamikaze erano affiliati al califfato. Dei nove aggressori la polizia ne avrebbe individuati otto, uno dei quali è una donna. Tutti srilankesi e tutti di buona famiglia, istruiti – anche all’estero – di classe medio alta.

La moschea di Jami-Ul-Alfar

Al momento la polizia ha arrestato una sessantina di persone e ieri ha fatto brillare due pacchetti sospetti, tra cui uno vicino a un cinema popolare della capitale. Le indagini proseguono affiancate dal lavoro delle intellgence straniere tra cui quella americana. in stretto collegamento con l’ambasciatrice a Colombo – Alaina Teplitz – la diplomatica che avrebbe avvisato che c’erano “piani terroristici in corso” nel Paese. Teplitz ha detto ai giornalisti che i terroristi potrebbero ancora colpire. La tensione è alta. Lo è molto anche nella minoranza musulmana che ha intanto preso subito le distanze dalla strage ma che teme ritorsioni: Hilmy Ahamed, vicepresidente del Consiglio musulmano dello Sri Lanka, sostiene che la comunità è stata messa in guardia su una possibile reazione violenta, alimentata dall’emozione suscitata dagli attentati. “Centinaia di persone vengono sepolte e ci sarà un’esplosione emotiva – ha detto ad Al Jazeera Ahamed- e abbiamo chiesto al governo di garantire  la sicurezza perché ciò che è successo non è stato portato avanti dalla comunità musulmana ma da alcuni elementi marginali”. La memoria di pogrom anti islamici è fresca: nel 2013 e nel 2018 i movimenti estremisti buddisti hanno condotto campagne violente con scontri e incendi di proprietà musulmane nelle aree abitate da una comunità che conta solo il 10% della popolazione.

(Red/Em. Gio.)

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