Sul movimento dei gilet gialli

Un'analisi su lavoro e conflitto sociale. " I francesi hanno la Rivoluzione nella loro storia, nelle profondità del loro paesaggio di formazione. Molti hanno dimenticato i dettagli e gli eventi specifici. Ma tutti hanno tenuto a mente che il popolo ribelle può rovesciare la monarchia".

Pubblichiamo questa analisi  della sociologa francese Claudie Baudoin pubblicato da  Pressenza, partner dell’Atlante delle guerre sul movimento dei gilet gialli come contributo alla riflessione su questo fenomeno

Il contesto

Non ricorderemo qui il contesto più ampio della caduta delle ideologie, l’assenza di progetti sociali, l’antiumanesimo crescente da tutte le parti, la finanza che governa il mondo diffondendo la povertà, la violenza in tutte le sue forme e l’odio.Vogliamo solo osservare un contesto più recente e specifico della Francia: La sera del 29 maggio 2005, la maggioranza dei francesi respinse il trattato che istituiva una Costituzione per l’Europa, dicendo: “No, non continueremo su questa strada”. I francesi, come altri cittadini europei, lanciano un avvertimento senza precedenti alle istituzioni di Bruxelles e ai partiti politici.

Tuttavia, questa costituzione doveva essere solo una formalità. Nella primavera del 2004, i pronostici erano molto favorevoli per il “sì”. I due principali partiti politici, l’UMP [Union pour un Mouvement Populaire – classificato a destra e centro-destra] e il PS [Parti Socialiste – di sinistra e centro-sinistra], sono a favore in maggioranza. Quel testo, tutto fatto di compromessi e bizantinismi istituzionali, doveva passare come una lettera all’ufficio postale. Almeno, questo è quello che tutti immaginavano: politici, osservatori, giornalisti, agenzie demoscopiche… Ma i francesi hanno preso in mano il dibattito che ha permesso loro di porre domande fondamentali sull’economia, la democrazia e le istituzioni. Questa agorà è durata un anno, dall’annuncio del referendum al giorno del voto. Una sequenza politica memorabile durante la quale sono stati espressi i timori di una Francia già immersa nella crisi economica e sociale.

Quel “no” le istituzioni europee lo accetteranno per un certo tempo e lo dimenticheranno rapidamente con trattati sostitutivi, contro la volontà popolare. Questa negazione di democrazia segnerà le istituzioni europee con un ferro rovente. E’ a quell’Europa, tecnocratica e liberista, anzi ultra-liberista, che i francesi hanno detto no nel maggio 2005. Da allora, in Francia prevalgono due tendenze:

  • che senso ha votare se il nostro voto non viene rispettato? Che senso ha protestare se non ci ascoltano su niente?
  • lotta continua per proteggere i diritti e ripristinare la democrazia.

La prima tendenza, alimentata da una stampa falsa e manipolativa, pompata quotidianamente da uno sfrenato incitamento al consumo, dall’ipnosi delle folle, prevale per 15 anni. Ma i francesi hanno la Rivoluzione Francese nella loro storia, nelle profondità del loro paesaggio di formazione. Molti hanno dimenticato i dettagli della storia e gli eventi specifici. Ma tutti hanno tenuto a mente: il popolo ribelle può rovesciare la monarchia. È il potere del popolo che resta nella memoria collettiva. In quella memoria c’è anche la “resistenza” organizzata per 4 lunghi anni durante l’occupazione tedesca, resistenza al rischio della vita e di quella dei propri cari.

Molti dei precedenti più recenti di mobilitazione popolare sono stati sottovalutati: il movimento degli Indignati in Spagna, o 15M (15 maggio 2011) è conosciuto in Francia, in particolare durante il primo raduno mondiale del 15 ottobre, ma i gruppi saranno dispersi dalla polizia e la stampa farà il suo lavoro manipolativo di discredito. Nel 2012 questa ondata sociale sembra essere scomparsa. È riapparsa qualche anno dopo, nel 2015 e nel 2016, con manifestazioni e scioperi, sotto la forma delle Nuits Debout [Una serie di manifestazioni nelle piazze pubbliche, che ha avuto inizio il 31 marzo 2016 a seguito di una manifestazione per rigettare la Legge-Lavoro (simile al Jobs-Act italiano – NdT). Quella dinamica si estese a una più globale contestazione delle istituzioni politiche e del sistema economico], le cui manifestazioni saranno pure disperse dalla forze dell’ordine. Nel 2016 e 2017, gruppi ancora più screditati o ignorati sono comunque notevoli: gli incontri di Jean-Luc Mélenchon e la nascente France Insoumise (Francia indomita) riuniscono decine e decine di migliaia di persone, andando oltre le 100.000 in alcune città francesi…

Quello che covava lì, nelle case, nelle città e nelle campagne, era davvero un braciere… e venti violenti hanno soffiato sulla brace: il presidente appena eletto mostrava in modo ostentato, da un lato il suo disprezzo per il popolo (segnato da molte battute odiose verso la “gente piccola”) e, dall’altro la sua ferma determinazione a porre fine alle conquiste sociali “che costano una cifra pazzesca”! ». Le misure prese a tutta velocità attaccano direttamente le persone: disabili, pensionati, studenti, disoccupati, lavoratori… Le dimostrazioni e le mobilitazioni riprendono sul serio: per difendere il diritto al lavoro, per proteggere i trasporti pubblici, per salvare ciò che resta del servizio pubblico (ospedali, scuole, università). Migliaia di persone per le strade. La risposta politica: arroganza e disprezzo mostrati pubblicamente, fino ai microfoni della stampa estera.

Così l’aumento delle tasse sui carburanti non ha agito che come una scintilla su braciere già acceso di rabbia accumulata, di disperazione ignorata, di sofferenza negata. Dalla prima mobilitazione in novembre, l’effetto dimostrativo si compie nella misura in cui conferma:

  • La capacità dei francesi di mobilitarsi, quando sopraffatti da tanta ingiustizia sociale,
  • Che Parigi non è la Francia e che la forza è nelle sue città di provincia!
  • Che i media mentono senza ritegno per proteggere la nuova monarchia.

L’ondata avrebbe forse potuto essere contenuta in quel momento se il governo avesse risposto favorevolmente alla richiesta specifica dei cittadini (eliminazione delle tasse sul carburante). Invece la derisione e la manipolazione hanno moltiplicato la rabbia, ma anche e soprattutto la consapevolezza.

Movimento di presa di coscienza

Indossando un giubbotto giallo che non rientra in nessuna etichetta ma ha il grande vantaggio di dare molta visibilità, la gente comincia a radunarsi intorno allo scontento e, presto, intorno all’identità di un popolo che il Presidente, il suo governo e in definitiva “i potenti” prendono in giro. Anche molto rapidamente questo movimento vuole essere senza forma, senza rappresentanti, senza verticalità di sorta, acefalo e polimorfo. Ilcittadino comune si ritrova alle rotatorie delle città dove vive, blocca il traffico, e lì si fa megafono e vetrina della miseria in Francia: povertà con o senza lavoro, pensioni insufficienti, oneri eccessivi, tasse ingiuste. Le persone si parlano, si scoprono, si riconoscono e imparano a stare insieme al di là delle loro divergenze di opinione.

Durante le prime settimane, c’è ancora un senso di appartenenza corporativa e si vedono tassisti, studenti, infermieri e persino avvocati che indossano il giubbotto giallo e “sostengono” il movimento. Ma molto rapidamente si organizzano anche assemblee popolari: si discute, si raccolgono informazioni, si cerca, si chiede, si impara… SI DIVIENE CONSAPEVOLI! Così ci mettiamo il GJ [Gilet Giallo] e diciamo: “noi” siamo il popolo, “noi” vogliamo riconquistare il controllo sulle nostre vite.

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