Tragedia afgana

Nove mesi dopo la presa del potere da parte dei Talebani in Afghanistan, un rapporto di  Emergency traccia un quadro desolante del Paese

Nove mesi dopo la presa del potere da parte dei Talebani in Afghanistan, l’organizzazione umanitaria Emergency traccia un quadro desolante del Paese: ora più che mai la popolazione afgana ha bisogno del sostegno della comunità internazionale, prima che il Paese diventi una terra di nessuno. La situazione in Afghanistan è precipitata dopo l’agosto 2021, quando i Talebani hanno conquistato il Paese a seguito della partenza dell’esercito statunitense. Il ritorno del Califfato nel Paese è stato osservato con preoccupazione dalla comunità umanitaria internazionale; leader mondiali e organizzazioni non governative hanno espresso preoccupazione per la libertà dei cittadini afgani (in particolare dei dissidenti), i diritti delle donne e la sicurezza dei civili nelle aree urbane e rurali.

Molte organizzazioni umanitarie sono rimaste sul territorio, aiutando coloro che non sono fuggiti a ricostruire una vita regolare – nonostante o sotto il nuovo governante. Emergency, tra le altre, è rimasta, mantenendo aperti e funzionanti i suoi cinque centri medici che si aggiungono alla rete di oltre 40 ospedali e unità di primo soccorso a disposizione degli afgani in tutto il Paese. Tuttavia, le notizie che giungono da Kabul – e ancor più dalle vaste aree rurali a Nord e ad Est del Paese – sono tutt’altro che rassicuranti.

Gli effetti della guerra e la violenza come meccanismo di sopravvivenza

I registri dei ricoveri negli ospedali di Emergency raccontano la storia del conflitto senza menzogna: e nonostante dall’agosto 2021 si registrino meno ferite da proiettile, gli effetti di una guerra lunga 40 anni non sono facili da cancellare. Le mine antiuomo restano una minaccia mortale disseminata in tutto il Paese, soprattutto per i bambini, ma anche per chi spera di coltivare un po’ di terra o di viaggiare in territori precedentemente segnati dal conflitto. Bambini e comunità rurali, dunque, che non solo devono fare i conti con una terra crivellata di mine, ma anche affrontare quotidianamente l’insicurezza alimentare e idrica. Gli ospedali, racconta Emergency, assistono a un numero sempre maggiore di famiglie che lottano per sfamare i propri figli nella peggiore siccità degli ultimi 30 anni – senza raccolti su cui contare, e con tutte le complicazioni sanitarie e igieniche causate dalla prolungata mancanza d’acqua.

Un altissimo numero di vittime è dovuto ai frequenti attacchi di organizzazioni terroristiche, come i numerosi attentati rivendicati dall’ISIL-KP, il gruppo militante affiliato ad ISIS che opera nel Sud-Est asiatico. La violenza prospera, non solo quando è organizzata da gruppi terroristici armati. L’assenza dello Stato porta a un aumento delle attività illegali e di violenze diffuse, sia nelle aree rurali che nelle città. Una situazione da homo homini lupus, in cui la mancanza di accesso ai diritti umani di base e ai servizi quotidiani spinge progressivamente gli individui alla violenza, in quello che gli operatori dell’emergenza sul campo descrivono come un “dannoso e irreversibile meccanismo di sopravvivenza”.

Il peso schiacciante della crisi economica sulla vita e sulle attività umanitarie

Le attività delle ONG umanitarie nel fornire assistenza alle vittime della violenza e della fame sono sempre più ostacolate da un altro fattore: la crisi economica in cui il Paese è sprofondato dalla fine dello scorso anno. Le pesanti sanzioni imposte al Paese, insieme al congelamento degli asset della Banca Centrale Afghana (DAB), stanno causando problemi pari a quelli della guerra e della siccità. Con poco o niente denaro liquido nel Paese e con i lavoratori che non ricevono lo stipendio da mesi, molte famiglie sono costrette a rivolgersi ad attività illegali e al mercato illecito, o a ricorrere al credito informale. Questo include la pratica dei matrimoni di convenienza per saldare i debiti della famiglia, spesso sulle spalle di spose bambine minorenni. I soprusi a cui queste bambine vengono sottoposte sono ben documentati, ma secondo l’interpretazione della sharia promossa dai Talebani questo tipo di matrimoni è consentito per le bambine a partire dagli 11 anni.

Inoltre, in una nazione con decine di migliaia di sfollati interni (molti dei quali sono divenuti tali dopo gli eventi dell’agosto 2021), i ritardi e l’inaffidabilità dei bonifici bancari nazionali sono estremamente dannosi per le famiglie che dipendono dal reddito dei membri della famiglia sfollata. Questo, insieme allo sconcertante aumento del 40% dei prezzi della maggior parte dei beni essenziali, espone le famiglie alla malnutrizione.

Allo stesso modo, però, la crisi di liquidità e l’aumento del costo dei beni di prima necessità minacciano il lavoro delle organizzazioni umanitarie. Molte di esse non hanno visto un aumento del budget, ma le loro spese continuano a crescere. Oltre all’aumento dei prezzi dei generi alimentari e dei beni di prima necessità, spiega Emergency, c’è anche l’aumento dei costi di trasporto dei materiali, dato che gli aeroporti sono stati chiusi dopo la presa di potere del regime talebano. La corruzione, i furti, la mancanza di controlli alle frontiere e la scarsa chiarezza delle regole di importazione hanno inciso sull’importazione di prodotti farmaceutici, mettendo ancora una volta a dura prova gli ospedali umanitari e le prestazioni mediche che forniscono.

La risposta della comunità internazionale a questa difficoltà è stata un silenzio assordante: dei 4,4 milioni di dollari che le Nazioni Unite avevano chiesto di inviare in Afghanistan, i membri dell’Assemblea Generale sono riusciti a raccogliere solo 2,4 – poco più della metà del budget che sarebbe stato necessario per aiutare il Paese.

Effetti a lungo termine: la fuga di cervelli per il futuro del Paese

Il rapporto di Emergency guarda con preoccupazione al futuro del Paese. Con oltre 3,5 milioni di afgani sfollati nel corso del conflitto (2,2 nei Paesi limitrofi), la lunga guerra ha privato il Paese di gran parte della sua gioventù. Dall’anno scorso, 100.000 professionisti specializzati sono stati evacuati, in un effetto spesso trascurato del conflitto: la fuga di cervelli in cerca di orizzonti migliori. Gli effetti di questa situazione sono già visibili: con lo Stato che fatica a trovare professionisti del settore medico, gli ospedali devono fare affidamento sul personale umanitario internazionale per funzionare in modo efficiente – e la recente instabilità ha spinto ancora di più il personale internazionale ad allontanarsi dalle aree più instabili. Allo stesso modo, per riorganizzare il Paese con le necessarie riforme finanziarie, politiche e penali, professionisti afgani sono disperatamente necessari. Le loro competenze sono disperatamente indispensabili se il Paese vuole combattere la corruzione profondamente radicata, stabilire politiche sociali e del lavoro e creare schemi pensionistici e di forza lavoro sostenibili. Se l’Afghanistan non sarà in grado di farlo da solo, a lungo termine dovrà dipendere dalla comunità internazionale, continuando a dover chiedere un sostegno che non sembra ricevere.

(Red/Lu, Fr,)

La foto di copertina (Kabul) è di Giuliano Battiston (Lettera22)

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