Turchia, l’arma dell’acqua

Ankara sta bloccando i rifornimenti idrici nell’area di Hasakeh, nella Siria del Nord e dell’Est

di Elisa Elia

L’acqua è da sempre collegata alla vita, una risorsa tanto preziosa, soprattutto in alcune aree, da poter essere usata come arma di sopraffazione e addirittura di annientamento dei popoli oltre che di dominio nei rapporti con altri Stati. Un caso emblematico in questo senso è la Turchia di Erdoğan. Proprio in questi mesi, infatti, sta bloccando il rifornimento di acqua nell’area di Hasakeh (vedi mappa più sotto), nella Siria del Nord e dell’Est: «Con l’occupazione di Serekaniye (vicina al confine turco) la stazione di pompaggio di Alouk è stata subito presa di mira», spiega Nidal Mohammed, co-presidente del direttorato dell’acqua del cantone di Hasakeh.

La stazione di Alouk rifornisce l’intera regione, fra cui i due campi di Al Hol e Areesheh, e dall’inizio dell’invasione nell’ottobre 2019 è stata danneggiata e bloccata più volte. Oggi «è ridotta al 20% della sua capacità e l’acqua che arriva è molto poca», continua il co-presidente. «Si stima che 1.2 milioni di persone siano state private dell’acqua». Nonostante la capacità dell’Amministrazione Autonoma di mettere in campo delle alternative, la situazione rimane complessa e pericolosa, soprattutto se si aggiunge l’emergenza sanitaria da covid19.

Ma questo episodio si situa all’interno di una precisa strategia della Turchia, che  può vantare un fattore geografico determinante: all’interno del suo territorio hanno origine il Tigri e l’Eufrate e dunque può controllare il loro flusso d’acqua attraverso il GAP (Progetto dell’Anatolia Sud-Orientale) e le sue dighe nel sud-est del paese. I due fiumi, infatti, sono fondamentali per l’area mesopotamica, dal momento che nascono dalle montagne turche e attraversano anche Siria e Irak. La Turchia non ha neanche firmato la Convenzione ONU del ‘97 sull’utilizzo dei corsi d’acqua internazionali per scopi diversi dalla navigazione, che obbliga i governi ad informare gli Stati vicini su qualsiasi azione che vada a toccare corsi d’acqua comuni, quindi può continuare la costruzione delle 22 dighe del GAP senza alcun ostacolo giuridico.

«Ci sono diversi motivi alla base del GAP: economici, sociali (per disperdere e  assimilare la popolazione curda), militari (per impedire i movimenti della  guerriglia)», spiega Ercan Ayboga, attivista curdo del Mesopotamian Ecology Movement, movimento nato nel Kurdistan turco, «Ma si tratta anche per avere un’arma di pressione in più nei confronti dei Paesi vicini». Ad esempio, «quando nel 2015 le SDF hanno liberato la diga di Tishrin nel nord della Siria, la Turchia ha iniziato a rilasciare il 40-50% di acqua in meno, soprattutto nei periodi primaverili ed estivi». Questo ha significato una diminuzione di acqua potabile, corrente elettrica e irrigazione nei campi, con un drammatico impatto sulla popolazione di Manbij e Kobane.

Nel corso del 2019, intanto, Erdoğan ha completato la costruzione della diga di Ilisu, nel sud-est della Turchia, che ha comportato la scomparsa della città millenaria Hasankeyf. Ma non solo: «Grazie alla diga di Ilisu Erdoğan potrà esercitare maggiore pressione nei confronti dell’Irak, dal momento che per la prima volta detiene un controllo determinante sulle acque dell’Eufrate che scorrono in quel paese», commenta Ercan Ayboga. «È un caso unico nella storia in cui uno Stato utilizza l’acqua come arma in modo così intenso».

Ma, nonostante difficoltà e repressione, la società civile continua a mobilitarsi e  a proporre alternative sul tema dell’acqua e dell’ecologia in generale. Nella  Siria del Nord e dell’Est, ad esempio, una serie di organizzazioni ha dato vita alla campagna “Water for Rojava” per supportare progetti legati all’acqua e a
cooperative di donne nell’area. In Turchia il Mesopotamian Ecology Movement,  che comprende 52 organizzazioni, continua a intessere relazioni, a informare e  a lavorare con la società per sensibilizzare e costruire un’autonomia dal basso.

Questi movimenti sono consapevoli che quando l’acqua viene usata come arma  o concepita come risorsa da sfruttare, nascono disuguaglianze, migrazioni forzate e conflitti. Per ciò la loro sfida ha una portata ampia: proporre una visione del mondo diversa, di cui l’ecologia è pilastro. Per far capire che l’essere umano non è qualcosa di separato e diverso dalla natura ma, anzi, ne fa parte. E che l’acqua, così come tutto il resto, è una fonte di vita da preservare e condividere secondo criteri di giustizia e uguaglianza nella sua distribuzione.

In copertina: acque azzurre, foto di Leo Rivas

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