Ucraina, lo stallo della guerra. Il punto

Spostamenti militari insignificanti e un negoziato che langue. Nessun passo avanti a oltre nove mesi dall'invasione

di Raffaele Crocco

Superati i 9 mesi dall’inizio dell’invasione russa, il quadro militare e diplomatico in Ucraina resta simile ad una palude. Dal punto di vista militare gli spostamenti sono insignificanti. Sul fronte del negoziato, appare lontana ogni realistica ipotesi di avvio della trattativa. Di fatto, la guerra in Ucraina somiglia sempre più ad una “nota di fondo”, a cui il Mondo sembra abituarsi. Le migliaia di morti che sta causando appaiono lontane. Per la prima volta, in questi giorni il governo di Kiev ha parlato delle proprie perdite militari. Secondo Oleksiy Arestovych, consigliere del presidente Zelensky, i soldati ucraini uccisi sarebbero fra i 10 e 20mila, cifra tenuta vaga per “non consentire al nemico di valutare l’efficacia delle proprie operazioni”. Il rapporto fra vittime ucraine e quelle russe sarebbe, sempre per Arestovych, di 1 a 7.

Mosca ha annunciato la riconquista di sei villaggi nel Donetsk e intanto, i massicci bombardamenti russi delle scorse settimane sembrano essersi placati. Gli osservatori sostengono che si tratti di una “pausa tecnica”, per riorganizzare scorte e individuare nuovi obiettivi. La popolazione ucraina – in buona parte costretta a vivere senza energia elettrica e priva di riscaldamento – è comunque in condizioni precarie. L’allarme antiaereo è scattato in tutto il Paese, dopo il decollo da una base della Bielorussia di un Mig-31K. Si tratta di un velivolo in grado di lanciare il missile ipersonico Kinzhal. La contraerea ucraina non è in grado di intercettarlo.

La guerra continua, insomma. Per gli analisti militari, l’inverno porterà ad un rallentamento delle operazioni di terra, ma non ci sarà alcuna pausa reale nei combattimenti. Così, continuano le schermaglie diplomatiche, per ora senza risultati concreti. L’Unione Europea spinge per creare un “tribunale speciale” per giudicare i crimini russi in Ucraina. La Francia ha già detto sì, ma il progetto sembra poco realistico e, soprattutto, non aiuta i futuri negoziati. Il governo turco continua a proporsi come mediatore e “facilitatore di pace”. Il ministro degli Esteri Mavlut Cavusoglu ha dichiarato che “se si darà alla diplomazia la possibilità di agire, sarà possibile costruire la pace in Ucraina. La Turchia rimarrà sempre attiva”.

E a muoversi è anche la Cina. Per la prima volta, il presidente cinese Xi Jinping ha parlato in modo esplicito dalla necessità di pace. Lo ha fatto a Pechino, durante un colloquio con Charles Michel, presidente del Consiglio europeo. Il leader cinese ha spiegato che “risolvere la crisi in Ucraina con mezzi politici è nel migliore interesse dell’Europa e di tutti i Paesi dell’Eurasia: nella situazione attuale, è necessario evitare l’escalation e l’espansione della crisi, insistere nel persuadere alla pace e nel promuovere colloqui, nel controllare l’impatto di ricaduta della crisi e nell’essere vigili contro i rischi in campo”.

Apertura interessante quella di Xi, nettamente differente dalle parole pronunciate in settimana dal ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani. A margine della conferenza interministeriale Nato, Tajani ha dichiarato che “l’Alleanza Atlantica difenderà i Paesi dei Balcani occidentali e i vicini dell’Ucraina”. Una dichiarazione ambiziosa e irreale, visto che la Nato ha ancora – per statuto – esclusivi scopi difensivi e per i soli Paesi membri. Balcani e Ucraina sono tuttora fuori dall’Alleanza, difficile pensare ad un intervento militare di qualche tipo. Tant’è: il messaggio è comunque arrivato al Cremlino. Ci ha pensato il portavoce Dmitry Peskov a commentarlo: “la Nato – ha detto – continua a imporre la guerra a Kiev”.

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