Usa/Corea. Cosa dobbiamo aspettarci dal summit

Conto alla rovescia ad Hanoi per l'atteso vertice tra il leader coreano Kim e il presidente americano. L'analisi di Rosella Ideo: "Va dato atto  a Trump di aver adottato una linea politica realistica"

di Rosella Ideo

Tra due giorni, il 27 e il 28 febbraio, si tiene ad Hanoi il secondo vertice fra il presidente Donald Trump e il giovane maresciallo Kim Jong-un. I negoziatori dei due paesi sono al lavoro dalla scorsa settimana nella città vietnamita. Il primo vertice, a Singapore nel giugno dello scorso anno, è stato giudicato impietosamente dall’opposizione democratica e dai media di area liberal e spesso rappresentato come una vittoria del solo Kim che avrebbe ottenuto da Trump lo sdoganamento a livello internazionale fornendo in cambio un vago impegno per la denuclearizzazione.

Il processo di apertura della Repubblica Popolare Democratica di Corea è già stato avviato dalla partecipazione di atleti nordcoreani ai giochi invernali olimpici in Corea del Sud nel gennaio 2018 e dal primo vertice bilaterale fra lo stesso Kim e il presidente del Sud Moon Jae In, nell’aprile seguente, giusto un paio di mesi prima del vertice Trump-Kim.
I due leader coreani, pur rappresentando due mondi agli antipodi, hanno stabilito relazioni cordiali sancite da un secondo vertice a Pyongyang nel settembre 2018. Dall’annuncio del primo summit fra Trump e Kim sono seguiti a cascata ben quattro summit fra Kim e Xi Jing Ping e numerosi contatti con la Russia di Putin. Un cambio di passo notevole rispetto all’infausto decennio conservatore in Corea del Sud e più diretto, articolato e veloce rispetto al decennio pieno di speranze della politica della mano tesa dei primi due governi progressisti (1998-2007). La smilitarizzazione della linea di confine al 38° parallelo è un fatto quasi compiuto. Sono stati in gran parte eliminati posti di blocco e garitte e anche gli altoparlanti, veicoli di propaganda e minacce.

Checché se ne dica, la ‘diplomazia personale’ sembra aver creato un’alchimia particolare e fruttuosa anche fra Trump e Kim che, nel 2017, si erano fronteggiati con inedita violenza verbale scambiandosi insulti e minacce. Tanto da far temere lo scoppio di una nuova guerra di Corea. Trump, malgrado le critiche vecchie e nuove, ha rilanciato la sua strategia. Le dichiarazioni dei servizi di Intelligence americani – secondo cui Pyongyang non abbandonerà mai i suoi progetti nucleari in quanto unica garanzia di sopravvivenza del piccolo paese di 25 milioni abitanti – sono state liquidate dal presidente e rintuzzate come sintomo di ignoranza. Rimandando ai vari mittenti le critiche e ribadendo la ben nota insofferenza verso l’establishment e le istituzioni di Washington.

Alieno alle sottigliezze e alle circonvoluzioni della diplomazia, cinque mesi fa pare che il presidente abbia indirizzato la scelta del rappresentante speciale per la Corea del Nord, nomina che spetta comunque al segretario di Stato, Mick Pompeo. Scelta caduta su Stephen Biegun (nella foto sotto) un negoziatore che aveva lavorato fino ad allora fuori dalle istituzioni americane, e che, come ha ammesso con disarmante sincerità, era all’epoca della sua nomina, all’oscuro del complicato dossier coreano.

La versione di Stephen Biegun: lo stato dell’arte dei negoziati

Nel suo intervento a Standford il 31 gennaio, Biegun ha tracciato la stato dell’arte dei negoziati fra Trump e Kim. Ha parlato di fronte a una platea di eccellenza composta da ben informati ‘Korean hands’, fra cui ex negoziatori con il regime dei Kim (dal nonno Kim Il Sung al padre Kim Jong Il), membri dell’Intelligence e fisici, come S. Eckert che è stato più volte in Corea del Nord e ha puntualmente riferito gran parte parte degli sviluppi dei progetti nucleari di Pyongyang. Biegun ha giustamente ricordato le ‘numerose occasioni mancate’ nei negoziati degli ultimi 25 anni, a partire dalla scoperta del progetto nucleare di Pyongyang nel 1993, un anno prima della morte del fondatore della dinastia.

Leon Siegal ha fatto notare il silenzio dei media sul cambio di passo della Casa Bianca. Va dato atto invece a Trump di aver adottato una linea politica realistica. Questa volta Trump con il suo auto-decantato istinto potrebbe portare a un risultato straordinario nella penisola coreana. Biegun ha tradotto in un linguaggio chiaro e articolato le dichiarazioni del presidente. La prima considerazione riguarda il ribaltamento dalla politica nordcoreana delle precedenti Amministrazioni e la sua volontà di archiviare la guerra tuttora in corso, sospesa al cessate il fuoco (armistizio) del 1953. Altro punto saliente, su cui il rappresentante di Pompeo ha insistito, è che Trump, di fronte alla minaccia potenziale degli armamenti nucleari dei nordcoreani sta cercando di far cambiare ‘traiettoria’ alla politica di Pyongyang attraverso il ‘cambiamento della nostra traiettoria’.

Svolta americana

In sintesi gli Stati Uniti non chiedono più la denuclearizzazione unilaterale come precondizione alle trattive. Lo scoglio su cui sono caduti tutti i precedenti negoziati. Pur essendo la denuclearizzazione cuore e obiettivo delle trattative bilaterali, il processo fa parte di della visione “molto molto” più ampia del presidente Trump perché implica “la trasformazione£ delle relazioni bilaterali e ha come punto di arrivo “la pace definitiva” fra le due nazioni. Letto in chiaro: Trump vorrebbe assicurarsi probabilmente che Pyongyang non produca altre bombe e altre missili a lunga gittata in cambio della cancellazione di parte delle sanzioni che gravano come un macigno sul Paese.

Per creare un’atmosfera di fiducia fra le parti e curare le ferite della guerra di Corea, un tasto da sempre sensibile nella memoria collettiva degli americani, Biegun ha sottolineato che Pyongynag ha rimandato in America 55 salme di soldati morti in terra nordcoreana negli spaventosi massacri di quel primo conflitto armato della Guerra Fredda in cui persero la vita decine di migliaia di soldati americani (migliaia di ‘volontari’ cinesi e da due a tre milioni di coreani). Ha assicurato la piena collaborazione delle autorità di Pyongyang per riportare in patria almeno una parte dei 5.000 dispersi sotterrati nei campi di battaglia.

Kim e la sua soft diplomacy

Dal suo canto Kim Jong-un, una volta dimostrate le capacita tecnologiche e militari del suo Paese con l’ingresso di fatto nel club nucleare, ha annunciato fin dal discorso di Capodanno del 2018, che avrebbe dedicato tutte le sue energie allo sviluppo economico del suo paese e al benessere dei suoi cittadini. Della partecipazione ai giochi olimpici e dei vertici con il presidente della Corea del sud si è già detto più estesamente altrove (vedi link in coda). Quest’anno il giovane maresciallo, come lo chiama con deferenza Trump, ha annunciato attraverso i media di regime, che il Paese avrebbe smantellato il suo arsenale nucleare per dedicarsi esclusivamente allo sviluppo della nazione.

Agli americani ha promesso la distruzione del sito di Yongbyon dove ci sono gli impianti di riprocessamento del plutonio e dell’uranio e il ritorno degli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (espulsi una decina di anni fa) per le verifiche necessarie. Ha chiesto in cambio ‘misure corrispondenti’ da parte americana. Su questo tema Biegun si è defilato perché parte di una trattativa ancora in corso. Si può azzardare che queste misure consistano nel ritiro parziale delle sanzioni che Trump probabilmente si riserva di annunciare alla fine del vertice.

Il terzo e ineludibile protagonista del riavvicinamento fra Trump e Kim Jong Un è stato sicuramento il presidente progressista della repubblica del Sud, Moon Jae In, in carica dal maggio del 2017. Ha svolto con tatto e discrezione fin dall’inizio il ruolo di mediatore fra due personaggi impulsivi e determinati allo scontro frontale. Per la prima volta gli astri sembrano dunque allineati come ha detto Bob Carlin? Stati Uniti Corea del Nord e Corea del Sud convergono sull’obiettivo finale di una pace duratura che, fino alla fine del 2017, sembrava più irraggiungibile che mai.

La fretta che li anima è giustificata dal numero consistente di ostacoli interni e internazionali che possono far deragliare le trattative e seppellire ancora per lungo tempo un traguardo ambizioso, ma sacrosanto: la normalizzazione delle relazioni fra Stati Uniti e Corea del Nord e un rapporto di buon vicinato fra le due Coree. Lo sviluppo economico di Pyongyang, compresa la costruzione delle infrastrutture stradali e ferroviarie, copre il problema della sicurezza di Seul e rappresenta la possibilità, per la prima volta dalla sua fondazione nel 1948, di raggiungere il continente asiatico ed europeo.

Leggi qui sul primo vertice nel giugno scorso

Vedi qui la nostra scheda sulla tensione nella penisola coreana

In copertina l’International Media Centre pronto per il secondo  DPRK-USA Summit. E’ stato inaugurato sabato al  Cultural Friendship Palace della capitale. L’immagine è di vietnamnews

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