“Se spacci ti faccio fuori!”

Il presidente filippino Duterte risponde alle critiche dell'Onu minacciando di morte in diretta gli spacciatori. Forte di una legge liberticida appena varata

di Emanuele Giordana

“Se distruggi il mio Paese distribuendo 5,1 miliardi di pesos di shabu … ti ucciderò”, parola del presidente filippino Rodrigo Duterte, uno che non le manda a dire. Shabu o Yaba è sono sinonimi di metanfetamina e la minaccia è per spacciatori e tossici non importa se sospetti o colti in flagrante. Lo dice dopo un maxi sequestro di  756 kg  di cristalli di  metanfetamina per un valore di oltre 5 miliardi di pesos (100 milioni di dollari) ma anche il giorno dopo che l’Onu ha tacciato di impunità la sua guerra alla droga di cristallo,  battaglia che ha connotato il suo esecutivo fin dal 2016 quando Duterte è diventato presidente. Ora però ha un arma in più.

Duterte sul Time nel 2016

Si tratta di una legge dello Stato voluta proprio da  Duterte e che consente di schiaffare in galera sostanzialmente chi gli si oppone è  passata a larga maggioranza alla Camera bassa, dopo il via libera del Senato in febbraio, è stata votata come “urgente” benché il Paese abbia ben altri problemi a cominciare dalla pandemia. La nuova legge anti terrorismo – nome buono per tutte le stagioni – serve a rendere regolari l’arresto senza giustificazione e la detenzione per 14 giorni di sospetti “terroristi”, attribuzione che sarà deputata a un nuovo Consiglio antiterrorismo che dovrà dire cosa si intende con questo termine e che potrebbe addirittura, bypassando la magistratura, ordinare gli arresti. Nel mirino chiunque proponga e partecipi – ma anche solo inciti – alla pianificazione o all’addestramento di un “attacco terroristico”.

Formule vaghe ma con pene da 12 anni di reclusione fino all’ergastolo oltre all’eliminazione di un rimborso in caso di errore giudiziario. Insomma una legge liberticida varata proprio nel momento in cui l’Ufficio Onu per i diritti umani di Ginevra torna sulla controversa campagna di Duterte per sradicare le droghe illegali iniziata nel 2016 e che ha portato all’uccisione di almeno 8.600 persone. Un bilancio per difetto che potrebbe essere tre volte quella cifra, come ha reso chiaro ieri un rapporto dell’Ufficio Onu che cita la “quasi impunità” per gli omicidi, continuati insieme ad altri presunti abusi durante la pandemia Covid-19.

Ma a Duterte le critiche dell’Onu interessano poco. Dopo aver ricevuto dal parlamento una sorta di mandato ai pieni poteri per via della pandemia, adesso mette a punto con la nuova legge un altro modo per proseguire impunemente con le sue campagne di pulizia a 360 gradi. Che la nuova sterzata non riguardi solo terroristi o tossici lo si evince del resto dalle parole del portavoce presidenziale Harry Roque che, in un comunicato stampa televisivo, ha detto che la libertà di parola non potrà mai essere soppressa nelle Filippine ma che non si tratta di un diritto “assoluto”, un chiarimento con distinguo rivolto proprio al rapporto dell’Onu. Le cose per altro sono già andate molto avanti: la prova che la libertà di espressione è in gioco eccome la racconta la vicenda di Abs-Cbn, colosso mediatico critico con Duterte e da Duterte messo a tacere. La Corte Suprema ha concesso alla rete di tornare a trasmettere ma pende sempre il rischio, agitato dal presidente, del rinnovo della concessione governativa che potrebbe slittare ancora e vedere alla fine una decisione negativa che farebbe saltare l’azienda che già accusa perdite secche da quando è stata oscurata il 5 maggio scorso.

C‘è anche un’altra novità: Duterte in febbraio aveva comunicato a Washington l’intenzione di abrogare il Visiting Forces Agreement con gli Stati Uniti, un accordo bilaterale che facilita i rapporti militari tra i due Paesi. Ma adesso, qualcuno dice per via delle tensioni marittime con la Cina, ha per ora sospeso l’iter che lo dovrebbe concludere. Fino al prossimo colpo di teatro.

In copertina: il giuramento di Duterte (credit: Staff of the Presidential Communications Operations Office)

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