Costa d’Avorio

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Lunghi anni di conflitto hanno lasciato una profonda cicatrice nella Costa d’Avorio, migliaia sono state le vittime e gli ivoriani costretti a fuggire dai combattimenti e ad abbandonare le proprie case. Solo dal 2011 il Paese ha ricominciato un percorso di crescita e sviluppo che resta però, molto faticoso, soprattutto per la popolazione.

Molti sono ancora i problemi economici e sociali del Paese. Quasi la metà della popolazione (il 46%) vive sotto la soglia di povertà, e la Costa d’Avorio si trova al 171° posto nella scala dello sviluppo umano delle Nazioni Unite. Gli indicatori sono quelli di uno Stato povero: la mortalità infantile (sotto i 5 anni) è al 92,8/1.000, la speranza di vita di soli 59 anni, il 60% degli abitanti al di sopra dei 15 anni è analfabeta, meno di quarto della popolazione totale ha accesso a servizi sanitari adeguati e poco meno di uno su cinque all’acqua potabile.

Inoltre, è un Paese ancora succube dello strapotere militare: nel 2014 il tardato pagamento degli stipendi aveva portato a una serie di episodi di ammutinamento tali da far temere una nuova guerra civile. Il Governo, dimostrando una preoccupante debolezza, scelse subito la via della trattativa e negoziò con i capi dei rivoltosi. Nuovi episodi di ammutinamento si sono ripetuti nella prima metà del 2017. In questa occasione, tuttavia, il presidente Alessane Ouattara ha destituito i capi della polizia e della gendarmeria, anche se dall’altro lato ha pagato gli stipendi arretrati e promesso un miglioramento delle condizioni di lavoro.

Ora il Paese si appresta a entrare nella Terza Repubblica: il 30 ottobre 2016, è stata approvata tramite referendum la nuova Costituzione. Si è espresso a favore il 93% dei votanti (ma l’affluenza alle urne è stata solo del 42%). La nuova Carta entrerà in vigore nel 2020, lo stesso anno in cui si dovranno svolgere anche le elezioni presidenziali.

Un referendum che, peraltro, non ha mancato di suscitare tensioni e proteste: le opposizioni l’hanno boicottato, e denunciato brogli dopo il suo svolgimento. Secondo il presidente Ouattara, invece, la nuova costituzione consentirà alla Costa d’Avorio di chiudere il capitolo dell’instabilità, dopo un decennio di conflitti. Di sicuro il nuovo testo dà al Governo e al Presidente maggiori poteri (ad esempio, prevede che un terzo dei senatori – la Camera Alta – sia di nomina presidenziale).

Per cosa si combatte

Le ragioni della guerra in Costa d’Avorio sono da ricercare nel controllo delle ricchezze del territorio, controllo che negli anni della guerra civile è stato conteso fra diversi leader e comandanti militari, anche facendo leva sull’appartenenza a uno dei 60 diversi gruppi etnici e culturali. L’interdizione dalle cariche politiche delle popolazioni a sangue misto aveva innescato le tensioni, sfociate poi in conflitto aperto, che solo con il varo della nuova Costituzione (che entrerà in vigore nel 2020) si possono considerare superate: il famoso e famigerato articolo 35 della vecchia Carta fondamentale – noto come quello della “ivorianità” – che richiedeva la cittadinanza non solo del candidato alla presidenza della Repubblica ma anche quella del padre e della madre, è stato modificato nella condizione che almeno uno dei genitori sia originario della Costa d’Avorio. Inoltre, l’economia del Paese, una delle migliori del continente africano (la crescita del Pil nel 2017 è stata del 7,6%), dipende quasi interamente dall’esportazione delle materie prime e questo scatena da sempre gli interessi delle grandi aziende multinazionali, pronte a finanziare i diversi gruppi pur di assicurarsi, con la presa del potere, il controllo del mercato. Insomma, è un Paese diventato terreno di confronto per interessi esterni, con Francia, Stati Uniti e Cina a contendersi il ruolo di “partner” privilegiato.

Quadro generale

La Costa d’Avorio ottiene l’indipendenza nel 1960 grazie a uno dei padri della decolonizzazione, Felis Houphpuet-Boigny. Legato sia per il proprio passato politico sia per gli interessi economici alla Francia, Boigny garantisce al suo Paese uno sviluppo economico considerevole. Grazie a un programma di incentivi statali sostenuti anche da Parigi, Boigny porta la Costa d’Avorio a essere il primo esportatore mondiale di cacao e il terzo di caffè. Per 20 anni l’economia del Paese cresce al ritmo del 10% all’anno, superata solo dall’economia dei grandi Paesi produttori di petrolio e diamanti. Boigny gode di enorme credito politico, cosa che gli permette di governare con pugno di ferro, senza permettere la nascita di partiti politici né, tanto meno, di organizzare elezioni libere.

All’inizio degli anni ‘80 crollano il prezzo del cacao e del caffè con effetti disastrosi sull’economia del Paese. Il debito estero triplica e cresce la criminalità, la stabilità del Governo comincia a vacillare. Boigny, nel 1990, deve affrontare le prime proteste di piazza. Il Presidente risponde al malcontento attraverso la concessione di alcune libertà politiche, tra cui il multipartitismo. Le prime elezioni libere confermano alla guida del Paese il padre della patria. Boigny muore nel 1993 e viene sostituito da Henri Konan Bédié, che riesce a migliorare il quadro economico anche grazie a una svalutazione del 50% del franco Cfa, legato a quello francese e ora all’euro. La repressione del dissenso crea un forte malcontento che viene sfruttato, nel 1999, da un gruppo di militari capitanati dal generale Robert Guei, che rovescia Bédié e organizza le elezioni presidenziali. Le consultazioni del 2000 si svolgono in un’atmosfera pesantissima, caratterizzata da tentativi di brogli compiuti da Guei e dall’esclusione di Alessane Ouattara, principale candidato dell’opposizione, perché di sangue misto. La decisione scatena la rabbia dei musulmani del Nord. Dalle urne esce vincitore Laurent Gbagbo, principale oppositore di Boigny. Nel 2002 parte dell’esercito si ammutina e tenta di rovesciare il Presidente Gbagbo che resiste e il golpe si trasforma in una vera e propria guerra civile che spacca il Paese in due: il Nord controllato dai ribelli del Fronte Nuovo e il Sud sotto controllo del Governo. La Costa d’Avorio entra in uno stallo politico e istituzionale che paralizza il Paese. Nel 2003 vengono firmati accordi di pace che, tuttavia, rimangono sulla carta. Molti nodi costituzionali rimangono tali, soprattutto quelli che riguardano l’eleggibilità delle popolazioni di sangue misto (risolto solo nel 2017, con l’approvazione del Parlamento e poi tramite referendum della nuova Costituzione). Il Paese rimane diviso in due. E i tentativi del Presidente di riprendere il potere sul territorio sotto controllo dei ribelli, manu militari, falliscono anche grazie alla forza di interposizione dell’Onu, forte di 10mila uomini, e ai contingenti francesi che controllano la zona di sicurezza al “confine” tra Nord e Sud del Paese. Le elezioni libere vengono continuamente rimandate, fino alle elezioni del novembre 2010 che hanno visto la vittoria di Ouattara. Il presidente ottiene poi una seconda vittoria nelle elezioni del 2015, e dovrà lasciare la guida del Paese nel 2020: anche la nuova Carta fondamentale, come la precedente, prevede infatti il limite dei due mandati per la carica di Capo dello Stato. La prossima tornata elettorale, anche per questo motivo, segna il momento di una delicata transizione verso nuove leadership. Tutte le figure chiave della politica ivoriana, per ragioni di età o di ineleggibilità (o nel caso di Laurent Gbagbo per le pendenze con la giustizia internazionale, visto che nel 2018 è ancora in corso il processo per crimini contro l’umanità davanti alla Corte Penale Internazionale).

Sul piano economico-sociale un’ultima questione appare delicata e cruciale per il Paese: quella del cacao, di cui la Costa d’Avorio è il primo produttore al mondo. Il controllo della materia prima fu una delle ragioni della guerra civile che ha insanguinato il Paese dal 2002 al 2011, e periodicamente le forti oscillazioni del prezzo causano forti ripercussioni sull’economia dello Stato africano. Nel corso del 2017, ad esempio il calo del 30% del valore del cacao aveva comportato pesanti problemi alle entrate fiscali del Paese come pure agli agricoltori, dato che il prezzo minimo garantito era passato in pochi mesi da 1.100 a 700 Fca (cioè 1,17 dollari). Nei primi mesi del 2018 il cacao si è fortemente rivalutato (33% circa), ma il rincaro, almeno per il momento, non si tradurrà in migliori condizioni per gli agricoltori ivoriani, dato che il prezzo viene fissato anticipatamente sulla produzione dell’anno.