Repubblica Democratica del Congo

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Presidente di facciata. Burattino nelle mani di Kabila. Presidente che regna ma non governa. Del nuovo Presidente Felix Tshisekedi – figlio di Etienne, lo storico oppositore di Mobutu e dei Kabila padre e figlio morto nel 2017 – si è detto questo e molto altro. Le elezioni (svoltesi il 30 dicembre 2017) sono state pesantemente contestate nei risultati, resi noti con pesante ritardo solo il 10 gennaio 2018, pressoché da tutte organizzazioni che avevano messo in campo reti di monitoraggio del voto, prima fra tutte la Conferenza Episcopale Congolese (Cenco) che, forte dei suoi 40mila osservatori, ha dichiarato che l’esito ufficiale “non corrisponde ai dati in possesso” della stessa Cenco. Come dire: i brogli elettorali sono stati pesanti.

In effetti, la discrepanza fra i conteggi effettuati dalla Chiesa cattolica e dalle altre organizzazioni della società civile nazionale e internazionale e il dato ufficiale si aggira sui 15 punti percentuali, in più per il neo Presidente Tshisekedi, in meno per l’altro candidato – il favorito della vigilia – Martin Fayulu. Insomma, l’abile mossa di Joseph Kabila (che non poteva candidarsi al terzo mandato per il divieto costituzionale) sarebbe stata quella di candidare, da un lato, il proprio delfino (Emmanuel Ramazani Shadary), mentre contemporaneamente stringeva un accordo segreto con Tshisekedi. Fayulu, naturalmente, ha contestato duramente i risultati. Così, queste elezioni hanno portato un esito quanto mai inatteso: il vincitore è un oppositore di Joseph Kabila, ma ha ottenuto la Presidenza grazie agli “aggiustamenti” voluti dallo stesso Kabila, che così ha ritenuto di poter “far fuori” l’oppositore politico più pericoloso. Inoltre, il partito di Kabila ha la maggioranza sia nell’Assemblea Nazionale, che nel numero dei Governatori.

Situazione assai poco trasparente, ma resa peraltro ancora più intricata dalle scelte operate da Tshisekedi nel primo anno del suo mandato, che sembrano segnare delle significative “correzioni di rotta” rispetto alle scelte del suo predecessore: sul versante internazionale ha appianato i rapporti col Belgio (che nell’ultima fase della presidenza Kabila erano divenuti molto tesi) e con i Paesi vicini, a partire dal Rwanda. Inoltre ha chiesto aiuto alla Monusco, la missione Onu per il Congo, per debellare le numerose bande armate – prima fra tutte la Fdlr (Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda) – che agiscono nelle Regioni Orientali del Paese.

Sul piano interno, il nuovo Presidente ha ripetutamente cercato il dialogo con Fayulu e ha fatto cadere le accuse giudiziarie verso l’altro importante oppositore, Moise Katumbi, a cui Kabila in questo modo aveva di fatto impedito di partecipare alle elezioni.

Sembra insomma che Tshisekedi cerchi di avviare una serie di riforme e di mutamenti di linea politica che lo legittimino alla guida del Paese, nonostante le modalità tutt’altro che chiare con cui è giunto al potere.

Per cosa si combatte

Se la RD Congo è “uno scandalo geologico” per l’abbondanza smisurata di materie prime che possiede sia sul suolo che nel sottosuolo, è d’altro canto uno scandalo politico e sociale che proprio le ricchezze di materie prime siano la causa costante di guerre, violenze, tensioni e immani sofferenze della popolazione. Il Paese è una ininterrotta serie di conflitti – nazionali, regionali, locali- che perdura dal 1994 in poi (ma anche prima, durante tutti gli anni del mobutismo, dal 1965 al 1997, scontri e insurrezioni erano stati frequenti).

La questione è sempre l’accaparramento e il controllo delle sue ricchezze naturali: diamanti, coltan, oro, cobalto, rame, niobio, ma anche legnami pregiati, patrimonio di biodiversità, vastità di terre coltivabili. Un patrimonio immenso che da sempre scatena gli appetiti internazionali e le lotte di potere interne.

Conclusa – non bene, come abbiamo visto – la fase delle tensioni legate alle elezioni, restano tutti i vecchi focolai di guerriglia, cui si aggiungono nuovi conflitti “a bassa tensione”: nelle Regioni del Kasai, dell’Ituri e del Nord Kivu (dove c’è anche in corso l’epidemia di ebola), del Kivu meridionale, del Katanga. Senza contare la repressione e le violenze delle tante bande armate e dell’esercito governativo. La RD Congo sembra essere uno fra i peggiori “luoghi dannati del pianeta”, senza pace e senza indicatori di miglioramento delle condizioni di vita dei suoi abitanti.

Quadro generale

Quanto meno questa volta c’è stato un passag- gio di poteri incruento: Felix Tshisekedi ha preso la guida del Paese da Joseph Kabila in modo pacifico. Non trasparente, pieno di ombre, ma senza uso delle armi. E in RD Congo non è cosa scontata, visti i precedenti (vale non solo per i Governi di Kinshasa, ma anche per tanti altri Paesi africani): Mobutu Sese Seko ha tenuto la Presidenza per 32 anni, ed è stato scalzato solo con la forza delle armi da Laurent Desiré Kabila, il quale a sua volta è uscito di scena solo per una congiura (mai chiarita) che lo ha assassinato. Kabila junior, Joseph, si è trovato così, nel 2001, Presidente a neanche 30 anni. Lui perlomeno per due volte si è sottoposto al giudizio del voto: ha vinto la tornata elettorale del 2006 e poi quella del 2011. La terza sfida elettorale non l’ha potuta fare: gli è stato impedito di cambiare la Costituzione che vieta il terzo mandato (a differenza di altri suoi colleghi africani che ci sono riusciti): le pressioni della comunità internazionale unite alla forte e reiterata reazione popolare – spesso guidata dalla Chiesa cattolica – lo hanno fatto desistere.

Ora la situazione politica vede un Presidente, Tshisekedi, che si trova alla guida del Paese senza avere la maggioranza, che resta nelle mani del partito di Kabila, sia nell’Assemblea Nazionale che nei Governatorati. Una realtà inedita per la RD Congo. I problemi sono ancora tutti irrisolti. Permangono i focolai di guerriglia come pure il clima di violenza generalizzata, continua il saccheggio delle risorse e i livelli altissimi di corruzione. Resta la disastrosa povertà infrastrutturale: strade impossibili, sanità “fai da te”, servizi sociali pressoché inesistenti. La filosofia che ispira i congolesi, in definitiva, è ancora quella a cui li aveva abituati Mobutu: impara ad arrangiarti, la ricerca degli espedienti per sopravvivere alla giornata. D’altro canto, lo stato di prostrazione del Paese, sia economico-sociale che culturale, è ancora oggi conseguenza, per la gran parte, delle politiche del vecchio dittatore (è fuggito da Kinshasa nel 1997): per 32 anni ne ha depredato sistematicamente le risorse e le casse dello Stato, ha accumulato immense fortune personali, ha lasciato andare verso la totale distruzione l’intero sistema-Paese. Gli anni seguenti, peraltro, non sono andati meglio. L’arrivo di Laurent Desiré Kabila (padre) al potere ha significato un solo anno di pace. Poi, la rottura dell’alleanza con il Ruanda e l’Uganda ha innescato il conflitto congolese (1998-2003), considerato la prima “guerra mondiale” africana, per il coinvolgimento di otto diversi eserciti e le interferenze di molti Paesi e multinazionali occidentali. La RD Congo è rimasta a lungo divisa in quattro macro-regioni, riunificate solo con la fine del conflitto, costato – secondo le stime, dati certi non ce ne sono – da 4 a 5,5milioni di vittime. Da allora, per la verità, e per tutto il periodo della presidenza di Kabila figlio, la pace vera e propria non è mai tornata: a fasi alterne nel Katanga, nelle Regioni dell’Alto e Basso Kivu e nell’Ituri, nelle quattro Province del Kasai (cioè, di fatto in tutti i territori più ricchi di materie prime), gli scontri, la violenza indiscriminata, i cosiddetti conflitti “a bassa tensione” e su scala locale sono stati una costante. In questo quadro fosco, i dati che presenta la RD Congo sono, conseguentemente, molto negativi: il 71% della popolazione vive sotto il livello di povertà, le morti infantili sotto i 5 anni sono 94,3 per ogni mille nati, la speranza di vita media è di 57,7 anni e quasi un quarto dei congolesi al di sopra dei 15 anni è analfabeta. E ancora, solo il 28,7% dei congolesi ha accesso a servizi sanitari adeguati e il 52,4% all’acqua potabile. Anche sul versante ambientale la situazione è preoccupante. Nella sola parte del suo territorio la foresta del bacino del Congo (la seconda del pianeta dopo quella amazzonica) sono stati disboscati 11,4 milioni di ettari (dati di fine 2018), e da uno studio pubblicato su Science advances risulta che due terzi degli alberi sono stati abbattuti per far posto a piccoli lotti agricoli. Altro grave problema è quello del landgrabbing, ossia l’accaparramento delle terre da parte di società straniere e di grosse multinazionali: la RD Congo è il Paese più colpito dal fenomeno (così come l’Africa è il Continente che ne è maggiormente vittima). Secondo Land Matrix sono stati firmati accordi con investitori stranieri per oltre 5,2 milioni di ettari di territorio (il secondo Paese africano per dimensione di aree coltivabili è il Mozambico, con circa 3 milioni di ettari), che costituiscono il 20% del territorio della RD Congo (per più della metà foresta).