Repubblica Democratica del Congo

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Se formalmente la Repubblica Democratica del Congo non e più in guerra, l’Est rimane preda di centinaia di gruppi armati, molti dei quali sono bande locali legate al controllo di un territorio e delle sue risorse. Esistono pero anche milizie più strutturate, spesso sostenute da interessi esteri, che destabilizzano alcune aree. Superata la crisi sicuritaria nella Regione centrale del Kasai causata dai Kamwina Nsapu (che aveva visto un brusco peggioramento nel 2017), l’insicurezza e ormai concentrata nelle tre province orientali del Sud Kivu, Nord Kivu e Ituri. La situazione di gran lunga peggiore e nell’area di Butembo-Beni, in Nord Kivu, dove dal 2014 le Allied Democratic Forces (Adf) compiono stragi di civili con un’efferatezza che non ha eguali. Il gruppo, ufficialmente nato in Uganda nel 1995, era rimasto quiescente per alcuni anni. Poi, all’improvviso, vi e stata una recrudescenza che nulla ha a che fare con la lotta originaria contro il presidente ugandese Museveni. L’Adf non agiscono infatti in Uganda, ma esclusivamente in Congo, intorno a Beni: assaltano

villaggi, attaccano civili, li uccidono barbaramente con armi bianche, seminando il terrore e provocando fughe di popolazione. Dopo la cattura nel 2015 del capo Jamil Mukulu, il movimento e passato sotto la guida di Musa Seka Baluku. Il 7 dicembre 2017, l’assalto alla base della Monusco (la missione Onu in Rdc) di Semuliki ha provocato 15 morti, 53 feriti e 3 scomparsi fra i caschi blu tanzaniani: l’attacco peggiore alle forze Onu dal 1993. Due mesi prima, nell’ottobre 2017, le Adf avevano ufficializzato la propria affiliazione allo Stato Islamico, modificando il loro nome in Adf-Mtm (Madinat Tawhid wa-l-Muwahidin). La prima rivendicazione targata Isis e pero datata aprile 2019. Questa e altre discrepanze hanno prodotto analisi e classificazioni differenti di questo pericoloso movimento: se nel marzo 2021 il Dipartimento di Stato statunitense ha aggiunto le Adf-Mtm alla black list dei gruppi terroristici islamisti (classificazione che permette il congelamento di eventuali beni negli Usa e sanzioni. Sanzioni mirate alle persone coinvolte), il Gruppo di esperti delle Nazioni Unite sulla Rdc, nel suo ultimo rapporto del dicembre 2020, evidenzia diverse incoerenze fra le rivendicazioni dell’Isis e i fatti sul terreno che mostrerebbero “una conoscenza limitata delle operazioni condotte in Rdc” e “un controllo limitato, o che ci sono delle difficoltà di comunicazione fra Isis e Adf, sempre ammesso che tali comunicazioni esistano”. Le rivendicazioni, insomma, “potrebbero essere opportunistiche”.

Per cosa si combatte

La Rd Congo è uno dei Paesi più ricchi di risorse naturali al Mondo: per questo è campo di battaglia e terra di conquista degli appetiti più sfrenati. Eppure, ciò non basta a spiegare il conflitto che si trascina ormai da venticinque anni. Un intreccio perverso fra avidità, corruzione, illegalità, malapolitica ed etnicismi crea un mix esplosivo di difficile soluzione. Il fulcro resta sempre la contesa per il controllo del ricco territorio, in particolare dell’Est, al confine con Burundi, Ruanda e Uganda, ma si va oltre il mero sfruttamento delle risorse del sottosuolo: si tratta davvero di una battaglia geopolitica senza esclusione di colpi. In primo piano, la Rd Congo e i suoi scomodi vicini, ma sullo sfondo si muovono le grandi potenze, Stati Uniti e Francia da un lato, Cina dall’altro. A inizio 2021, è entrato in vigore il regolamento europeo che disciplina l’acquisto delle “3tg” (in inglese, tantalum, tin, tungsten, gold, ovvero coltan, cassiterite per ricavare lo stagno, wolframite o tungsteno e oro) in tutta l’Ue: le imprese sono vincolate alle due diligence, ossia al dovere di accertarsi dell’origine dei minerali. Se il luogo di origine dovesse essere a rischio, come la Rdc, l’importatore è tenuto a indicare miniera, luogo di lavorazione e imposte pagate. Resta ancora senza regolamentazione alcuna l’estrazione e la commercializzazione del cobalto, l’oro blu, essenziale fra l’altro per la mobilità elettrica della green revolution.

Quadro generale

Quando Tshisekedi giunse al potere, dopo le elezioni del 30 dicembre 2018, il suo partito non aveva i numeri in Parlamento per poter governare e dovette cosi siglare un’alleanza con il predecessore Joseph Kabila. Un’alleanza mortifera, che ha a lungo bloccato ogni possibilità di cambiamento. Fino a quando, negli ultimi mesi del 2020, l’equilibrio si e spezzato, facendo saltare la maggioranza e portando a una lunga crisi di governo, la cui soluzione ha richiesto mesi di trattative. Il 6 dicembre 2020, Tshisekedi annunciava lo scioglimento del Parlamento, a cui un mese più tardi seguivano le dimissioni del Governo del premier Sylvestre Ilunga Ilunkamba, sfiduciato dall’Assemblea Nazionale.

Escluso Kabila, la nuova coalizione maggioritaria, denominata “Union sacree de la Nation”, include i partiti di Jean-Pierre Bemba e di Moise Katumbi, che prima erano all’opposizione. Il 15 febbraio, e stato nominato Primo ministro Jean-Michel Sama Lukonde, che fino a quel momento era direttore generale della Gecamines, la societa pubblica mineraria, a capo della quale era stato nominato nel 2019 dallo stesso Felix Tshisekedi. Originario della provincia del Haut-Katanga, 43 anni, era già stato ministro dello Sport con Kabila per un breve periodo, dopo il quale diede le dimissioni e passo all’opposizione nel gruppo di Moise Katumbi, nella coalizione detta G7.

Ma nemmeno la nomina del Premier riusciva a sbloccare la crisi politica e gli intricati equilibri da raggiungere bloccavano la creazione dell’esecutivo. Si è dovuto attendere il 12 aprile per giungere finalmente alla nomina del nuovo Governo, quattro mesi dopo l’inizio della crisi. Il nuovo esecutivo e composto da 56 Ministri (fra i quali 15 donne, di cui 11 Ministre e 4 Viceministre). Diversi dei posti chiave sono andati a persone vicine agli ex oppositori Moise Katumbi e Jean-Pierre Bemba: Eve Bazaiba, segretaria generale del Mouvement de liberation du Congo (Mlc), il partito di Bemba, e ora ministra dell’Ambiente e vice-Premier; dal partito di Moise Katumbi, Christophe Lutundula e ora ministro degli Affari Esteri. L’80% dei neo-Ministri sono nuovi a incarichi di governo, ma non alla vita politica: la maggior parte di loro arriva infatti dal Parlamento. Infine, sotto traccia, il Presidente e riuscito a deboulonner (come recitava il suo slogan), ovvero a “svitare”, il partito di Kabila, portando diversi deputati ad abbandonarlo ed erodendo pian piano la cortina che Kabila stesso si era costruito come protezione. Sul suo capo pende come una spada di Damocle la possibilità, in un futuro più o meno vicino, di essere incriminato con accuse pensatissime per i crimini commessi negli anni di potere. Contemporaneamente, infatti, anche diversi degli uomini di fiducia di Kabila sono “caduti in disgrazia”, finendo anche imputati in processi clamorosi. Liberatosi della zavorra kabilista, nella notte fra il 30 aprile e il primo maggio, al termine del primo Consiglio dei ministri del nuovo Governo, Tshisekedi annunciava una decisione inedita, proclamando lo stato d’assedio per le due Province più colpite dall’insicurezza, Ituri e Nord Kivu. Secondo il Barometre securitaire du Kivu (BsK), il numero di civili uccisi in questa Regione e stato in netto aumento dalla fine del 2019. I gruppi armati recensiti dal BsK attivi in quest’area sono ben 122.

Problemi annosi, che Tshisekedi prova ora ad affrontare di petto con questa misura innovativa: applicando per la prima volta l’Articolo 85 della Costituzione, che consente lo stato d’assedio quando “gravi circostanze minacciano l’indipendenza o l’integrità del territorio nazionale”, le autorità civili sono state sostituite temporaneamente da autorità militari con poteri straordinari volti a liberare una volta per tutte Nord Kivu e Ituri dalle bande armate che infestano le foreste e tormentano i villaggi. In più, il Governo tratta anche per l’arrivo di truppe straniere in rinforzo. Difficile dire quanto durerà lo stato d’assedio e se le enunciazioni di principio produrranno risultati concreti nella direzione auspicata. Quel che pare evidente e che non verrà coinvolta la Monusco, la cui scarsa incisività, criticata da tempo, e negli ultimi mesi ancor più nel mirino di una popolazione delusa ed esasperata: nell’aprile 2021, diverse manifestazioni di piazza nel Nord Kivu hanno chiesto con forza (e con qualche sporadico episodio di violenza) che le truppe Onu si ritirino e che il mandato della Monusco non venga più rinnovato.